“Daniel Deronda” di George Eliot: una sacra attenzione nei confronti dell’Altro?
George Eliot pubblicò il lungo romanzo “Daniel Deronda” nel 1876, in piena epoca vittoriana.

Durante la lettura de Daniel Deronda, spesso m’è venuto da dire: anche oggi le cose stanno più o meno così. Per Agatha Christie l’uomo è quello che è, sempre e ovunque, nei suoi crimini e nei suoi idealismi.
Il lettore, nella sua attività investigativa, è alla ricerca della propria smarrita ragione nonché del torto che s’è rintanato chissà dove, ma che, come per tutto, basta metterci le mani sopra e, miracolosamente, appare. Ogni lettura è catartica. Mi correggo: può diventarlo, ma non sempre quel miracolo splende… Occorre perciò assumere la posizione corretta: né prona né supponente. Non limitarsi ad ascoltare, ma intervenire ogni volta col proprio giudizio e dire: sono (abbastanza) d’accordo, oppure: no, non (sempre) è così. Quando ci s’imbatte in un proprio simile, è pressoché impossibile non formulare un giudizio su di lui. O su di lei.
Il vero nome di George è Mary Anne, detta Marian, coniugata Cross, nata Evans nel 1819; deceduta quattro anni dopo la pubblicazione di Daniel Deronda. Visse a sufficienza per poter scrivere alcuni romanzi mirabilmente estesi.
Nel leggere questo m’è venuto da pensare che Marian ebbe a disposizione più tempo di Jane Austen e di Charlotte, Emily e Anne Brontë e anche, seppur di poco, di Louisa May Alcott. Nel farlo mi sento in maschilistica colpa: mi sono venute in mente altre scrittrici, e non per esempio Marcel Proust, a cui un po’ George si somiglia. E penso non solo alle autrici che ho elencato, ma anche ad Adeline Virginia Woolf (nata Stephen). Forse il motivo è questo: una donna che scrive ha la funzione di rivelare i difetti e i pregi sia di noi uomini che di loro donne (il che capita anche agli scrittori maschi), mirando però innanzitutto ai primi.
Perché il presente romanzo è intitolato col nome di Daniel e non con quello di Gwendolen, la quale a me pare più protagonista di ogni altro personaggio? Si può misurare l’importanza di un personaggio rispetto a quella di un altro? Qual è l’unità di riferimento? Il numero delle volte in cui esso è citato o descritto?
Daniel Deronda non è un romanzo corale, bensì, come dire?, polifonico, ove ogni voce ha la propria natura che si sovrappone a quella delle altre. Gwendolen, finora (mi mancano 200 pagine delle oltre 900), a malincuore sta accettando (con grande acrimonia) la supremazia del freddo e odioso (per me e per lei) consorte, l’egomirato Henleigh Malllinger Grandcourt (il cui nominativo basta a farsene un’idea).
Il lettore si sorprende ad augurarsi un tradimento da parte di lei, anzi, ben peggio: un evento che rechi a una sua eliminazione. Non c’è maschilismo peggiore di quello altrui. Ogni rapporto umano si basa su una mutua dipendenza. Il tutto diventa problematico, qualora le reciproche funzioni relazionali assumano una valenza asimmetrica. Il rapporto d’inclina e, al momento giusto, si spezza. Come accade ad alcuni alberi, che restano in piedi anche se, alla fine dell’esistenza, il loro tronco tende ad assumere una posizione sempre più parallela al suolo. E infine crollare. La goffa metafora non l’avrei immaginata se non avessi ingoiato, a mo’ di medicinale omeopatico, tante sterminate metafore e similitudini eliotiane.
Daniel Deronda è un romanzo sentimentale, filosofico, sociologico, nonché psicologico. Ogni evento è inquadrato, misurato, analizzato, motivato e compiutamente descritto. Il lettore tende (fatalmente) a distrarsi di fronte a tanta immensità, rimettendosi presto in riga perché quel che sta leggendo lo fa vibrare, facendolo diventare una corda dello strumento di George. Il lettore vibra a ogni pagina, capoverso e riga. É George il solista. Lui è un tastino bianco (o nero) del pianoforte.
Deronda si presenta agli occhi di Gwendolen come uno “sconosciuto” che la osserva, la giudica, la censura, pur senza parlarle.
Lei sta giocando alla roulette e sta perdendo. Cessa di farlo, grazie o per colpa sua: mai lo saprà. Per anni, dentro di sé, lo incolperà di non averle permesso di rifarsi delle perdite. E senza dirle manco mezza parola! Davanti a lei: “c’era la presenza di quel Deronda che la fissava con esasperante ironia” – il che non convince il lettore. Daniel tutto è, tranne che ironico. È un animale compassionevole nei confronti dei suoi simili: un arcano della natura. Invece, “… quella silfide ventenne dalle membra delicate voleva dominare…” – e questo mi sorprende ogni volta: per farlo, non conta tanto la grandezza fisica, quanto quella psicologica. E questo capita ogni volta, a prescindere dal sesso.
A pagina 79, George, tu definisci tecnicamente il modo di Gwendolen di atteggiare “la testa e il collo” in modo di calibrare, grazie a quell’angolo, il tono mirato a ottenere l’effetto previsto. Che sia un fatto istintuale o appreso durante l’imprinting? Che ne direbbe Konrad Lorenz?
Un grande scrittore (come sei tu) sa sorprendere il mediocre lettore coi suoi effetti speciali, piccolezze finora inaudite, tipo questa: “Anna si era alzata ed era ricorsa all’arma tipicamente femminile di avvicinarsi al padre mentre gli parlava.” – la quale azione m’era sempre sfuggita, eppure, ora che me la rammenti, forse, chissà… se capiterà talvolta, mi dirò: Ecco! Questo intendevi dire, Bel Faccino Marian! Sei molto carina, sai… La tua rosea bellezza non intontisce, ma illumina!
Scrivi: “Mi piace segnare il passo e collegare il corso delle esistenze individuali allo scorrere della storia, per tutte le categorie di pensatori.” – grazie! Ti rivolgi a tutti, non soltanto a me, quando affermi: “Ma consentitemi di osservare che qui non si tratta nulla che riguardi la natura umana in generale: la storia, allo stato attuale, concerne solo un ristretto numero di persone…” – di cavie da laboratorio?
Ogni scrittore è un etologo? Lo è ogni artista?
“… Leggi certi romanzi. Ti mettono in testa le idee più assurde…” – e, se lo dice la mamma alla figlia, probabilmente c’è passata anche lei.
“Tentare una descrizione è sempre stupido: come si può descrivere tutto d’un tratto un essere umano?” – ci si prova! Sia tu che lei, la tua eroina, avete tanto letto e tanto cercato di riprodurre, scrivendo e vivendo, le storie in tal modo apprese. La letteratura e la vita insegnano scrivere. La vita e la letteratura sono omologhe. Ed egualmente crudeli: “Era impossibile essere gelose di Julien Fenn, una ragazza mediocre in tutto come l’insalata vecchia di un giorno, tranne che nel…” – ecco scoperta e diffusa una gemma preziosa! È l’arte di trovare l’immensità nella miseria, e viceversa.
“Grandcourt” – l’uomo del destino di Gwendolen – afferma: “Il guadagno che ho fatto nel conoscerla mi ha fatto rimpiangere il tempo che perdo nell’incertezza. Lei ama l’incertezza?” – e la risposta è grave: “Credo di sì.” – la verità non è mai del tutto determinabile, ma ci si può confidare.
A pagina 204 ammetti che conviene fingere d’“essere un po’ cieco” – in relazione al fatto che checché si scrive ha dei precedenti più illustri. Ma chi se ne importa! La tua bocca ha uguale dignità delle precedenti. O vorresti tacere per sempre?
Senti questa: “… i difetti di Deronda propendevano all’esitazione meditativa…” – e chi lo scrisse mai? Tu, Marian, o George, o come cavolo ti chiami! Qualcuno capirà meglio il senso della frase? E allora? Ogni lettore-onda segue la sua traiettoria attestando quella di ogni scrittore-onda. Ci si perturba a vicenda, e in tal modo ci si attesta e cristallizza! – “… tanto più che Deronda si rifiutava di diventare uno scrittore, vocazione che si ritiene tramuti in soldi pensieri sciocchi.” – un acte gratuit, per chi scrive, non per chi legge!
“… Deronda arrossiva sotto uno sguardo che, più che vedere, sentiva.”: è il ritratto di quel giovine!
Il tuo è anche un romanzo sulla Ricchezza e sulla consorella minuscola, la povertà: lo spieghi con acume all’inizio del capitolo 18 e con una frasina all’inzio del 20: “Le fibbie lucenti erano come gioielli.” – e quella donna meravigliosa che un po’ amo, riporta un giudizio che a sua volta sentì dire di sé: “Non diventerà mai un’artista. Non sa essere altri che se stessa.”: meno male, ché un mondo composto unicamente da creatori di realtà fittizie farebbe orrore a ogni sottospecie di genio!
“… essere me stessa…” – questo è il tuo fine, “Mirah”! Non so se è anche il tuo, Gwendolen-Marian! “… riprese Gwendolen, diventando da pallida a rossa e poi di nuovo pallida.” – bell’effetto filmico!
Dice un genio di nome “Klesmer”: “… l’onore viene dalla vocazione interiore e da risultati ottenuti a costo di dure fatiche. Non c’è onore nell’indossare quella vita come una livrea.”: e quel genio, come tutti gli altri horcrux, sei tu! L’arte è un’ingrata e amorosa fatica: nulla di più, né di meno. E così concludi il 24: “C’è una grande quantità di terra inesplorata dentro di noi, della quale dovremmo tener conto per spiegare le nostre folate di vento e le nostre burrasche.” – apri l’ombrello e prega!
E gli esergo? Alcuni sono di autori rinomati, di lingua tedesca. Gli altri? di Mary Ann? I think so.
Quel “Lush” – che significa beone – mal giudica Gwendolen. Dice che è “una cavalla permalosa e difficile da ferrare”. Ogni nome, in modo non sempre chiaro, pare un soprannome: “Lapidoth”, “Mallinger”, “Glasher”, “Alcharisi”, “Grandcourt”, “Klesmer”. “Mardocheo” – il romanzo è, insieme, tragedia, satira, favola, storia. E filosofia: pagina 454 ne è un greve esempio. Ma soprattutto psicologia: a te interessa l’anima, ben più del corpo.
L’esergo aristotelico di 41 esalta, a modo suo, l’indeterminazione quantistica! Anche il testo che segue: “Non ci sono formule di pensiero che salvino noi mortali dall’errore del nostro imperfetto modo di apprendere la materia sulla quale riflettiamo.” – la posizione o la velocità, o l’incerto miscuglio di entrambe. E partecipiamo a quel perenne mutarsi.

Dice il (fin troppo) savio Deronda che “Non è mai possibile comunicare le sensazioni sottili procurate dalle parole e dagli atteggiamenti degli altri.” – e la vita continua a scorrere su binari contrapposti: “Il colore intenso e la calma del viso di Mirah erano in netto contrasto con la pallida e nervosa bellezza sotto il capello piumato.” – i due futuri amanti sono un patrimonio da salvare: belli e utopici! E tanto umani!
Gwendolen e Grandcourt sono in perenne, seppur tacito, contrasto: il più bieco sparirà! In un senso diverso e “… inspiegabilmente (e ora gli sembrava tristemente) i loro due destini erano venuti a contatto, quello di lei strettamente personale, il suo pieno di una sensibilità di vasta portata…” – entangled! Ma “… il punto di vista che la vita gli avrebbe fornito in quel momento era sconvolto dall’incertezza che precede ogni decisione.” – e che la segue, inesorabilmente.
Che farei? Se m’imbattessi nella scoperta d’essere ebreo? Affronterei serenamente il fenomeno? Giustifico sia la madre di Daniel che rinnegò il fenomeno, sia il fratello di Mirah che insegue il suo biblico ideale, di cui urge tacere nell’attuale frangente storico. Cambiamo però argomento…
“Deronda”: così ti chiama l’autrice. Il tuo zio-papà facente funzione ti chiama “Dan”! Lui ti ama
“Ezra” o “Mardocheo” a dir si voglia dice alla sorella: “… hai letto troppi drammi, e gli autori dei drammi amano rappresentare le passioni umane come demoni insiti in noi, separati dagli elementi devoti e indulgenti dell’anima.” – che conducono, con diversi fini, a trafiggere il cuore altrui.
Insiste a dire: “Il nostro destino è il destino d’…” – ove “… Il dolore e la gloria si mescolano come il fumo e la fiamma…” – parole tragiche! E così continua, Ezra-Mardocheo: “… un popolo può chiamarsi benedetto solo se ha dei consiglieri e una maggioranza la cui volontà si muove in obbedienza alle leggi della giustizia e dell’amore.” – e della somiglianza sociale!
“Lapidoth” che “pianse come una donna, nascondendo il viso contro il tavolo” è il personaggio repellente che svolge la funzione di fornire una folle energia al racconto. Che ne sarà di quel verminoso essere? Essendo così esteso, un romanzo non può che rimanere sospeso. Che ne sarà di Gwendolen? Riuscirà il suo antico spasimante, che ormai pare non avere più concorrenti, a coronare il suo sogno? È lei diventata una donna virtuosa, non più incline a inseguire i miraggi che recano alla terribile attestazione: “Le jeu ne va plus”?
Riusciranno i nostri tre eroi (che poi si riducono a due) a rinvenire quel magico luogo ove ricostruire l’antica nazione? Daniel è così virtuoso che spaventa: a prescindere dalla sua etnia!
Se il mondo fosse composto unicamente da persone a lui simili sarebbe compiutamente noioso.
Chi lo sta affermando è un uomo impreciso, volubile, ingiusto, tenacemente avvinto alla sua libertà d’errare. Se un popolo di erranti si ferma, ricostituendosi, ricomporrà l’antico dissidio che ha recato alla sua dispersione. Lo diceva il mio teologo Padre Aldo Bergamaschi: elargite, se volete, il vostro obolo, che è oggi diretto alle missioni cristiane che operano nel resto del mondo: servirà a ricreare altrove la medesima ingiustizia che è così tenacemente diffusa qui da noi!
Non so quale sia l’alternativa, né se c’è. Un popolo di avventurieri che sfidano la sorte, propria e altrui, rischia di distruggere il mondo. Un popolo di saggi lo colmerebbe di eventi noiosi.
Il giusto mezzo? Esiste? Forse: chiamala, se vuoi, convivenza con l’Altro, dandogli un occhio, ogni tanto. Ma che l’attenzione sia colma di rispetto… che, se non è mutuo, a nulla vale!
Un ultimo pensiero per te, Marian.
Il romanzo rimane sospeso. Dentro di me sento che, dentro di te (ormai siamo inesorabilmente entangled), vi siano le risposte ai molteplici interrogativi. Non hai avuto il tempo di esplicitarle tutte. Mi dispiace. Ma era destino… Anche perché ogni nuova risposta crea ogni volta nuovi, sempre più cogenti interrogativi. Nessuna storia è mai completamente scritta. Per fortuna! Dannazione!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
George Eliot, Daniel Deronda, Fazi Editore, 2018
