“E poi arrivò DeepSeek” di Mafe de Baggis e Alberto Puliafito: il destino dell’intelligenza artificiale
Venerdì 9 maggio 2025, presso la Biblioteca Rosta di Reggio Emilia, ho assistito alla presentazione del saggio “E poi arrivò DeepSeek” da parte degli autori Mafe de Baggis e Alberto Puliafito.

Leggo su linea (on line) che Deepseek è la startup cinese di Intelligenza Artificiale che… Che è? Leggo, sempre su linea, sempre sia benedetta!, che il termine si riferisce a un’impresa che è in fase di avvio e che si prevede che gestirà un certo aspetto del mercato. L’intelligenza artificiale indica la capacità di un sistema informatico di offrire all’utente una forma d’intelligenza. La sua sigla può essere IA o AI, a seconda della lingua (italiana nel primo caso, inglese nel secondo). Il linguaggio umano è un quid che cresce in modalità continua, quasi fosse una specie animale che s’evolve mentre la si studia.
Un tempo il cellulare era il furgone in cui erano trasportati i detenuti da un carcere all’altro. Oggi è principalmente il dispositivo che permette di telefonare, anche stando per strada (o in garage!). Robot era il nome di alcuni automi che agivano in un dramma in tre atti di Karel Čapek, scritto nel 1920 e intitolato R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti).
E poi arrivò Deepseek! E poi? Quien sabe? Di doman non c’è certezza! Solo diverse probabilità!
Avrei voluto porre un quesito ai due autori, ma per fortuna riuscii a tenerle per me. Leggendo il saggio ho ricevuto una risposta che, se non è definitiva, è interessante (nonché inquietante).
Scrive Francesco D’Isa nella Prefazione: “… sì, ha ancora senso scrivere un libro su macchine che evolvono a velocità inaudita, perché ci occorre un punto fermo da cui osservare il fiume…” – panta rei – tutto scorre, pure la nostra esistenza. I due autori, nel 2023, sempre con Apogeo, pubblicarono “In principio era ChatGPT” – a proposito di questa AI (o IA) che conduce a una conversazione fra utente e macchina, e che è dotata di una sorprendente capacità di generare un testo narrativo, tanto simile a quello prodotto dagli umani.
A pagina 3 acquisisco l’espressione: “oligopoli tecnologici”: su linea leggo che trattasi di forma o situazione di mercato caratterizzata, mentre vi è una concorrenza perfetta tra compratori, dalla presenza di un numero limitato di venditori. Il termine suggerisce un gioco di potere commerciale da cui è arduo sfuggire.
A pagina 4 de “E poi arrivò DeepSeek” leggo che i “large language model” – “LLM”, “possono inventare le risposte” – grazie al loro essere “macchine probabilistiche”. Essendo io un cultore occasionale di meccanica quantistica, per cui (quasi) nulla è certo, bensì possibile, non posso che restarne impressionato. Quel (quasi) è ciò che differenzia la quantistica dalle altre forme di scienza. Secondo il cosiddetto paradosso dell’effetto tunnel, quel che è possibile (quasi) di certo un bel dì accadrà, anche se pare (quasi) improbabile. Se una particella è sparata contro una barriera iperdensa (quasi) di certo, sarà respinta. Se però si continua a spararne (quasi) infinite altre, (quasi) di certo almeno una riuscirà a svicolare dall’ostacolo. Se insegni a uno scimpanzè a battere sui tasti di un personal, egli potrebbe (quasi) assurdamente scrivere un poema paragonabile alla Commedia dantesca.
Mafe si chiede, a pagina 8: “E se ci fossero migliaia di persone che sanno cosa scrivere ma non lo sanno fare?” – in Rimini di Pier Vittorio Tondelli, un suo alter ego, preso dalla passione amorosa per un umano, vorrebbe de-scrivere l’argomento, ma non ci riesce… fino al giorno che: finalmente ce la fa! Ernest Hemingway diceva che per scrivere occorre sedersi e iniziare a sanguinare. La qual cosa funziona, (quasi) sempre, se hai talento: (quasi) sempre, impegnandoti, t’accorgi d’averlo. Che gli LLM (Modelli Linguisti di grandi dimensioni) possano aiutare ad allenare la vena letteraria? Come ormai dovrebbe essere chiaro, nelle mie reazioni utilizzo non solo l’opera che sto leggendo, ma anche quella di altri autori.
A pagina 11, Mafe utilizza la scrittura di “Aresu” che usò a suo tempo quella di “Morris” – la cultura è anche, soprattutto, questo: un rimembrare le pregresse rimembranze altrui al fine di scrivere la propria (novità letteraria).
Leggo, a pagina 13: “… DeepSeek ha dichiarato di aver fatto molto con poco…” – trattasi di una forma economica di cultura?
A pagina 19, Alberto si rivolge a “chatGPT” – che gli propone “tre ipotesi su cui lavorare” – e su cui egli imbastirà la propria scrittura: che sarà principalmente sua, di Alberto.
A pagina 36 e 37, egli indica tre “Efficienze di DeepSeek” – che vorrei sintetizzare con una parola: risparmiose. Oppure tramite una metafora banalizzante: DeepSeek è paragonabile a una macchina da Grand Prix (o è meglio dire da Rally?) che consuma più o meno come un’utilitaria: ecco perché si tratta di una tecnica utile!
Leggo a pagina 30 de “E poi arrivò DeepSeek” che, diversamente da altre “licenze informatiche”, DeepSeek è “ispezionabile”: in tutto e per tutto attestabile? Chissà! Forse qui rispunta quel magico (quasi). Importante: “Chi vuole può prendere DeepSeek e costruirci sopra senza dovere alcunché all’azienda cinese.” – che pare, o (quasi) è?, un noprofit. Fra le modalità esemplificate a pagina 46, dovendo scegliere, penso che m’afffiderei a “LMArena” – … (modalità Direct Chat)” – forse perché “permette di interagire con un singolo modello, senza confronti o competizioni.” – meno compatibili col mio carattere individualista e un po’ anarchico. Mi piacerebbe provare anche le altre due: LMArena, con cui “puoi confrontare direttamente due modelli di linguaggio selezionato da te, uno accanto all’altro.” – non male, dai; oppure la “LMArena” – che mi pare più direttiva. Però: semel in anno licet obedire (alla più attuale funzionalità). C’è però modo di scegliere ogni volta, ed è questo che importa.
Nel Capitolo 5, Mafe illumina il lettore su cosa significhi “Allineare le intelligenze” – indicando alcuni ismi che però m’inquietano. Non ne parlo, ché il discorso si farebbe complesso e confuso. Il suggerimento che do è di leggere il saggio. A me per ora basta spoilerare che, a pagina 70, è svelato il nome intero dell’autrice.
Nel Capitolo 6 de “E poi arrivò DeepSeek”, Alberto svela che “… se i modelli AI diventano più economici non significa necessariamente che saranno più accessibili a tutti nelle loro funzioni più avanzate.” – e questo è l’uomo, come è ben descritto ne Il Codice da Vinci di Dan Brown.
A pagina 83, leggendo del “panico iniziale causato dal crollo delle azioni tecnologiche” – anche a seguito delle “misurazioni dei primi bechmark” che “confermavano la bontà di DeepSeek” – mi vien da pensare che forse… chissà?!… nulla nel mondo (né degli affari né della tecnologia) è davvero gratuito e disinteressato. Ripeto l’interrogativo esclamante: chissà?!
A pagina 85 leggo che: “Un regime di tutela troppo rigido può soffocare il materiale creativo dell’arte e della scienza, chiudendo in recinto opere che dovrebbero invece circolare e trasformarsi…” – interagendo con le diverse forme d’espressione. Una forma d’espressione si aggroviglia alle precedenti, in una specie di entanglement quantistico, che è (anche) tutt’altra cosa, ma non (troppo) differente? Oppure è destinata a smorzarsi per un’avvenuta entropia? Sento che si ha sempre bisogno dell’Altro per essere Sé. Perché non citare ora il verso del (non solo) mio Arthur Rimbaud: Je est un Autre?
Nel Capitolo 7, leggo che “Personalizzare un AI” serve “a riconoscere il nostro stile” – utilizzando un servizio che è necessario “per evitare che siano gli strumenti a definirci, invece del contrario…”.
A metà di pagina 104 si spiega “come vogliamo usare l’AI” – e qui rimando al testo, poiché ogni mio intervento sarebbe lacunoso. Avvincente è la divergenza indicata a pagina 107 fra “L’apprendimento mimetico e l’apprendimento memetico…” – che vale, per noi cultori delle parole, la lettura del saggio. Mi reca, invece, un acuto ma, in fondo, rassicurante fastidio leggere, a pagina 108, che “A volte la macchina è più brava di noi a individuare pattern nel nostro modo di scrivere e a schematizzarli in regole.” – anche se, se ho ben capito, nisciuno nasce imparato, men che meno un’AI. Ognuno ha la pedagogia che si merita.
“Con le AI la differenza tra parlare e scrivere sparisce, anche concretamente.” – e di questo ne sono informati taluni miei utenti (come io lo sono di loro) di quel social che permette di comunicare vocali, restando seduti sul proprio sofà (senza doversi recarsi in centro città!). Essi possono essere espressivi, goliardici, teatrali: ma sono essenzialmente informativi. Leggo inoltre che: “… a dare dignità alle nostre vite non è il lavoro: è l’indipendenza economica.” – che è ciò a cui ambisce l’uomo, secondo vari sociologi, che legga un libro, che lo scriva o che approdi su una specie d’isolotto, quasi fosse un naufrago esistenziale.
A pagina 113 de “E poi arrivò DeepSeek” uno dei due autori emette un’albertesca antifrasi. Il che mi porta al mio quesito iniziale, che ancora non ho rivelato. L’ho taciuto, finora, per mera prudenza. Ora lo emetto: con DeepSeek, è possibile svaccare? Il termine lo imparai grazie a Gianni Celati che soleva dire che a uno scrittore non solo è lecito disperdersi, svaccare, ma è necessario. L’ex agerare, l’uscire dall’argine, l’esondare, rendendo fertilizzanti i campi adiacenti al proprio flusso mentale. Gianni amava camminare alcune ore al dì; era, per lui, un andare a vanvera.
La domanda che avrei potuto rivolgere ai due studiosi è in fondo questa: è possibile scherzare con l’AI, in modo che sia noi che sia in grado di capire che è soltanto un gioco? Se DeepSeek, o chi per lui (o per lei), svacca un po’, può capitare che alla fine mi dica: ehi, che credi!?, stavo scherzando!
Se la scrittura fosse ogni volta un evento serioso, e non semplicemente serio, non m’interesserebbe manco un po’. Io amo motteggiare, scherzare o, come dicono altrove: pazzià, iucà.
Una vita accigliata e cupa non è il sogno di nessuno, credo. Nemmeno di un’AI! Né di un’IA!
Scrivere è incidere con uno scalpello: ed è frutto tanto di serietà quanto di facezia. È come compiere un esercizio ginnico che consente di tonificare i muscoli, non solo, semplicemente, di svilupparli. È un aggrovigliamento (un entanglement) di nozioni e di testi assorbiti in varie età e circostanze.
A me gusta utilizzare diversi (chiamiamoli così, per celia) algoritmi letterari. Se scrivo Prof, chi mi conosce sa a chi mi riferisco: Luciano Floridi, docente universitario di Oxford, nonché presso l’Alma Mater di Bologna, Big Expert d’IA.
La scrittura è basata sia su una folle eccentricità, sia su taluni, incliti, luoghi d’attrazione. L’uomo necessita di legami, nonché di libertà. Ed è la doppia scelta religiosa a cui non costringerei nessuno, ma che suggerirei a chiunque, a me in primis.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Mafe de Baggis, Alberto Puliafito, E poi arrivò DeepSeek, Apogeo, 2025
Info
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