“L’avventura del Metodo” di Edgar Morin: la vita nutre l’opera?
Prima di iniziare a leggere il saggio L’avventura del Metodo, scopro che Edgar Morin, l’autore, ha circa 102 anni, due di più di Henry Kissinger. E pare che sia ancora vitale.

Chissà quali altre sorprese ci riserverà in futuro. Tifo per lui, anche perché ha la faccia simpatica. Come lo è la sua scrittura, priva di qualsiasi supponenza e di pedantesca ostentazione di cognizioni, di cui egli certamente abbonda e che tracimano da ogni pagina. Eppure non dà mai l’impressione di esagerare, anzi, sembra quasi soltanto accennare alle varie problematiche. Sembra, poiché in realtà le sviscera una a una con acume e profondità, nonché con saggezza.
Quest’opera pare e probabilmente è una summa delle sue principali dottrine, per cui frequenti sono i rimandi alla sua vastissima opera.
Si parte dalle “domande fondamentali” di Kant, “alle quali si è ispirato tutto il lavoro della mia vita: ‘Che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare’”. Da cui sorge il quesito che mi pongo io stesso giornalmente: E mo’? C’aggio a fa’?! Per cui in genere m’ispiro all’Enten Eller di Søren Kierkegaard, autore che non è indicato nell’Indice Analitico di fine volume. Questa potrebbe essere il primo quesito che porrei all’autore, se lo scorgessi seduto a un tavolino di un bar, magari all’uscita di una libreria: cosa ne pensa dei proponimenti espressi da quel danese?
A pagina 13 leggo: “Figlio unico e solitario, leggevo moltissimo quando era in vita mia madre…” – e di quel vuoto creato dalla scomparsa della genitrice e del pieno che gli fu imposto, ho deciso di non riportare nulla. Occorre leggere il saggio, che è anche un romanzo, se lo si vuol sapere.
Leggeva tutto, rispetto a me che prediligevo i giornalini, e solo alcuni autori, dappertutto, io no, solo a casa, lui, anzi, tu, Edgar Morin, anche “a tavola durante i pasti, in classe sotto il banco, nel metrò, in poche parole in tutti i momenti possibili…” – quando la mia malattia di lettore s’aggravò, divenendo poi stabile e priva di crisi, salvifiche o mortali che fossero, divenne un mio problema esistenziale. Rifuggii per un po’ gli amici, che solo qualche anno cercai di riscoprire. Chiesi a mia madre d’insegnarmi a far da mangiare, lei dapprima acconsentì ma quando vide che andavo a imparare tenendo un libro in mano, non volle saperne di farmi da filosofa peripatetica. E fui cacciato da quella gastronomica Elea. Me ne feci una ragione. Trovai poi sempre qualcuno disposto a cucinare per me.
Citi Anatole France, di cui lessi nel 2017 un romanzo sui generis, Gli dei hanno sete, il cui ricordo collima con quanto dici di “questo scrittore ormai dimenticato”, che “era stimato per il suo ‘scetticismo sorridente’” – ideale per chi si nutre, come te, di “impossibilità di credere”, ma poi, anche, nei tuoi “slanci di fede”, che, dici, non sono però riusciti a sradicare “il dubbio”, che accompagna da sempre la tua, e la mia, vita. Dubito ergo sum?
Hai vissuto anni in cui “la paura del comunismo suscitava adesioni al fascismo…” – e viceversa. Cercasti dunque una “terza via”, che già si stava affollando di mente eccelse, che auspicavano come te una soluzione “che avrebbe permesso di superare la crisi della democrazia – gettando a mare i mostri del “capitalismo”, e “che avrebbe riformato profondamente la società umanizzandola” – bah, mi domando che ne resta di quei sogni ormai secolari.
Una cosa apprezzo in te: citi spesso Arthur Rimbaud, quando dici: “possedevo ‘la verità in un’anima e in un corpo’.” – e non basta averla, occorre animarla. Questo è lo scopo della tua e della mia vita. Arthur, per esempio, a quanto ne so, accendendo il suo motore, scoppiò in aria. E poi fuggì, Altrove.
Nella tua vita, a quanto leggo, ti sei opposto a chi aveva la pretesa “di controllare la vita intellettuale e la letteratura”, come chi definì un genio che aveva meritato il Nobel “come ‘vecchio fascista pederasta’” – purtroppo, e qui stravolgo un detto che gira da noi, la madre dei conformisti è sempre incinta, mentre nell’originale si parla dei cretini.
Ti poni due domande, che sintetizzo: Com’è possibile credere nella vita dopo la morte? Com’è possibile rischiare la vita per delle sciocchezze tipo l’onore, la patria, la fede etc?
Ti faccio una domanda. Salvo D’Acquisto sacrificò la sua vita per salvaguardare quella altrui. Se avesse avuto un amato consanguineo, il cui decesso fosse stato utile alla causa, come si sarebbe comportato?
Nessuno può dirlo. A mio parere le due domande sono collegate, ma la connessione vale solo se riguardano la medesima persona: si crede nella vita post mortem, per cui si sceglie di donare questa, che pare così caduca.
“Comprendersi, questo è già un passo per comprendere gli altri.” – una frase banale, nel senso più inclito del termine, come quello indicato da Salvatore Patriarca nel suo Elogio della banalità: d’ora in poi me l’appunto nel mio notes elettronico.
“Erwin Schrödinger aveva annunciato il principio order from disorder, secondo il quale un ordine statistico macroscopico nasce da un’accumulazione di disordini microscopici” – un vuoto che brulica e che ri-crea il pieno: io provo ammirazione per il reale, ma sento un’autentica venerazione per il virtuale, che pare riempia il vuoto senza neppure esistere. Si tratta di uno dei misteri del Kosmos, che è ordine, appunto, fondato nel disordine.
Secondo Heinz von Foerster, “la conoscenza non è la computazione di una realtà, ma la computazione di una computazione. Da qui il suo costruttivismo che, da parte mia, ho attenuato in co-costruttivismo.”
Osservando l’importanza dei tre assi, il mondo fisico, così in balia dei propri eventi (la metafora è mia), quello vivente, così in bilico fra il caso e la necessità insegnata da Jacques Monod, la possibilità di intersecare le diverse discipline acquisite dall’umanità, reca necessariamente a una “conoscenza complessa”, che agisce “intrecciando un tessuto comune”. Sto cercando di sintetizzare, col rischio d’incorrere in qualche arbitrio. Del resto nulla è certo se si parla di conoscenza e l’errore è sempre dietro l’angolo, dopo di cui occorre vedere dove ti fa fatto di-vagare.
“La parola metodo si impose improvvisamente alla mia mente”: essa “unisce i termini greci métis (astuzia, stratagemma) e ódos (cammino): camminare è salvifico, soprattutto se lo si fa ‘a lungo e con difficoltà’”, al fine di edificare un pensiero, come fosse un faro da cui poter scrutare nell’immensità: ovvio che questa banalissima metafora è mia. Ma sono certo che tu, Edgar, la condividerai, specialmente se ti dico che è scrivendo del tuo libro che forse sto iniziando a comprenderlo.
Sono i rami secchi del tuo baniano (per usare una tua metafora) che permettono di costruire il mio.
“… ogni osservatore dovrebbe integrarsi nella sua osservazione e ogni attore osservarsi nella sua azione.” – e ogni lettore riconoscersi nelle sue sottolineature, ricordando che la quantistica ormai ha verificato che ogni osservazione muta l’oggetto osservato, anche la particella muta noi, anch’essa, nel suo piccolo, ci sta scrutando.
“La conoscenza ha bisogno di autoconoscenza; l’autoconoscenza del soggetto umano ha bisogno non solamente della conoscenza della complessità umana…” – come dimostri nei tuoi libri – “ma anche della conoscenza individuale della sua complessità personale…” – difendendoci, a quanto ammonisci, dalla “menzogna a se stessi” – e molta di essa nasce da quel verbo che tanto poco piace a una mia amica di nome Alessia: credere. Do you think o do you believe, Edgar?
“Sopravvivere non è vivere…” – ma, per parafrasare il detto: I soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria… – io dico: finché c’è sopravvivenza c’è speranza.
Vivere è anche la somma delle tre cose che indichi a pagina 53, e io riporto la battuta di Totò: è la somma che fa il totale, a cui aggiungo: anche se uno degli addendi al momento è di valore nullo. Ancora: piànşer fa trê e réder fa trê, sempre lo stesso risultato. Per cui, nel cammino, infiliamo in bocca una ghiaina (lo facevano nella materna Gavassa ma anche nel Mato Grosso, ho letto) e cerchiamo di proseguire, nonostante tutto.
“Tutte le riforme sono interdipendenti.” – tutto lo è.
“… tutte le cose sono causate e causanti, adiuvate e adiuvanti, mediate e immediate…” – all’s entangled.
Dici, e io non posso che approvare, che è: “impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, altrettanto quanto conoscere il tutto senza conoscere le parti una per una” – il che, purtroppo, mi fa leggere troppo e vivere poco. Ma qui mi salva un antico adagio arşân: tót i cajòun a gh ân la só pasiòun, e noi due ne siamo la prova vivente.
“L’intreccio” di tutte le crisi del mondo fa sì che la cosiddetta “umanità” alla fine non pare riuscire mai “a diventare Umanità…” – il dubbio che mi sorge a volte è che non esista, ed è per questo che leggo un ottimista come te, che suggerisce diverse azioni-controazioni, come “Mondializzare/demondializzare”, “Sviluppare/inviluppare”, “Crescita/decrescita”. Auguri! No, che porta iella. Pensa che in italiano, in francese non so, si preferisce l’espressione In bocca al lupo!, oppure In culo alla balena!
“È a questa missione che mi credo destinato ormai” – seguire la linea che divide “l’improbabile” dall’“impossibile”: ricordati l’effetto tunnel quanto-meccanico, che consente una transizione a uno stato impedito dalla meccanica classica. Si tratta di un paradosso quantistico, un andare oltre la comune opinione da parte della realtà in cui si vive. Una particella non può superare una barriera, se è priva della necessaria energia. Poiché le funzioni esponenziali non sono mai riducibili a zero, deve pur esistere una pur minima possibilità che essa, prima o poi, riesca a passare. Spari un protone contro una barriera supermassiccia: il 99,99% delle volte essa sarà bloccata. L’ultimo 9 però non è infinitamente periodico, e la misura delle probabilità non sarà mai uguale a 100%: nulla lo è, ‘n coppa a ‘sta terra. Tutto prima o poi può necessariamente accadere. Ergo, anche i porci orwelliani un bel giorno scopriranno com’è in fondo bello e foriero di soddisfazioni di essere onesti e corretti.
“Credo nella religione dell’umanità.” – mi domando che ruolo abbiano le nutrie in tale progetto.
“L’amore, l’amicizia, nutriti dai miei fervori mistici e nutritivi per essi, mi conducono sulla soglia dell’estasi” – è la passione che in sanscrito è kam’a, passione, da cui derivano quei due sentimenti (nonché kāma sūtra).
Ancora Arthur Rimbaud: “La vera vita è assente” – cioé virtuale, ergo c’è, bisogna solo attenderne gli effetti reali.
“Da allora la mia vita e la mia opera divennero inseparabili, giacché la mia vita nutriva la mia opera e di rimando la mia opera nutriva la mia vita” – e come diceva il solito personaggio, in genere femmina, delle commedie di Goldoni: come ti com-patisco!, il trattino è mio. Anche per me è così.
Dopo le delusioni che patisti, per le interpretazioni fallaci del marxismo, dici: “compresi che la vera forza di resistenza all’errore e all’illusione consisteva nell’unione del sensibile e del razionale.” – condivido!
“Ho scritto Il metodo con amore, nell’amore. L’ho scritto come un parto nella sofferenza e nella gioia.” – la scrittura è sempre una deiezione. Che poi ne esca fora ‘na criatura o nu str, lo si scopre solo dopo quel catartico atto. Ma lo sto dicendo al mio maestro, senza scuorno.
“Prosa e poesia sono due polarità dell’esistenza tra le quali si trovano qualità miste e neutre.” – e sono le meno divergenti in natura!
“Ciascuno di noi è bipolarizzato tra l’io egocentrico e il noi dell’integrazione comunitaria.” E chi non è bipolare getti il primo moditen depot!
“Per me vivere significa avere in sé tutte le qualità della vita” – tutte le mie. Le tue e quelle di chi frequento, magari assiso su un divano o su qualche altro trono. Leggere, come scrivere, è condividere. Ma a chi lo sto dicendo?!
“La dialettica ragione/passione ci suggerisce che, se c’è saggezza, deve comportare un po’ di follia.” – stato mentale che imparai, pensa te, più che da Friedrich Nietzsche, da Andy, il tuo forse inconsapevole ed eccessivo tuo non ancora lettore, mio sapido affine. Un pomeriggio… io e Andrea eravamo distesi dopo pranzo… ognuno sul suo lettino… Cominciai a fargli un po’… di morale e a interrogarlo su quanto andava fatto nella vita. Alla fine, avendo egli indovinato tutte le risposte, gli dissi: Complimenti!… Lo sai, André?… In teoria sei un bravo ragazzo!, al che lui prontamente mi rispose: Sì. Lo saccio. Ma è la pratica che mi riesce difficile! – Andy sarebbe il tuo più entusiasta e al contempo problematico allievo.
Tu esalti molto l’idea dell’“estasi” e dici che “la rasentiamo nell’incanto, nello stupore, nel rapimento dinanzi alle opere sublimi…” – delle varie arti e mestieri e di fronte alla natura. Io sono troppo anziano per aderirvi: che siano cose per voi giovani? Talvolta ho avuto un accenno di percezione in tal senso, ma è durato così poco che me lo sono dimenticato.
“Comprendere l’altro! Comprendere che è sapiens/demens, faber/mythologicus, oeconomicus/ludens. Comprendere che può passare da uno stato all’altro, dallo stato di ragionevolezza allo stato di follia, dallo stato di bontà allo stato di malvagità, come una particella quantica può essere sia onda sia corpuscolo, essere potenzialmente in più luoghi nello stesso momento” – sì, ma quando è attestata è sempre particella, e alla fine finisce colà e non da un’altra parte. Si tratta, secondo Roger Penrose, di uno Z mistery, ancora insondabile.
Intanto prendo atto di questa parola “relianza”, misto di relier e alliance, un collegamento a fin di bene. Ma cos’è il bene, alla fine? Esiste o è come Dio, una doxa? Il fatto che quella parola che tanto esalti sia stata coniata da Marcel Bolle De Bal mi fa sorridere, per cui devo lottare con me stesso per scivolare nell’ennesima, sciocca, piolata.
Oltre che I due Umanesimi, di cui parli in apertura di 6 L’umanesimo rigenerato, che evito per non dovere salutare il pur geniale Descartes, che poco ho in simpatia, leggere è anche evitare di citare, mi rivolgo ora a La trinità umana, per cui Cartesio, Morin, Pioli e compagnia cantando, ognuno di loro è “trinitariamente, nello stesso momento, individuale, biologico e sociale.” – e qui mi oppongo, Vostro Onore: nello stesso momento? È il tempo che tenta assurdamente di esistere?
Condivido tutte le tue spiegazioni e conseguenze, ma rimane appeso quel quesito.
“Il grande problema dell’essere umano è quindi saper dialettizzare ragione e passione…” – a volte lo si impara, e lo si conta, sposandosi.
“Il secondo realismo, quello autentico, sa che il presente è un momento del divenire.” – in cui i buoni diventano cattivi e viceversa, a seconda di chi ha vinto la tenzone. Tu che sei francese, ma anche io che sono italiano, ma che non ho vissuto la Liberazione, possiamo capire. Tu di più, ovviamente.
“… niente è più mortifero del perfetto.” – perfectus est morì quel fatidico giorno.
Il “destino terrestre dev’essere l’evento chiave del nostro secolo” – e di quelli avvenire: non il demenziale e atroce Fato, ma quel che ci permette di de-stinare noi stessi da qui a lì. Chiamalo, se vuoi, libero arbitrio, per cui facciamo quello che ci pare, anche se il resto del Kosmos ci sta remando contro. Abbiamo una pur minuscola in-dipendenza.
Dell’ultimo capitolo colgo: “Ma se si toglie al razionalismo ciò che ha di non-razionale (cioè, l’umanesimo), se gli si sottrae ciò che ha di veramente razionale (lo spirito critico), allora restano solo l’idea di ordine puro e ciò che essa comporta di rigidità, di intolleranza, di incomprensione…” – etc etc. sono d’accordo, caro il mio Maestro.
Ti chiedo: è anche per te ovvio che non bisogna mai dimenticare quel grano salis?
E poi: quando si parla di etica, a chi dobbiamo rivolgerci per capire di cosa si sta cianciando? A noi stessi, nonché a una platea di autori che ci hanno indicato la strada? Ma poi siamo sempre noi a decidere cosa è giusto e cosa non lo è? Enten-Eller? Ma perché non citi mai il mio filosofo preferito? Chissà che ne pensi dell’altro, che ancora non ho cominciato del tutto a capire veramente: Jiddu Krishnamurti, che insegnava di andar al di là del conosciuto?

Apprezzo molto il tuo “Non c’è ‘dea Ragione’” – anche quella d minuscola. La mia grecista preferita, mia figlia Anna, dice di No!, ma io ti propongo di far derivare ebbro da “hybris, follia”.
Amo questa tua frase: “tutto ciò che è separato è inseparabile” – come quelle due particelle che sono vittime/utilizzatrice dell’entanglement quantistico, che cito così spesso che mi sono stufato (chi ha bisogno di lumi, consulti zia Wiki).
“C’è, in effetti, qualcosa di eccessivo, di sovrappiù, di straripante, di inutile, di gratuito, di favoloso nel reale.” – per esempio la mia reazione al tuo saggio romanzo, al tuo romanzo saggio. Io parlo molto di me, ma anche tu non scherzi in auto-riferimenti.
“… la ragione stessa è impensabile senza l’altro che è il suo negativo”.
Arthur, tu, io, ma anche Julio Cortázar, per sparare il primo autore che mi viene in mente, insieme ora canteremo il nostro inno trans-nazionale e trans-patriottico: Je est un Autre!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Edgar Morin, L’avventura del Metodo, Raffaello Cortina Editore, 2023
