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“I barbari del Sud e altri racconti” di Ryūnosuke Akutagawa: un giapponese alla ricerca di Cristo

Imogayu: “riso bianco bollito con patate dolci di montagna tagliate a pezzetti e immerse in un succo dolce di edera, a quel tempo era considerato una squisitezza ineguagliabile perfino sulle tavole dei regnanti”.

I barbari del Sud di Ryūnosuke Akutagawa
I barbari del Sud di Ryūnosuke Akutagawa

È la necessaria premessa, che occorre a pagina 12 de I barbari del Sud e altri racconti di Ryūnosuke Akutagawa. A pagina 7, l’autore, che da un po’ non incontravo sulla mia strada (ma dov’era finito?) afferma: “anche qui mi piacerebbe indicare con precisione il suo nome e cognome, invece di scrivere ‘un certo’, ma sfortunatamente, non ci sono tramandati dalle antiche cronache.”  

Il racconto, scritto nell’agosto 1916, mentre nella cristianissima Europa infuriava la guerra, era cominciato così: “Questa storia ha inizio alla fine dell’era Gankyō o al principio dell’era Ninna. Quale sia l’epoca, ad ogni modo, non ha molta importanza nella nostra storia…”: è compito dello scrittore decidere, di volta in volta, quel che è cogente dire e quel che è necessario scartare.

“… nel periodo Heian” viveva “un certo goi”, che nella nota è così descritto quale “letteralmente, ‘quinto grado’, rango molto basso di ufficiale di corte…” – una specie di sottotenente.

“Ma il ‘saziarsi di imogayu’, che Goi sognava a occhi aperti, divenne realtà più facilmente di quanto pensasse. Raccontare fin nei particolari come ciò avvenne, è lo scopo di questa storia.” – ma non necessariamente di questa mia reazione: ci devo pensare. Quale potrebbe essere il vero fine della scrittura? Forse tentar di capire in che modo un fatto minimo possa e debba riguardare prima un valente scrittore e poi il suo ameno lettore.

Da piccolo adoravo la pastarèsa, che non era altro che un banale ed eroico impasto d’uovo, reggiano-parmiggiano e pangrattato, grattatugiato e imbrodato. Ci scriverei su un racconto? Ora che ci penso, sì, perché tutto un altrettanto banale ed eroico mondo ci girerebbe intorno: mia madre in primo luogo, ma ancor di più la mia vorace bocca, che normalmente era inappetente. In casa e fuori ero detto brêga vōda, braga vuota, per com’ero magro.

Goi “innanzi tutto aveva una gran premura che il tempo passasse e insieme temeva che il mattino – il momento in cui avrebbe mangiato l’imogayu – arrivasse troppo presto.”

Inquietudine poteva essere un titolo alternativo, anche se Imogayu è più preciso. In ogni caso “l’inquietudine che aveva temporaneamente dimenticato concentrando la propria attenzione all’esterno, di colpo ritornò nel suo animo.” – eh, me l’aspettavo!

“E si rafforzò ancor più l’idea che perfidamente non lo abbandonava, di non mangiare troppo presto l’imogayu” – il che avrebbe reso ridicoli e imbarazzanti “tanti anni” di penosa attesa.

A pensarci bene è una vita che non mangio più pastarèsa, nel frattempo sono altrimenti ingrassato, mamma è morta e poche reșdore (reggitrici di casa, mogli dei capifamiglia) la vanno preparando ancora. In effetti a scomparire sono stati per primi i capifamiglia: this is the problem!

“Goi pensava sempre di più che quelle gigantesche patate dentro gli enormi calderoni sarebbe diventate imogayu. E pensò che lui stesso per mangiare quell’imogayu era avvenuto da Kiōto. Facendo un lungo viaggo fino a…” – fino a quel piatto infame, per cui “l’appetito, degno di compassione, del nostro Goi era ormai quasi passato.”l’appetito, dice l’etimo, è il mostro che abita dentro di noi e che ci conduce nel luogo dove arderà la passione. Come tutti i fuochi, anche lei si quieterà. E il freddo s’insinuerà dentro l’anima nostra.

Ora quella nefanda vivanda (rima involontaria), era esposta in “straordinaria quantità”, sotto gli occhi ormai sazi di Goi, e “riempiva fino all’orlo”, quasi tracimando, “uno hisage d’argento” – che, spiega la nota, è un “recipiente a forma di pentolino provvisto di manico”.

E “non stupisce che Goy, di fronte all’imogayu contenuto nello hisage, prima ancora di toccarlo, si sentisse già sazio…”. E finì che “lo inghiottì controvoglia mentre il suo naso rosso diventava sempre più rosso.” Partendo da tali premesse “il solo pensiero di ingoiarne ancora gli fece venire la nausea” – ma respingerlo era impensabile, in quanto avrebbe reso “vana la cortesia di Toshihito e Arihito.”

Il residuo di quella pietanza venne poi elargita a una volpe affamata. E l’anima di Goi restò “come un cane dal pelo lungo e senza padrone” – essendo svanito nel Nulla quel suo sogno antico – “ma, allo stesso tempo, anche felice di custodire il suo desiderio di saziarsi di imogayu.”

Il racconto finisce con “un forte starnuto” – e, anche se Akutagawa omette di dirlo, con un senso di liberazione per tutti, per Goi innanzitutto, ma anche per l’autore e il fido lettore.

Di Akutagawa amo questo genere di frasi, non rare nella sua prosa: L’Ebreo errante è l’argomento del terzo racconto, che lo scozzese William Sharp, sotto lo pseudonimo di Fiona Macleod lo ha preso a soggetto per un suo racconto di cui però mi sfugge il titolo.”

Quando lo scrisse (1917) Google era nella fantasia inconscia di chi, altrove, stava crepando in trincea. Forse anche in quella di Akutagawa, quando, un decennio più tardi, emigrò via per sempre, avendo ecceduto nella dose di Veronal, in modo non dissimile da Marilyn, che era meno giovane di circa un anno (35 ne aveva lui, 36 lei).

Ogni storia ha quella peculiarità che la rende diversa dalle altre, nonché unica.

Akutagawa dà una chance al lettore che, qualora intendesse “farsi un’idea della scena di quel momento…” – uno dei tanti che ci girano intorno – “… non gli resterebbe altro che di ricostruirla con la propria fantasia, basandosi sui soli elementi che sono stati registrati…”omissis…

“Tuttavia, nel caso che il lettore avesse qualche difficoltà a far ciò, potrebbe forse essere un buon aiuto alla sua immaginazione presentare qui a grandi linee l’abbigliamento dell’ebreo errante così come ce lo descrive Peck nella sua…” – al momento non mi va: chi lo desidera conoscere dovrà leggerti, caro.

Un particolare da Nulla (“il santo ricevette dai marinai qualche fico del carico e ne mangiò insieme all’ebreo errante”), dici, “lo riferisco perché l’ho menzionato prima, facendo riferimento alla stagione, ma ovviamente non è un fatto di grande importanza.” – ma lo diventa a definirlo tale.

Non sei cristiano, ci mancherebbe altro, ma la disamina di quella folle religione pare affascinarti.

In Morte di un credente, anche se è giusto dire di una credente, narri di una triste e salvifica vicenda di un essere che “esalando serenamente l’ultimo respiro, lasciò sulle proprie labbra un sospiro di pace. Oltre a questo, pare che null’altro si seppe della vita di questa ragazza. Del resto cosa importa? Perché tra tutte, la cosa più preziosa della vita, quella che nessun’altra può sostituire, è l’emozione dell’istante che fa vibrare e vince il cuore.” – e ‘sto folle sentimento ora sto provando.

“Ho aggiunto, per esigenze di pubblicazione, abbellimenti letterari…” – e che il tuo dio te ne renda merito, se è buono a farlo, se ci riesce…

Ne “La vita di San Cristoforo”, basato su un’agiografia che ti capitò di leggere, “si susseguono una dopo l’altra, imprecisioni di tempo e di luogo che a volte rasentano il ridicolo, ma, nell’intento di non alterare il colore dell’epoca dell’originale, ho deciso di non apportarvi alcuna modifica. Mi auguro che la maggior parte dei Lettori non dubiti del mio buon senso” – innanzi tutto ringrazio il traduttore (il senz’altro preciso Marco Ruggiero), per la L maiuscola. In secondo luogo non dubito del tuo buon senso, anche se non so spiegarmi le ragioni di quel gesto che compirai fra 8 anni.

Un doveroso spoiling: il protagonista inizialmente si chiama “Reprobus”, respinto nel retro dalla giustizia di Dio, non essendo probus, onesto. Preso da follia esistenziale, l’unica che ci è consentita, egli desidera diventare il vassallo del più grande dei condottieri e, alla fine di un’affannosa e rischiosa ricerca, incontrerà il suo Signore e lo recherà sulle spalle: per cui sarà da tutti chiamato Cristoforo.

Un bel giorno un misterioso io narrante si recò presso “una sala di un’esposizione di una pinacoteca”, dove s’imbatté in un quadro intitolato “se non ricordo male” Palude.

“La cosa singolare, inoltre, era che l’autore, nel dipingere le piante lussureggianti, non aveva utilizzato neppure una pennellata di verde” – come, una decina di decenni più tardi non capitò a Uemon Ikeda, nel dipingere L’erba del signor Suzuki.

“Continuando a fissarlo, mi resi conto che era racchiusa in esso una forza straordinaria.”

L’io non può evitare di udire il ringhiare di una lingua canina: “Dicono che fosse impazzito perché non riusciva a dipingere come desiderava, solo in tal senso, posso apprezzarlo.”

Ascoltato, anzi, subito il bieco abbaiare di quel nefando critico, “che si dava l’aria di un grande intenditore”, quell’io narra che “uno strano brivido percorse tutto il mio corpo…” – avendo egli colto nel dipinto l’immensa forza della natura, che non è semplice da reggere dentro di sé.

Amo Giuliano Kichisuke perché “essendo stupido dalla nascita, era costantemente oggetto di scherno da parte dei compagni, e sottomesso ai servizi più umili, al pari di una bestia.”

Andando ieri al cimitero di Gavâsa, dove sono sepolti i miei cari, in una tomba familiare, spiccava, fra le foto dei vari parenti, la bocca ridente e molto dentata di un giovane probabilmente schizzato. Era l’unico deceduto che pareva aver preso con allegria l’evento per cui era lì sepolto.

Ryūnosuke Akutagawa
Ryūnosuke Akutagawa

Tornando al tuo Giuliano, dopo esser stato crocefisso per aver capito il miracolo della venuta di Cristo, dopo tanta atroce azione, e anche qui la rima è tanto involontaria quanto accettata, “tutti gli hinin si stupirono del fatto che emanasse un profumo sublime.” – come può capitare ai cadaveri dei savi: e ora anche allo “stupido santo che, tra i martiri del Giappone, io amo di più.”

Sorvolo su alcuni eccelsi racconti che non mi causano la scrittura. Sono io il responsabile, non tu. Mi preme riportare questa tua frase: “Io non avevo provato un particolare dispiacere per la mia morte. Però in qualche modo sentivo un certo imbarazzo di fronte a S.” – che ora ti chiedeva se stessi “lavorando a qualcosa”, al che tu: “Sì, avevo appena cominciato a scrivere un lungo lavoro”. Nel frattempo eri morto, e S., arzillo, recitava la parte del vivo, tu di quello che se n’era involato Colà.

E questa è la più lancinante paura che prova qualsiasi scrittore che (non) si rispetti: non compiere la propria opera. Virgilio e Kafka avevano pregato i loro amici più cari di bruciare le loro opere incompiute, ma quelli, per fortuna, furono troppo vili per mantenere la promessa.

Nella Postfazione di Ruggiero leggo un riporto da una nota da te scritta nel 1925: “Quando mi viene chiesto: ‘Tra i suoi racconti ce n’è uno a cui è particolarmente affezionato o che predilige?’ rimango un poco perplesso.” – come ti capisco! – “Non riesco a scegliere un racconto in particolare che abbia queste caratteristiche, né riesco a pensare che ve ne sia qualcuno che meriti una considerazione speciale.”

Qui il discorso si fa difficile. Quale scrittore o poeta non ha il proprio figliolo preferito? Quello portato innanzi agli altri, come quel Reprobus che recò sulle spalle il Cristo, non il più amato, ma colui che più ti pare emerso dal Nulla apposta per te.

Conosco un certo R. che chiamava il proprio nipote il mio secondo figlio, recando così un involontario dolore alla figlia maggiore, che già soffriva di gelosia. Côşi ch câpita ai vîv. E tu, subito dopo, riesci a individuarli: Morte di un credente e La vita di San Cristoforo.

Anch’io ho amato la storia di quello beato stolido e quella di quell’ambizioso servo del più potente dei Signori. Per cui ti posso dire soltanto questo: grazie, Akutagawa! E posso soltanto aggiungere: A presto!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Ryūnosuke Akutagawa, I barbari del Sud e altri racconti, Bordeaux Edizioni, 2022

 

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