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“Fantastiche creature della Pianura Padana e dei dintorni” curato da Luciano Pantaleoni con illustrazioni di Giulio Taparelli

Non v’è impresa che più meriti d’essere lodata di quella che cerca di salvare i ricordi, i miti, le immagini che stanno ormai sparendo, in nome di quel gioiello poetico di John Keats: a thing of beauty is a joy for ever.

Fantastiche creature della Pianura Padana e dei dintorni
Fantastiche creature della Pianura Padana e dei dintorni

L’opera Fantastiche creature della Pianura Padana e dei dintorni che sto analizzando è una vera e propria enciclopedia che analizza e descrive le meravigliose creature che sono nate nelle menti della gente padana, che è vissuta limitrofa al Padus-Po, da cui deriva il nome, che è, come altri fiumi, un luogo dell’anima, perché nei corsi d’acqua l’uomo scorge il segreto della vita: nulla è definitivo, tutto è immanente, anche il mito, ché anch’esso scorre nella mente di chi lo concepisce e lo tramanda, a voce o per iscritto, a chi lo trasformerà per poi trasmetterlo, in quel processo in cui J. L. Borges ha individuato il fine della scrittura, la meno incerta forma di sopravvivenza dell’animo umano. Verba volant (quante espressioni sono andate perdute, forse per sempre!), scripta manent.

Nell’Introduzione che illustra I luoghi, leggo una citazione tratta da Un paese di Paul Strand e Cesare Zavattini, che esemplifica compiutamente il mito: “Ho visto tante volte dei luzzaresi, che sembrano anime dure, arrivare al Po, sotto sera, in bicicletta, stare davanti all’acqua in silenzio, cinque minuti e poi tornarsene indietro, pedalando adagio, come se fossero stati in chiesa.

Luciano Pantaleoni ha descritto le figure mitiche e mitologiche di quella zona d’Italia, dove tutti sono passati (da Attila a Napoleone, a Bakunin), perché non si può evitare di farlo se si va dal nord d’Italia a sud e viceversa, giovandosi della collaborazione di altri cultori delle tradizioni – anche il carpigiano Mauro D’Orazi, per cui pare sia occorso lo sconcertante miracolo dell’incontro fattivo tra un correggese e un carpigiano! A parte gli scherzi: per ricordare il passato di un popolo occorre la coesione di tutti, nessuno escluso, essendo ciascuno foriero di un mistero che nessun altro ha finora conosciuto.

Le più che immaginifiche illustrazioni appartengono allo scomparso Giulio Taparelli, anch’egli un mito da salvare, a me non più sconosciuto grazie a questa provvidenziale pubblicazione.

Comincio dalla prima creatura, che poi temo che dovrò operare una cernita, simile a quella degli autori che, in fase di presentazione, affermano di aver dovuto “scegliere quelle che ci apparivano più interessanti e significative” – mentre per me il discorso sarà diverso, poiché reagirò soltanto quando, per un mio pregresso vissuto, avvertirò la necessità di aggiungere un mio commento, per dare anche il mio piccolo contributo.

“Le Anguane sono creature controverse: buone e cattive, suadenti e aggressive, fate e streghe”mezza donna e mezza serpe, in tempi diversi, a volte l’una e a volte l’altra. Si narra di una serva che sposa il suo padrone, con l’avvertenza: “non toccarmi mai con il rovescio di una mano”. Questo però accade, anche se il gesto di lui è di tipo protettivo e all’improvviso la donna sparisce. Quando la incontra di nuovo, non può riconoscerla, essendo lei diventata una serpe (Anguana dal latino anguis, serpe) e, inorridito, la uccide. D’ora in poi, tornando a casa, egli troverà sempre i suoi “figli spettinati, pieni di fame e la casa in disordine.

La mano rovesciata ricorda il manrovescio che, per via delle nocche, duole più dello schiaffo. La favola è un monito: non cercare mai di svelare il volto segreto di una donna o saranno guai! Una donna può essere più letale di una serpe, ma senza di lei l’ordine svanirà come d’incanto.

Barababèn detto anche Cardinalèn, folletti vestiti con “un saio rosso, molto simile a quello portato di vescovi, e un berretto del medesimo colore…” – e che ama gli scherzi: “nasconde o sposta gli oggetti in modo che proprio quando ce n’è bisogno, non li si trova mai, oppure fa scappare il bestiame.” – e questo, di certo non a caso lo apparenta al calabrese monacheddu e al campano monachello, che ha anch’egli il vizio di celare gli oggetti e che, secondo la tradizione, sono folletti in cui alberga l’anima dei bambini morti nella loro prima infanzia.

Spero sia una consolante notizia: il Bargniff, più o meno, in Europa potrebbe non esistere più, ma è senz’altro fratello della rana golia (conrahua goliath) che abita gli acquitrini dell’Africa equatoriale; e potrebbe essere cugino della rana toro (Lithobates catesbeianus), che affolla le paludi in gran parte dell’America nord-orientale. Se questo, come intuisco, risponde al vero, la dice lunga dell’antichità del mito: questi anfibi giganti affollavano illo tempore lungo il Padus. Ora occorre andare a pagina 35 per scorgerne un esemplare.

Il Bigatto è un baco o un vermedel quale non si riesce a distinguere il capo dalla coda, a cui viene affidato il compito di custodire una gigantesca zucca che può sfamare intere comunità…” – e l’immagine che pare inglobare pagina 37 sembra voler confermare la teoria einsteniana dello spazio curvo. Dopo quella divina rivoltellata che taluni chiamano Big Bang, l’universo è andato espandendosi sempre di più, non essendo infinito bensì illimitato: e dentro siamo alloggiati noi, a volte così affamati che… che ora sospendo la lettura e la scrittura e vâgh a magnêr!

La Biscia del ramoscello, come tutte le sue consanguinee, quando morde sono dolori, ma ha la peculiarità che la rende affascinante, poiché rinasce “abbandonando la propria pelle”. Noi temiamo di lasciarcela, la pelle, ed esultiamo quando l’abbiamo portata a casa, magari dopo aver giurato di venderla a caro prezzo, e di un uomo che pare indistruttibile diciamo che è una pellaccia dura! A un morto la prima cosa che deperisce è proprio la cute.

Asclepio, figlio di Apolloriuscì a resuscitare Ippolito, rampollo di Tèseo, “grazie ad un’erba miracolosa che gli era stata portata da un serpente.” – e questo mi rimembra la filastrocca: “Apelle, figlio di Apollo, fece una palla di pelle di pollo e tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di Apelle, figlio di Apollo!”

La Borda, la Bosma, nonché la Palpastriga, sono figure mostruose che tendono a far annegare la gente, soprattutto i bimbi, con la conseguenza di tenerli alla larga dai fiumi, in cui è sempre possibile scivolare, per poi sparire per sempre. Una volta (fino ai primi anni ‘80) ai bambini era concesso di essere liberi. Mia sorella e io passavamo le nostre giornate, se il tempo era bello, in cortile, con o senza adulti appresso. Ora non più. Ci recavamo a scuola da soli, fin dalle elementari. A sette anni stavo andando al catechismo, che allora era detta dottrina, insieme ad alcuni coetanei. D’improvviso decisi d’attraversare la strada correndo sulle strisce, come m’avevano insegnato, ignaro della macchina che stava passando e che mi mise sotto. Scampai a un’immeritata santità, rompendomi soltanto un pezzo di nuca nonché l’omero sinistro. Quando la mitica sgnor’Elsa suonò il campanello di casa per dire a mia madre, non volendo inquietarla tutto d’un botto, che ero caduto, la mia amata genitrice si limitò a risponderle Beh, as tîra po’ só. e richiuse la porta dietro di sé. La sgnor’Elsa risuonò una seconda volta e fu più chiara nel descriverle l’accaduto. Al che mia madre iniziò seriamente a preoccuparsi. Era concessa ai bambini la possibilità di gestirsi in autonomia, con tutti i rischi connessi. Tutto cambiò col calo delle nascite, quando ci furono sempre meno bambini a controllarsi a vicenda.

A pagina 64, si narra che “un uomo molto vecchio” crede che tutto sia nato da “un polverone lassù, nel buio senza fine…” – illimitato, nel senso che non si riesce a scorgerne una via di fuga. Non freddo, ma proprio gelato, attraversato da “un vento fortissimo che avrebbe portato via qualsiasi cosa, e anche quello non si può mica immaginare.” – anzi, si può, ma rimarrà un’ipotesi, come Dio – dove “l’unica cosa esistente era un gran polverone, forse sospeso in un punto.” – colorato, bianco, oppure nero?

E poi “… il vento, spirando così forte da tutte le parti, ha spinto i granelli di polvere l’uno contro l’altro. E i granelli, sbattendo con una forza incredibile, si scalfivano e facevano scintille…” – e in tal modo nacque il fuoco – e tutte le cose, diventando pietre grandi, “scontrandosi si incendiavano per l’urto” – come tanti esseri irati pronti solo a sbattere l’uno contro l’altro.

Luciano Pantaleoni
Luciano Pantaleoni

L’universo è una grande vescica spinta qua e là nel buio nel fortissimo vento, ma stando quaggiù non possiamo accorgercene.” – soltanto chi è stato coniugato può averne una mezza idea.

Un giorno la vescica scoppierà e tutto ricomincerà da capo.” – come chi divorzia e poi s’imbatte nell’ennesimo compagno giusto, felice d’aver trovato una nuova e idilliaca dimensione esistenziale.

… ora però tocca a me a dire la mia. Da una Singolarità è sorta la Molteplicità, dove ogni ente insegue il suo sogno, allontanandosi sempre di più dagli Altri. Poi, un gelido giorno finirà il carburante, senza che sia colpa di un dissidio bellico, anzi, a causa del termine occorso per sopraggiunto esaurimento, di ogni dissidio, bellico e non: si chiama Entropia Definitiva, che non è null’altro che il compimento di quanto previsto dal secondo principio della termodinamica.

A meno che una passioncella, sorta per caso, magari perché implode una stella dalla massa doppia rispetto al nostro piccolo Sole, non diventa quel Buco Nero che, secondo alcuni (Smolin, Hawking), sfocerà un bel dì in un salvifico Buco Bianco, la nuova singolarità che evacuerà Altrove un nuovo mondo. C’è un’ulteriore ipotesi, che nessuno ha pensato a parte me (si badi che ho appena ingurgitato diversi pezzi di scarpasòun, innaffiati da un po’ di lambrusco rubino, che m’ha ispirato): tutto è glaciale e inerte, ma ognuno con la sua minima informazione, la quale è entangled, correlata, con le Altrui, tanto che le reciproche trasmissioni porteranno a ricreare quel turbinio che ci recherà Colà. E Noi siam Qua! 

A pagina 78 la voce Fada mi fa reagire. Fata e Fato, è risaputo, hanno la stessa etimologia. La Prima è la dea onorata dal Secondo, il Secondo è la final mission della Prima: quel che è stato detto accadrà, perché l’ha pronunciato una Voce Sacra. E allora mi sorge l’idea che in tal discorso v’è, irremovibile, l’Assoluta Fede in quel che accadrà.

Ah, Fede me…” – dice la bimba alla Fata. La Feda è colei che conosce la Voce del Futuro (come odio ‘ste maiuscole, mi fanno quasi soffocare!).

In Segni del tempo il semiologo Paolo Fabbri scrive:L’etimo del vocabolo Futuro è creare” – quel che già fu scritto e che sarà. Occorre soltanto una minimezza ineffabile, un altro corsivo, ma basta!, che c’è oppure no: la Fede. E te pareva!

Illuminante la distinzione “tra al besti (le bestie)” – i bovini, che svolgono funzioni quotidiane, come arare, dare latte e “al nimel” – il maiale, che altrove ha altri nomi, ma è Reggio è solamente al nimêl (si dice anche porc, più che altro abbinato a una divinità). Mi sono sempre chiesto il perché.

C’entra senz’altro l’anima. Forse che le bestie, legate alle catene, non riescono nemmeno a sognarla? Allora è un mondo idiota, dove gli esclusi sono invisibili, fuori classifica, per quanto utili ai bisogni di chi l’anima ce l’ha.

I servitòur che venivano ceduti, ancora ragazzini, ai possidenti, talvolta riuscivano a uscire dalla loro condizione di bestie da soma, diventando minuscoli proprietari terrieri, ancora stremati dalla fatica, ma finalmente in grado di coltivare in proprio la loro anima.

“La figura del maiale veniva caricata di significati e ruoli che superavano la dimensione reale…” – tanto da assurgere, “con in testa una penna”, al rango di “Maiale grifone”, che si collega ad altri animali fantastici.

Non esiste una vacca grifona, nemmeno un toro. Abbozzo un tentativo di spiegazione. Anche i contadini più poveri delle nostre campagne possedevano un bovino o due, rinchiusi nella stalla, utili da vivi (per il lavoro nei campi e per il latte) e da morti (per la carne). Sono in pochi, ancor oggi, a possedere suini, che sono allevati in immense porcilaie, dove vivacchiano spensierati. Si possono forse dedurre delle ragioni di una pur relativa identificazione dell’uomo col porco. Entrambi mangiano di tutto, non sopportano la catena, amano gironzolare, sia pure all’interno di una porcilaia (che in dialetto è ciûş). A un uomo si può dare del nimêl, ma non del bove. Carducci, sì, ne amava uno, ma a debita distanza, come si fa con un essere inferiore che ti fa tanta tenerezza. Tutti gli animali di una fattoria (a parte quelli domestici) sono destinati prima o poi al sacrificio, ma il maiale ha un solo Fato possibile: essere ucciso e poi divorato. Le galline, nel frattempo, hanno il tempo di fare le uova e di razzolare nell’aia. Si è forse mai visto qualcuno mungere una scrofa? I Toscani allevano le vacche chianine, ma quando imprecano dicono Maremma maiala!

Esiste un’espressione meridionale che mi ha sempre colpito: mi vesto da scemo per non andare alla guerra. So di un arşân che aveva ingurgitato una dozzina di caffè prima della visita di leva, confidando in una provvidenziale tachicardia. Un altro si finse scemo (anzi, semo), un esempio di scemo anticipato di guerra allo scopo di farsi riformare. Un altro simulò un’inesistente sordità, raccontando poi agli amici che alle sue spalle il dottore aveva fatto rotolare per terra delle monetine, per vedere se si voltava, ma lui tenne duro, salvandosi la vita. Non sempre chi fa lo scemo lo è. I più amati attori sono i comici, non i tragici. Bertoldino “non potendo superare il padre in astuzia e sottigliezza, lo scavalcava dal lato opposto, nel territorio felice e irresponsabile della semplicità.”

Il riso ti fa obliare le disgrazie (ben lo sapeva Kundera, autore de Il libro del riso e dell’oblio) e un grande regalo psicologico ricevuto da mia madre è il proverbio piânşer fa trî e réder fa trî, il risultato è il medesimo, poiché uno strizzar l’occhio costa quanto una lacrima.

Vino e Morte è l’argomento del paragrafo dedicato a la Mort imberiega, la morte ubriaca. “Sembrer la mòrt imberièga” significa “avere un brutto aspetto, una pessima cera”. Non credo sia possibile umanizzare meglio ‘sto spettro che accompagna l’esistenza, che diventa reale quando viene a mancare una persona cara oppure una ostile. Detto arcigno: e mōr ânch i catîv, muoiono anche i cattivi. Nonna Linda, arcigna ma graziosa contadina, scomparsa a tarda età, quando gli dicevano Sai Nina, è morto il tale… lei rispondeva, con sdegno: I cajòun e mōren – i coglioni muoiono!

Il lambrusco è spumoso, nero, che va alle gambe più che alla testa, e che per mio zio Polimondo (detto Mondo) per far svanire i suoi effetti basta mingere, al va via con ‘na pisêda. Quel filtro magico lo si doveva inoculare ai bimbi con criterio, al fine di far loro compiere i primi passi verso l’iniziazione che li condurrà a poco a poco all’età adulta. Veniva loro dato al vîn sutîl, annacquato (una sorta di mitridatismo), mentre agli adulti spettava al vîn s-cett, schietto, senz’aggiunte idriche. Si dice che il vero arşân sia brót ma s-cett.

La morte va adornata con passione, sennò che gusto c’è a vivere! Quando in un piatto si accostano due ingredienti particolarmente funzionali l’uno all’altro, si dice che l ē la só môrt: al gnôc frét e al persótt o la pansèta copêda, per fare un esempio. Il (non lo!) gnocco fritto e il prosciutto o la pancetta coppata sono l’incontrovertibile prova (e Popper qui annuirebbe) dell’esistenza del colesterolo. Se ci s’imbatte in un arşân con delle macchiette rosse su un polsino, non si tema, a n l ē mia un asasîn, l ē un sburdaciòun, un artista macchiaiolo, perché al bòun lambrósch a gh à al vési ed scapêr, il vizio di scappare. E bléşga şò da Dio, scivola giù da Padreterno!

Se, per mancanza di fondi, la gente non poteva servirsi di uno strumento musicale, non gli rimaneva che usare dei ritornelli giocosi e buffi, per inventare una sua musicalità: “le rime ripetitive, in cui le parole hanno perso il loro significato, hanno valore come suono, come effetto. La deformazione dei finali delle parole crea un gioco narrativo che accompagna musicalmente il racconto verso l’imprevisto e scherzoso finale”: “ninosca bufosca per amore titosca/ le dia una gran bastonata/ ninata bufata per amore titata/ e io gliel’ho data!!

Giulio Taparelli
Giulio Taparelli

Gli aveva dato, al podestà,questa vecchietta buffa”, una “gran bastonata” sul naso – per uccidere una fastidiosa mosca. Bisogna saper cogliere l’attimo!

“Gli omarini sono ‘piccoli uomini’ folletti”messer messerini gentili, ospitali e collaborativi…” – ed esistono ancora, e son detti umarèll: controllano i cantieri, silenti e con le mani ben strette dietro la schiena.

Il Pavarò, da ‘pavor’ – paura”, era il mostro che serviva a spaventare gli intrusi, che potevano entrare nei campi e danneggiare. Anche in questo caso un mostro svolgeva la sua funzione sociale.

Il Pesarol è descritto come un piccolo gnomo, vestito di rosso, con un berretto in testa: di notte si siede sullo stomaco di chi stenta a prendere sonno, gli appesantisce il respiro e gli crea incubi atroci. – e che sia vestito di quel colore, con una cuffietta cardinalizia, com’è raffigurato nell’immagine di Giulio Taparelli, non mi pare sia solo un caso.

Di nuovo un nobile suino: il Principe maiale. Una coppia non riesce ad avere un figlio e lei dice che le andrebbe bene “anche se avesse la forma di un maiale” – e per miracolo fu accontentata.

La stessa sorte accadde a una famiglia reale. Il Principe maiale disse al padre: “Eu, eu, voglio moglie, eu eu, voglio la figlia del panettiere…– e, chissà, forse ce la fece ad averla! A volte mi domando se in questo rapporto coi suini non si celi una forma inconscia di cannibalismo, specie d’alimentazione rituale assai diffusa tra le popolazioni più primitive. In un detto cilentano l’anziano dice al giovane: quannu su muortu tinni fai nu tianu, un giorno mi cocerai in un tegame. Agli dei però era offerto in dono una creatura giovane, mai un ottuagenario, perché preferivano nutrirsi ogni tanto di carne giovane e sostanziosa.

Si diventa quel che si mangia. Deve esistere (e se non esistesse lo fonderei io all’istante), oltre che un umanesimo, anche un suinesimo, dove si esaltano i maialeschi valori. Si sappia per certo che del nimêl non si butta via alcunché. C’è un dogma reggiano che è impossibile da falsificare, neanche Popper si azzarderebbe: la carne di un porco (e che non si discuta il fatto!) è più magra e nutriente di quella di un bovino. Un giorno di festa è quând as mâsa un nimêl, quando s’ammazza un ben pasciuto suino.

La Vecia cativa, che in veneto diventa la Barbantana,ha un aspetto malconcio, con il grembiule pisciolento e la camicia moccolenta, che rapisce e porta via il bambino nel sacco.” – si chiamava Pirolin, piolino, che è il termine con cui si indica il grillino dell’infante.

Nelle favole… la Vecia barbantana si ciba dei bambini trovati soli nei campi, sugli alberi, nei boschi. La Vecia barbantana ha l’abitudine di ingrassare le piccole vittime prima di mangiarsele. Si dice ancora adesso: Hai paura della vecchia che ti mangia?” – Hänsel e Gretel ne sanno qualcosa.

Streghe, Strolghe (da astrologa), Vecchiette, e Vecie cative sono foriere di salvezza o di sventura, a seconda del caso. Ed esistono ancora.

Ricordo un incontro culturale avvenuto nella Rocca Estense di San Martino in Rio, in cui l’antropologa Antonella Bertolucci diede la parola ad alcune medgòuni, medicone, esperte nel segnare caviglie distorte e guarire varie malattie, la cui scienza era obbligatoriamente esoterica, come lo erano le loro preci, forse un misto di arşân e di latino, che non potevano essere comunicate a nessuno, perché quando ciò succedeva presto esse sarebbero morte (di vecchiaia). Un dato mi sbigottì: una di loro, giovane, sui trent’anni, dichiarò che si era ormai specializzata nel guarire (anche) tramite WhatsApp.

La presente opera, la cui lettura si è conclusa stamattina, comprende l’analisi di 84 voci, tutte debitamente corredate da altrettante e meravigliose (in tutti i sensi) illustrazioni, opera del genio di Giulio Taparelli. Sono utilizzate numerose citazioni di opere, e ad hoc sono inseriti i commenti di Luciano Pantaleoni.

Le note poste in basso indicano i dati dei saggi e delle opere letterarie citate, fra cui spiccano L’Orlando innamorato, quello furioso, e soprattutto Gargantua e Pantagruele. Sono convinto che i tre rispettivi autorucoli avrebbero gradito. Notevole è il fatto che ogni volta è indicata la pagina di riferimento.

Un tempo era la nonna a raccontare le favole, ora sono gli antropologi e gli studiosi del passato che fu. Occorre prendere coscienza del fatto che ormai solo i libri possono tramandare la voce della semplice gente. Anche la tivù, il cinema? Può essere, ma non mi fido granché di queste mass media prezzolati. Sia benedetto chi salva scrivendo, anche qualora lo facesse soprattutto per se stesso, perché, prima o poi, altri ne beneficeranno. Cercherò, da parte mia, di rinvenire al più presto una delle opere più citate: Mi ricordo anchora di Pietro Ghizzardi, del ‘76, di cui cito un gustoso passaggio (pag. 31): “… anche in sua prezensa una vecchietta che la chiamavano la charulina diopi a voluto dire anche lei il suo parere a detto a tutti gli altri che si trovavano in sua prezensa a detto a mia nonna madre di mio padre andate a prendere tré bottiglie di aqua bollente una cela mettete in fondo ai suoi piedi e le altre due bottiglie di fiancho alla sua vita doppo dieci minuti aveva inchominciato a dare segni di vita anche quella volta a mia madre cera andata bene.” che fu Premio Viareggio nel 1977, quale opera prima.

Da eternare sono anche “le poche parole” con cui Daniele Benati rappresenta la mia condizione di animale (nimêl) ignorante di Dio: “Sgnorr, s’eg sii/ Fé che la me alma, s’ag lò/ La vaga in Paradis, s’al gh’è.” (“Signore, se ci siete/ Fate che la mia anima, se c’è/ Vada in Paradiso, se c’è.”)

Due ultimi quesiti: a Dio occorre dare del Voi?, e l’anima, la si ha oppure è?

Ai morituri l’ardua sentenza.

 

Written by Stefano Pioli

 

Info

Leggi l’intervista a Giulio Taparelli

 

Bibliografia

Luciano Pantaleoni, Giulio Taparelli, Fantastiche creature della Pianura Padana e dei dintorni, Incontri Editrice, 2022

 

 

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