“Architettura e felicità” di Alain de Botton: una disquisizione tortuosa e pomposa

Generalmente non amo pubblicare stroncature di libri o di film, credo infatti che sia molto più efficace ignorarli: in fondo parlarne significa anche far loro pubblicità.

Architettura e felicità di Alain de Botton
Architettura e felicità di Alain de Botton

Poi mi accade talvolta di incappare in qualche opera di sconcertante bruttezza o inutilità, magari di un autore molto celebrato da pubblico o critica, che mi provoca una profonda irritazione. Scriverne in termini molto negativi mi appare allora un contributo al salvataggio di qualche ora di vita di un ulteriore, potenziale lettore o spettatore, che di quel tempo potrà magari usufruire in maniera più costruttiva (cosa che a me, da lettore o spettatore, è capitato più di una volta).

Uno dei casi in questione, per esempio, può essere il volume The Architecture of Happiness di Alain de Botton (London, Hamish Hamilton, 2006; tr. it.: Architettura e felicità, Guanda, 2006), scrittore e – dicono – filosofo britannico di origine svizzera molto à la page negli ultimi anni.

L’autore vorrebbe indagare, in questo libro, l’influenza che gli ambienti in cui viviamo, e l’architettura in generale, esercitano sul nostro benessere psicofisico. Ma, già dal primo capitolo, la trattazione si annuncia problematica: vi si dice infatti che un bell’ambiente architettonico può contribuire a positivizzare il nostro umore – ma poi anche no, se i nostri problemi ci angustiano assai; che una bella casa rispecchia la bellezza della persona che la abita – ma poi anche no, pensando ad esempio all’eleganza delle case di molti gerarchi nazisti. E quindi???

Le cose non vanno meglio nel capitolo seguente (intitolato “In quale stile dobbiamo costruire?”), superficiale e senza alcuna prospettiva storica, in cui Botton si dimostra peraltro privo anche delle più elementari cognizioni tecniche di architettura – Leonardo Benevolo o Bruno Zevi sarebbero rabbrividiti nel leggerlo.

Ma c’è sempre un peggio. Nel III Capitolo l’autore si lancia in un’avventurosa disquisizione sulla “fisiognomica” degli oggetti, e su come la nostra “simpatia” per le architetture e gli ambienti sia legata alla somiglianza con le fattezze umane che in essi vi scorgiamo:

“Sentire che un edificio non è attraente può semplicemente significare non amare il temperamento della creatura o dell’essere umano che vagamente riconosciamo nella sua struttura.” [1]

Nel IV Capitolo apprendiamo invece che le catacombe cristiane sarebbero state costruite “nelle loro forme purissime, senza l’elaborazione fornita da talento o denaro” per permettere ai loro occupanti di avvicinarsi maggiormente alle verità dei Vangeli”, assicurandosi che ciò che li circondava avrebbe fortificato le verità dentro di loro (ah sì? Nascondersi per sfuggire alle persecuzioni dei Romani non c’entrava per nulla? – lo so: non ci si crede).

E così via, tra fiere della banalità, affermazioni apodittiche e accostamenti “per similarità” spesso del tutto pretestuosi. Non manca la parte di psicologia d’accatto; ad esempio, riguardo alla contemplazione della bellezza di un’opera d’arte:

Una conseguenza sconcertante del fissare i nostri occhi su un ideale è che può renderci tristi. (…)

La nostra tristezza non sarà bruciante, ma più simile a una miscela di gioia e malinconia: gioia per la perfezione che vediamo davanti a noi, malinconia per la consapevolezza di quanto raramente siamo sufficientemente fortunati da incontrare qualcosa del suo genere. La perfezione dell’oggetto mette in prospettiva la mediocrità che lo circonda. Ci viene ricordato il modo in cui vorremmo che le cose fossero sempre e quanto le nostre vite rimangano incomplete. (…)

Queste opere d’arte ci toccano perché sono diverse da noi, e tuttavia anche come noi desidereremmo essere.”

O anche: “La tensione tra curve e linee rette in una facciata echeggia l’attrazione tra ragione e emozione in noi stessi. È integrità umana quella che scorgiamo nel legno non verniciato, così come edonismo nei pannelli dorati. Riquadri di vetro con fiori incisi e blocchi di cemento nero (…) appaiono la naturale coppia gemellare di tratti maschili e femminili.”

Botton non di rado si contraddice negli assunti: alla fin fine sembra quasi che voglia cercare una giustificazione teorica a gusti del tutto personali, di per sé poco coerenti.

Alain de Botton
Alain de Botton

Ma quali sono, infine, le conclusioni dell’autore?

“Sotto il piacere generato dalla giustapposizione di ordine e complessità, possiamo identificare la virtù architettonica sussidiaria dell’equilibrio. La bellezza è un risultato probabile ogni volta che gli architetti mediano abilmente tra un certo numero di opposizioni, inclusi il vecchio e il nuovo, il naturale e l’artificiale, il lussuoso e il modesto, e il maschile e il femminile.”

E rispetto al rapporto tra l’ambiente architettonico e chi lo abita?

“L’insuccesso degli architetti nel creare ambienti congeniali rispecchia la nostra incapacità nel trovare felicità in altre aree delle nostre vite. (…) È un esempio, espresso tramite dei materiali, della stessa tendenza che in altri campi ci porta a sposare la persona sbagliata, scegliere un lavoro inadatto a noi o prenotare vacanze disastrose: la tendenza a non capire chi siamo e cosa ci potrà soddisfare. (…)

I luoghi che definiamo bellissimi sono, per contrasto, opera di quei rari architetti che hanno l’umiltà di interrogarsi adeguatamente sui propri desideri, e la tenacia nel tradurre le loro fugaci apprensioni di gioia in piani logici – una combinazione che permette loro di creare ambienti che soddisfano bisogni che consciamente non avremmo mai neanche saputo di avere.”

Tutto questo in 270 pagine…

A quanto pare, comunque, non sono il solo a nutrire forti dubbi sulla validità di questo libro. Alla sua uscita ebbe accoglienza generalmente positiva, e fornì lo spunto anche per una serie televisiva, The Perfect Home, prodotta da Channel 4. Sul “New York Times”, tuttavia, il critico Jim Holt scrisse checome i precedenti libri di de Botton (…) esso contiene la sua quota di stupidaggini vestite in un linguaggio pomposo”; Mark Lamster su “I.D. Magazine” lo definì invece “una disquisizione tortuosa e pomposa che tradisce una confusa conoscenza del campo da parte di un autodidatta, ma con poco del pensiero originale che ci si potrebbe aspettare da un outsider”.

Ma forse il commento più appropriato avrebbe potuto farlo Totò: «Filosofo? Ma mi faccia il piacere!»

 

Written by Sandro Naglia

Tutte le citazioni sono state tradotte da Sandro Naglia.

 

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