“Il libro del riso e dell’oblio” di Milan Kundera: ridere per non dimenticare

Alla domanda che rivolge a sé l’autore se Il libro del riso e dell’oblio sia un romanzo, egli risponde serenamente: “Io credo di sì. Il romanzo è una meditazione sull’esistenza vista attraverso i personaggi immaginari.” – che è come chiedersi se Gavassa è una città: sì, essendo un vasto agglomerato di case. Intorno ve ne sono di analoghi (Massenzatico, Mancasale, Pratofontana) e tutti dipendono dal capoluogo reggiano. Mia madre però diceva che a gh ē Gavâsa e po’ Parigi!

Il libro del riso e dell’oblio di Milan Kundera
Il libro del riso e dell’oblio di Milan Kundera

Si tratta di un insieme di sette parti in cui la coerenza è data unicamente dall’unità di alcuni temi (e motivi) con le loro variazioni: è sempre Milan Kundera che sta (ancora) parlando.

“È il 1971 e Mirek dice: la lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio.”e qui giova rammentare il titolo dell’autobiografia di Marquez: Vivere per raccontarla, oppure quella di Neruda: Confesso che ho vissuto.

Deduzione: chi opprime col potere gli uomini vuole negarne l’individualità, soprattutto quella espressa con la memoria scritta od orale, che tenta di sopravvivere alla Storia, ‘sta prodigiosa e maledetta cannibale. Se tu non ricordi chi sei, obbedisci meglio. Si pensi a quel che successe nel 1968 a Praga e che scatenò questa (e tanta altra) scrittura di Milan.

“L’assassinio di Allende ha rapidamente cancellato il ricordo dell’invasione russa in Cecoslovacchia.”l’autore poi enumera altre tragedie che hanno sepolto, con le loro macerie, altri sfaceli umani.

Una volta “la storia camminava ancora lentamente” per cui “i suoi non copiosi eventi si potevano facilmente ricordare e creavano uno sfondo, a tutti noto, davanti al quale si svolgeva l’emozionante teatro delle vicende umane” – e questa emozione può non piacere al Potere, se essa agisce contro di lui, invitando a pensare quel che è successo e che potrebbe accadere. Quel che risolve ogni ambascia e ogni possibile impulso di rivolta è l’oblio. Il formattare una mente, re-inizializzandola, permette a chi di dovere d’infilarci la propria Verità che conduce alla Vita Eterna, all’Illusione che cova sotto i ciocchi di ogni ardente ideologia.

“Capitemi bene: non ho detto che era innamorato di se stesso, ma del proprio destino. Sono due cose completamente diverse.”Milan, se ti capita d’incontrare l’autore di Vita e destino, parlatene insieme e, se potete, lasciate traccia dei vostri discorsi.

Mirek “si sente responsabile del proprio destino, mentre il suo destino non si sente responsabile di lui”due forme diverse di egoismo, il primo parrebbe fondato sulla ricerca (gravitazione universale), il secondo sull’abbandono (entropia cosmica). “Mirek è un riscrittore della storia esattamente come il partito comunista, come tutti i partiti, come tutti i popoli, come l’uomo.” vivere per riscriverla? “Gli uomini voglio essere padroni del futuro solo per poter cambiare il passato.” – buona questa. E se fosse anche vera? Non fece lo stesso il Nazareno? E il Buddha? E Maometto?

“Eva era un’allegra cacciatrice di uomini. Ma non cacciava a scopo matrimoniale…” ramazzava il cosmo per cacciare i mariti altrui. “Cacciava nello stesso modo in cui gli uomini cacciavano le donne. Per lei l’amore non esisteva, non c’erano che l’amicizia e la sensualità.” – la sensazione che se ne trae è che una donna si maschilizzi facendo la mignotta, che l’uomo si femminizzi sciacquando i piatti.

“Ogni relazione amorosa è basata su convenzioni non scritte che gli innamorati concludono imprudentemente durante le prime settimane del loro amore.” – a meno che i due non si perdano di vista prima di quel termine. Ma ora sorge un problema. Si è staccato dal volumetto un blocco di pagine, dalla 50 alla 80. Di solito sottolineo i punti del testo che mi paiono cruciali. E se perdessi quel moncone di libro? E se perdessi il libro intero? Come potrei fare per non obliare le mie reazioni emotivo-intellettuali che accompagnano le mie tormentate letture? Scrivere immediatamente, prima che la Storia faccia il suo corso.

A Karel, pensando al “corpo nudo della signora Nora”, “venne in mente che la bellezza è la scintilla che scocca quando, all’improvviso, attraverso la distanza degli anni, si incontrano due diverse età. Che la bellezza fa giustizia della cronologia ed è una rivolta contro il tempo.”

Ogni cosa, bellezza, madre eccetera, a un certo punto “fa cenno con la mano a lungo, a lungo, fino all’ultimo momento.” – un vano ciao che può durare un’eternità (la tua almeno).

È una scena stupida, uno stereotipo, e tuttavia esprime un atteggiamento umano fondamentale: “il ridere serio, il ridere al di là dello scherzo.” – nella Bibbia è scritto: e risero insieme, quel riso, fondato da un’intesa sentimentale, che reca alla socialità.

Il Diavolo ride di un anarchico gusto per sé, l’Angelo perché ride il diavolo (sintetizzo un paio di pagine di Milan); il primo è (quasi) assoluto, il secondo dipende (quasi assolutamente) dal primo. “Quando l’angelo ha sentito per la prima volta la risata del maligno, è stato colpito dallo stupore.” – affascinato e fors’anche invidioso e ammirato? “Non c’è che una parola per designare sia la loro imitazione del riso sia il riso originale (la risata del diavolo).” – pur essendo due atti divergenti.

Secondo problema (intanto il primo è risolto): s’è staccato un secondo moncone, da pagina 81 a pagina 130.

Un io narrante scrive: “… e all’improvviso avevo una voglia frenetica di fare l’amore con lei. Per essere esatti: una voglia frenetica di violarla…” e dice anche altro: “Volevo contenerla tutta, con la sua merda e la sua anima ineffabile.”

Egli sa che sta precipitando in un vortice: “io non ho mai finito di cadere, ancora adesso sto cadendo, e ancora mi spingono perché cada ancora più lontano, ancora più profondo, sempre più lontano dal mio paese, attraverso il vuoto spazio del mondo dove risuona l’orribile riso degli angeli e copre con il suo carillon ogni mia parola.” – silenziandolo (per sempre?).

“… se il malcerto edificio dei ricordi crollasse come una tenda mal montata, a Tamina resterebbe solo il presente, questo nulla che avanza lentamente verso la morte.” – sicura che avanzi?

Fraintendimento dell’autore e di Tamina: “é negli scaffali degli archivi della polizia la nostra unica immortalità.” – no… sono anche negli archivi ora elettronici dell’Inps/Inail.

“Ma pensi soltanto a che cosa è un romanzo. Una moltitudine di personaggi differenti. Vuol darci a intendere che sa tutto di loro.” – forse solo l’essenziale e il ridondante. “‘Sappiamo già da James Joyce’ disse, ‘che la più grande avventura della nostra vita è l’assenza di avventura.” – che è l’unica degna di nota.

Poi l’autore parla della “grafomania” che non è di colui che asfissia l’amato di epistole, ma lo scrittore che sommerge il lettore di pubblicazioni – motivo? La solitudine. Perciò non pubblico nulla, ho troppi amici, ne dovrei eliminare (fisicamente) alcuni.

Ora Milan cita Thomas (Mann): “quando il giovane malato camminava nella stanza, gli pareva di sentire nelle stanze vicine, tra il fruscio dei propri passi, un suono indefinibile, una nota leggera, limpida, metallica; ma forse era soltanto un’impressione. Come di un anello d’oro che cade in un vaso d’argento, pensava…” – ognuno cita chi gli pare, in un appalto a cascata.

“Scrivendo, l’uomo si trasforma in universo…” – inoltre: “… la particolarità di un universo è proprio quella di essere unico…” – perché non ne parli, se lo vedi Colà, con Hugh Everett Junior? “L’esistenza di un altro universo lo minaccia nella sua stessa sostanza.” – come dire: non è che mi dia fastidio, ma m’impedisce d’esistere. “Chi scrive libri è tutto (un universo unico per se stesso e per gli altri) o nulla. E siccome a nessuno sarà mai dato di essere tutto, tutti noi che scriviamo libri siamo nulla.” – se E = mc2 , E – mc2 = 0.

“… il mondo, questo infinito di vaghezza, questo vago d’infinitezza.”l’infinito è tale solo se reca con sé l’illusione di vagare.  

“… negare il principio stesso del potere, e negarlo dappertutto.” – parlane, nel caso, col baffuto Friedrich Nietzsche; “… e sarà al tempo stesso un libro politico, un libro politico sull’amore, e un libro d’amore sulla politica.” – auguri!, ne hai davvero bisogno.

“… ah sì, mio Dio, la memoria del disgusto è più forte della memoria della tenerezza”ma non del disgusto della memoria.

“Che cos’è, allora, la lítost? La lítost è uno stato doloroso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria, scoperta all’improvviso.” Equivalente all’arşân s-ciâf a l’ôrba, una sberla nelle tenebre, che dopo averti fatto male, ti blocca per un attimo l’anima. Quando si dice che la poesia è la poesia, ma la f..a è la f..a: “In quel momento, per ‘lo studente’ in quel preciso momento Krýstina vale tutta la poesia del suo paese.”

Oggi si è ulteriormente staccata la terza sezione, da pagina 131 a pagina 202. Tiremm innanz!

Una compagnia di sbandati, in cui lo studente identifica degli strani individui: Goethe, Petrarca, Boccaccio, Voltaire, Verlaine, Esenin e il piccolo (in quasi tutti i sensi: d’età, di lunghezza arti inferiori, ma non di genio poetico) Lermontov si ritrovano a ciarlare del più e del meno, come sei amici al bar. I vani bisticci e i geniali ragionamenti di questa allegra compagnia riempiono le pagine in maniera apparentemente sconclusionato (ma cos’è non apparentemente sconclusionato nell’esistenza umana?).

Lermontov è bullizzato. Lo studente lo difende, mettendosi in cattedra per educare questi educatori: “Voi non capite nulla di Lermontov. L’orgoglio del poeta non è un orgoglio banale. Solo il poeta conosce il valore di quello che scrive. Gli altri lo capiranno molto più tardi di lui, o forse non capiranno mai. Per questo il poeta ha il diritto di essere orgoglioso. Se non lo fosse, tradirebbe la propria opera.” – ragionamento che feci anch’io, quando non ancora quattordicenne, scrissi i miei primi versi: Sono un poeta/ non ho la pancia/ ho l’epa! Dirò di più, questo poetesco orgoglio riguarda ogni mestiere umano, purché svolto con l’animo del ricercatore dell’impossibile, del vano e dello sconclusionato. Questa congerie di qualità mi pare caratterizzare il romanzo spezzettato di Milan. Forza Milan!

Nel frattempo noto con un certo disappunto che pagina 152 sta tentando di staccarsi, insieme ad alcune sue solidali, dalla sua sorella contigua. Dice il buon (si fa per dire) Petrarca: “Boccaccio è un coglione. Boccaccio non capirà nessuno perché capire significa confondersi, identificarsi con l’altro. Questo è il mistero della poesia.” – provo a tradurre: trasfigurarsi in quello che si ricrea scrivendo, che esiste solo grazie a te (e te con lui). E il fin troppo autorevole aretino continua la sua ardita polemica: “Il riso invece è un’esplosione che ci strappa dal mondo.” – consegnandoci alla “nostra fredda solitudine. Lo scherzo è una barriera tra l’uomo e il mondo. Lo scherzo è il nemico dell’amore e della poesia…” – lasciamolo per il momento (e forse per sempre) predicare in pace, proseguendo altrove la ri-lettura. Il capitolo poi termina con Lermontov sempre più solo e gemente, eroe perennemente inattuale.

Scopro ora che “Kafka, in ceco, significa Taccola.” – in realtà è kavka, per cui dire Kafka è come dire tacola (oppure taggola).

“… lo stesso Josef K. sembra non sapere nulla della sua vita precedente” – mancandogli persino la tessera sanitaria col codice fiscale.

“Il tempo del romanzo di Kafka è il tempo di un’umanità che ha perduto la continuità con l’umanità, di un’umanità che non sa più nulla e non ricorda più nulla e abita in città che non hanno nome e le cui strade sono strade senza nome o con un nome diverso…”non interrotte, ma alienate, come pare sia la Cecoslovacchia post invasione.

A capo di questa dissociazione politico-mentale è “Gustav Husák”, che al momento (e forse per sempre) abbandono a se stesso, nonché a loro, i suoi accigliati padroni.

“… inseguendo la perfezione si penetra dentro le cose e non si riesce mai ad arrivare sino in fondo.

Accettiamo come una cosa naturale di esserci lasciati sfuggire l’infinito del mondo esteriore…” – dimenticando persino il nostro (di infinito), come se ce ne fosse uno a testa. E se fosse invece un’unica Idra con (quasi) infinite teste? Einstein dice che il cosmo non è infinito ma illimitato.

“Questo libro è, dal principio alla fine, un romanzo in forma di variazioni. Le varie parti si susseguono come le successive tappe di un tappo che ci conduce all’interno di un tema, all’interno di un pensiero, all’interno di una sola e unica situazione la cui comprensione, per me, si perde nell’immensità.”

E Tamina? “È lei il personaggio principale e il principale destinatario, e tutte le altre storie sono altrettante variazioni della sua storia e si congiungono nella sua vita come in uno specchio.” – tutti gli altri corresponsabili, ma la principale domina è lei.

Io sono, lo ammetto, uno spoiler: Tamina è la Cecoslovacchia. “Perché Tamina non chiede dove sta andando? Chi non si cura della meta non chiede dove lo portano!”.

Milan Kundera
Milan Kundera

Viene arrestata, circuita, violata e bullizzata da una mandria di piccoli e infanti infami e irresponsabili, che la riducono a un oggetto da toccare, leccare e spolpare. “Perché Tamina si trova nell’isola dei fanciulli? Perché è proprio in un posto del genere che l’immagino?” – Milan ammette di non saperlo.

Nel capitolo 17 analizza la storia della musica: “… ciascuna delle dodici note ha una sua posizione…” – che, messe insieme ad arte, “sviluppa sotto i nostri occhi un’azione.” – sotto i nostri orecchi soprattutto. Ma forse chi ascolta la musica cessa di avere cinque sensi, bastandone ormai uno solo. Arriva poi Schonberg che attesta la fine di quella geniale e complessa regolarità, inventandone un’altra, dodecafonica. Infine giunge Varèse che abolisce “non solo la tonalità ma la nota stessa…” – dopo di cui il (quasi) nulla, cioè un banale brusio che raccoglie le ceneri di tanti incendi al fine di ricreare l’ultima delle idiozie: diventando il rumore di fondo della nuova Cecoslovacchia, quella che non esiste più come tale, ma come tal altra (non più domina, ma serva). Inseguita dai bambini inconsapevolmente assassini, Tamina “scomparve sotto la superficie.” – buon viaggio!

“… quando un uomo e una donna fanno la stessa cosa, non è la stessa cosa. L’uomo viola, la donna castra…” – cioè? “… il violentare fa parte dell’erotismo, mentre il castrare ne è la negazione.” – a distanza di sette o milioni di anni ancora non si è risolto il busillis: chi ce l’ha dentro, lui o lei?

“… la frontiera è costantemente con noi, indipendentemente dal tempo e dalla nostra età, anche se è più o meno visibile a seconda delle circostanze.”e sono queste ultime a creare l’illusione.

Si pensi al luogo natio di Conrad che muta a seconda dell’aria che tira, fra Polonia, Russia e Ucraina, tanto che l’umiliata salma del grande scrittore è sballottata da una parte e dall’altra. E di doman non c’è certezza. Se sapessi, Milan, che fine ha fatto ora il tuo paese: s’è sdoppiato, come un’ameba!

La donna è nuda, come se fosse vestita. Lui è nudo, e si sente ignudo. Qualcuno disse che il nudo è un abito di scena. Se sei in ufficio e in chiesa reciti una parte, al mare e in piscina la scena muta.

A parte queste frontierità, “non si capivano mai, Edwige e lui, eppure erano sempre d’accordo. Ognuno interpretava a suo modo le parole dell’altro e tra loro c’era una meravigliosa armonia. Una meravigliosa solidarietà fondata sull’incomprensione. Lui lo sapeva bene, e ne era quasi compiaciuto.” ti fraintendo, ergo t’amo, nel senso di ti accetto per quel che mi pare di capire che sei. E vissero per un po’ felici e contenti… e intanto il romanzo o quello che era è si è concluso.

È stato il libro da me letto negli ultimi 902 anni più semplice da commentare. Ha scritto tutto lui, io ho solo aggiunto delle note trascurabili e ridicole, e così superflue!

Qual è la filosofia che si può trarre da quest’opera così essoterica? Che occorre dividersi per riunirsi? Ignorarsi un po’ per convivere? Dialogare (ognuno col suo idioma) per comunicare?

Finisco la mia reazione con un pezzo di vita vissuta. Eravamo nell’antica città di Pixuntum o, meglio, stavamo per entrare in essa (si era ancora nella strada nazionale celebre per le sue archeologiche frane naturali, quelle che vengono dal basso, dicono gli indigeni), noi due coniugi, nostra figlia Anna di tre anni e una babysitter dell’est europeo.

Per chi non c’è mai stato occorre specificare che il luogo dove abitiamo, Marina Campagna, sita a 181 m s.l.m, dista due chilometri dalla città capoluogo, che è a 171 m s.l.m. Per arrivarci è tutto un saliscendi e una serie assurda di svoltate tragiche e improvvise. Mia moglie Maria e io seguiamo a una certa distanza la babysitter che porta Anna sul passeggino. A un certo punto la mia ansiosa consorte urla: Attenta alla curva! Al che la carpaziana si scompiscia dalle risate: l’affreux rire de l’idiot? Forse, ma quando ci è dato di capire, ridiamo tutti, e questa ilarità durerà per giorni e giorni: “… la gente, ormai, si rotolava di risate sulle poltrone…”.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Milan Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, Bompiani, 1985

 

 

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