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“Via da qui” di Alessandra Sarchi: l’acqua è penetrata nel legno

Ho avuto modo di assistere, pur giungendo in leggero ritardo, alla presentazione di Via da qui” silloge di racconti di Alessandra Sarchi e ho fatto in tempo a cogliere l’essenza della stessa, tanto che alla fine avevo già in mente una gran parte della presente reazione.

Via da qui di Alessandra Sarchi
Via da qui di Alessandra Sarchi

Ovviamente scherzo, il che significa che nulla è prefissato, ma tutto segue il suo convergente destino, per dare un’idea del quale amo immaginare la vasca di una volta (mentre ora dispongo di un’equina doccia), pallido ricordo dell’infanzia, nella quale m’immergevo pian pianino, a malincuore, e mi rialzavo solo a un certo punto, altrettanto mal volentieri, ma dovevo pur farlo, e poi m’asciugavo in fretta, cominciando a vestirmi con la canottiera, per non pigliar freddo. Poi toglievo il tappo e l’acqua scorreva giù, seguendo la sorte di tutto quel che accade ‘ncoppa a ‘sta terra, dove tutto è vanità, trafitto o meno da un raggio di sole. Era sera, quando, camminando di buona lena, tornai a casa e, dentro di me, avevo già fissato i punti chiave della mia pronta replica a quanto ancora non avevo letto.

Mentre scrivo m’accorgo che non sono nemmeno le sei di mattina. Avrei voluto sognare ancora un po’, anche per vedere come andava a finire quell’ultima storia. Quale? Non lo so con esattezza, so ch’era tutto un turbinio. Perciò volevo continuare a ronfare. Quando, improvvisamente, ho sentito il bisogno d’alzarmi, scaldare un caffè, sorbirlo, sedere alla scrivania e buttar giù ‘ste amenità. Fra poco inizierò la lettura dei racconti di Alessandra. Che terminerà l’indomani.

Perché si scrive, forse per uscire da sé? Sì, per poi rientrarvi. E chiedersi perché lo si è fatto. Stavo pensando a Larry Bird, ala immensa dei Celtic Boston, uno dei giocatori più grandi della storia del basket. Un mio amico lo definiva in maniera impietosa, come un genio consapevole dei suoi limiti e sempre intento a superarli. La scrittura e lo sport fanno volare altrove, come qualsiasi altra passione.

Cioè? Inducono il galeotto a evadere, ad andar via, quando è il destino che lo comanda.

Non sarà più ciò che è stato” è una frase che colgo nella prima pagina del primo racconto, La tana, all’ultima riga del primo spezzone, indipendente dal precedente capoverso e a quello collegato, un po’ dentro e un po’ fuori.

Il professor Gino Ruozzi, che accompagna l’autrice nella presentazione, dice di amare le scritture corti (gli aforismi, soprattutto), e ora gli dono una bella notizia: qualsiasi scrittura è fondata sulle brevità, anche, per esempio, Auto da fé, che tanto mi ha fatto dolere per la sua interminabile angustia.

Secondo Einstein il tempo è un’illusione che potrebbe essere connessa allo spazio, di cui sarebbe la quarta dimensione. Lo spazio però è curvo. E forse lo è anche il tempo! Nietzsche parlava di un eterno ritorno. Questo è un ragionamento che m’è sorto dopo aver letto il secondo noir di Valerio Varesi, Bersaglio, l’oblio. Si tenga presente che parte di questo romanzo l’ho letto in contemporanea con altri tre e ogni lettura ha influenzato grandemente le altre. L’osservazione di una particella muta i suoi gradi di libertà, quel suo continuo mutare insieme al resto del cosmo.

Negli ultimi giorni si trova a compiere azioni prive di senso, ripetitive e non necessarie…” – e un gesto finisce per ricordare (l’autrice dice “che ne ricalca un altro avvenuto nel passato ma che non ha più presente né futuro e perciò, come tutto il resto, può essere solo commemorazione”), per rimembrare, per rammentare qualcosa.

Il cuore, la mente, ogni membro del corpo reca su di sé una versione di qualsiasi dato raccolto, analizzato e infine deformato. La frase più bella che mi viene in mente in tali occasioni è anche la più caduca: A thing of beauty is a joy for ever. Io che non so se credo (quia absurdum), mi limito a confidare in tale vana chance, a cui non intenderò mai rinunciare.

“… là dove la vernice ha retto, ingrigita e sfibrata ai bordi dove l’acqua è penetrata nel legno, iniziando lentamente a gonfiarlo.” – che dà l’idea che tutto muta il suo aspetto, prima o poi. Anche Keats lo sapeva, ma non ci sapeva credere.

Monica ed Evelyn” sono andate ad abitare in “un appartamento più che decoroso, anzi piuttosto bello, sulle prime colline di là d’Arno.”

Una frase dell’autrice, detta durante la presentazione, mi ha colpito: lei ama conoscere gli appartamenti, sentendo per loro un’attrazione fatale e che lo farebbe volentieri per mestiere (se ho ben capito). A me succede coi libri, che amo visitare e poi dimenticare per un po’, lasciandoli a sonnecchiare per sempre su una mensola, da cui ogni tanto mi va di trarli, prendendoli in mano e risvegliandoli dentro di me.

Evelyn è “una ragazza energica, con una erre lievemente arrotata degli altoatesini e il candore o l’ottusità che stupidamente si associa alla gente che viene dalle montagne. In sostanza: una sconosciuta.” – il primo motivo di un innamoramento è la curiosità per la differenza altrui.

I montanari, si sa, ma è anch’esso è un pregiudizio, non aveva una grande intelligenza manuale. Quel che non è affatto Monica. Le due si legano sempre di più, s’innamorano. “… la loro dichiarazione era avvenuta in silenzio…” – e perciò non dava adito a dubbi.

Le loro esistenze erano diverse e complementari, nel senso che s’integravano perfettamente. Una era pratica, l’altra aveva difficoltà “nel separare rifiuti nei vari sacchetti della raccolta differenziata.” – si amavano.

Tót à fîn – diceva mia madre, che con questo non voleva sconfessare il verso di Keats, di cui non gli ho mai parlato ma che, credo, avrebbe apprezzato. Tutto è vanità, niente di nuovo sotto il sole.

E chi più ne ha più ne metta, tanto non serve a resuscitare Evelyn, ma a tramandarne il ricordo sì.

“… Monica riesce a sentire il silenzio, un silenzio assoluto, l’unico luogo dove continua ad abitare con Evelyn”: la loro indistruttibile tana.

Grazia Deledda
Grazia Deledda

L’argine è il secondo racconto. Ruozzi ne parla come di un luogo mitico, dove tutto, oppure nulla, può accadere. E che può diventare il luogo della transizione. E cita la scrittrice Grazia Deledda, che scopro aver abitato per lo più a Roma, consorte di un padano e che scrisse qualcosa sugli argini mantovani.

È appena giunta dall’America Ines, la sorella di Rossella, che è colei che…

Stavo quasi per scrivere l’io narrante, ma intendevo dire il personaggio in cui forse s’identifica l’autrice (nel primo era Monica). Poi scopro che è un’altra, la quale è davvero un io narrante, la figlia Giorgia, che ogni tanto scribacchia le sue impressioni in un diario.

Grazie ai miei figli ho letto la saga di Harry Potter, e per sempre ricorderò il fatto dell’horcrux, i pezzi di anima che ognuno di noi sparge un po’ dappertutto, lo scrittore forse più degli altri. Qui una gran parte della psiche di Alessandra è dentro l’alveo della ragazzina, una buona parte in Rossella, una minore in Ines. Il resto è diffuso in ogni riga. Eco diceva che lui si identificava per lo più nei propri avverbi.

L’amore è eterno finché dura, ed è anche “una lunga fuga da se stessi”, che ti conduce dentro il fiume, o al di là dell’argine, nella pericolosa golena, dove si può esistere fino alla prima piena, oppure sulla riva opposta, al sicuro (si fa per dire).

Il marito di Ines, David, era un ebreo americano, che sono una genia a parte, a quanto pare. I rapporti fra i due erano cessati per una banalità che non mi va di riportare, se non che è dolorosa.

“… quando tuo nipote di sette anni ti dice di stare attenta ai peli del gatto sulla cadrega…”e non on the chair, tutto si condurrà a ricercare quanto appare a prima vista perduto, e che era soltanto smarrito.

Quel che capitò al rapporto fra lei e David era out of the blue, inquietante espressione, che significa che un incidente t’è capitato fra capo e collo e che ti ha spezzato in due.

Quando Rossella s’era recata negli U.S.A. a trovare la sorella, aveva gradito il cibo, “al contrario di quanto aveva sempre sentito dire”. Quello che mangia è una miscellanea di piatti esteri e non solo yankee, che desta in effetti un certo languorino in chi sta leggendo (è quasi ora di pranzo).

Oltre a questo, Yankeeland è un mondo un po’ astruso per Rossella, che non si capisce granché, “dove la gente nei negozi e nei ristoranti ti augurava con voce cantilenante una buona giornata, mentre guardava da un’altra parte, o era impegnata a masticare chewing gum.” – e qui il giudizio s’incrina, per poi spezzarsi, liberando una nuova consapevolezza.

“Questi argini sono mura, ma anche spalliere, salotti” – dice Rossella, che si ricorda di quel che disse “la prof. di inglese del liceo”, quando “io ero in quarta ginnasio e tu all’ultimo anno” – erano entrambe “in gita sul delta”. Sono dei “versi di Byron” intonati al Po, che pare il fiume della vita, che farà rotolare il poeta là dove dimora l’amata. Come sono illusorie le passioni!

Ma, se tutto ha fine, anche il più grande corso d’acqua d’Italia vive una penosa decadenza: “Per i lavori dell’alta velocità hanno spanciato tutti i fiumi d’Italia, e il Po più di ogni altro.”

Tutto si muta. Ines scopre che la nipote la giudica un ospite come tante. Ma poi, improvvisamente, in a light blue, “si avvicina a Ines e le prende la mano” – sussurrandole qualcosa di dolce.

Se torno qui è per invecchiare.” – dice Ines, la raffinata sorella a cui, a sentire Rossella “è sempre piaciuto essere un’eccezione”.

Il racconto non cessa di colpo, ma rollando, come fa un aereo, al bordo del quale Ines “avrà il coraggio di scoprire cosa ha nascosto Giorgia nello zaino.” – e ora Ines ha coscienza che c’è qualcosa che galleggia in “un vuoto, una mancanza che vuole essere colmata.”

Ogni morte reca la promessa di una ri-nascita. Questa è l’unica falsificazione che si può dare all’entropia del cosmo. Si tratta di un’opposizione eterna fra due principi, Śiva e Visnù: la loro perenne opposizione ci proteggerà da essa.

Il palazzo della principessa è il terzo racconto. “… dalla finestra entrava ancora una luce calda che illuminava la polvere sospesa nell’aria insieme a quella che avevano addosso e che si sollevava ad ogni movimento dalla tuta da lavoro, dai capelli, dalle tasche.”

Qualcuno dice che è la polvere delle stelle: il mondo è pieno di idealisti che hanno il pregio di azzeccarci per metà. Melissa vuole abortire, non si sa perché, lei pensa che siano soprattutto fatti suoi. Sentiva “una specie di roditore che da dentro ti scava” e ti dà una mostruosa brama di cibo:

un parassita che potrebbe un giorno avere un nome, tipo “Marco…”.

Dei racconti, finora è il più tetro, come se facesse fatica a insediarsi in quel buco illegittimo dove Melissa convive col responsabile del suo stato, che si potrebbe definire interessante, senza coltivare grandi speranze.

In quell’abusivo sottotetto, dove quel che conta è sopravvivere, “le dita di Filippo sfiorarono senza accorgersene migliaia di particelle di polvere e pulviscolo attraversate dalla luce del sole.”

La principessa del condominio,vive a New York, da sempre. A Bologna forse c’è solo nata.” – forse ultima propaggine di un immenso impero.

L’architetto Piero Boni, che ha il compito di svolgere alcune verifiche in suo nome, deve decidere la sorte di quella coppia, di quei due esseri e un po’. Che deciderà? L’autrice conta sull’umana bontà, che è da sempre fondata su una menzogna. Anche la scrittura, per quanto verace, lo è.

Alessandra Sarchi
Alessandra Sarchi

Cherry Street è il quarto. “Ci hai mai pensato che quando arriverà the Big One staranno tutti bevendo birra al sole?” – Annamaria chiede a Monty, la sua amica del cuore.

Quando Annamaria si mette in topless in una spiaggia popolata da perbenisti, secondo me lo fa perché ci tiene a sbraitare contro qualcuno che lei “non era una prostituta e non era una brasiliana” e per poter lanciargli “insulti in italiano, tipo maniaco represso, ottuso maschilista, stronzo e molti altri, peggiori, che adesso non ricordava.”

Sia il funzionario che controllava le sue carte d’ingresso, che Monty le avevano chiesto “Are you here to stay?”, “… vuoi rimanere qui?”

Da tempo Annamaria non diceva più che le scappava la pipì, ma “I’m going to take a leak”.

Il racconto è tutto da leggere, come del resto gli altri, per cui invito il prossimo a farlo.

“… le viene in mente un verso di Orazio, sopravvissuto tra una serie di esametri imparati al liceo: caelum mutant sed non animum”. Si cerca un Paradiso in ogni cielo, rimanendo col medesimo spirito. Per questo ammiro il verso di una canzone di Brel: avec un ciel si gris qu’lil faut lui pardonner. Se l’uomo ha creato l’idea di un Dio che alloggia nella più splendida delle dimore, potrebbe essere lui a decidere di sfrattarlo, oppure di seguire l’esempio di quel Piero Boni.

Il quinto e ultimo racconto è Fondamenta della misericordia. Parlando degli affreschi presenti nel Duomo di Modena, Giorgio definisce il pittore: “un raro artista post-giottesco, transitato dall’Emilia, ma con un passato perugino. Aveva già ripetuto due volte: ‘Proprio come nei primi cartoni di Walt Disney, tipo Dumbo.’” – la quale pare una bestemmia che quando è gratuita è da condannare. Pavese giustificava il contadino che, furioso per una distruttiva tempesta, imprecava contro Dio, cioè contro una parte di sé.

Ci sono poi le bestemmie che fanno sorridere, come Dio Scandiân o Dio canarèin, che uniscono nella stessa espressione due concetti di così diversa infinità. Perché tutto è immenso ed immensamente piccolo. Poi tutto è relativo. Se chiedi a uno yankee chi è Leonardo, il suo primo pensiero va alle Tartarughe Ninja. Scrivere è quasi sempre offendere.

Mentre l’autrice m’autografava il libro, dedicandolo su mia richiesta all’amata Anna, le dissi che un racconto è come la particella che, secondo Bohr, esiste solo mentre la si attesta: diversamente è un’onda, e resterà tale a tempo indeterminato.

Per gioco ora contraddico l’opinione dell’autrice, secondo cui un racconto è un vivere all’aperto (non riporto affatto le sue parole), mentre un romanzo è un palazzo più complesso ma immobile.

Entrambi sono spazi che comunicano col resto del cosmo. Un tempo io credevo che un racconto fosse tale se i suoi personaggi non andassero a letto la sera, per poi svegliarsi l’indomani. Per cui tale sarebbe Ulisse di James Joyce, che scorre in una sola giornata.

Sono tutti bias, chiacchiere, fandonie, ed è così bello cianciare!

E lo è anche narrare di Marta (l’ennesimo horcrux dell’autrice) che ricorda di quando “in terza elementare” disegnò “la casa dei sogni che lei aveva ambientato al mare e munito per di più di piscina”, con un’unica critica da parte di una maestra per altro entusiasta: “non c’era ragione di avere un bagno tanto grande se poi nel foglio non rimaneva lo spazio sufficiente per gli altri ambienti.– quando la colpa è soltanto del foglio, non dell’architetto.

Il bagno “era l’unico ambiente dove si trovava in pace e a proprio agio.” – infatti è uno dei pochi luoghi della terra dove si può essere da soli, al sicuro fra quattro mura, ma al contempo in famiglia.

Qualsiasi giramondo è alla sempiterna ricerca di una tana, da cui fuggire al più presto.

Nel racconto si parla di social, che sono dei non luoghi dove può accadere di tutto, soprattutto comunicare col prossimo, ovunque egli sia.

Etica dell’intelligenza artificiale di Luciano Floridi
Etica dell’intelligenza artificiale di Luciano Floridi

Come insegna Luciano Floridi in Etica dell’intelligenza artificiale, quest’ultima permette di dissociare (a volte pericolosamente) posizione fisica e presenza politica. Io da qui significo lì. Anche questo è un mio tradimento di un concetto altrui.

Giorgio dice:Io non perdo tempo. Tengo contatti.” – telematici, intende.

Una frase di Dario che chiude il capitolo (cioè il rapporto con) Marta: “Il fatto è che io e te non ci solleviamo a vicenda, non ci illuminiamo.” – idea che racchiude una verità che è paradossalmente oscura: è la forza fotonica che dà consistenza al mondo. Se il nucleo di un atomo fosse identificabile come una palla al centro di uno stadio, i primi elettroni veleggerebbero sugli spalti, gli ultimi chissà dove. È grazie alla forza elettromagnetica, alla luce che sposta le particelle rotanti che, se ci si dà un pugno oppure un bacio, si causa una reazione fisica che ferisce o che inebria.

Tutto si evolve, fluidifica. “Stampe alle pareti, divani Chesterfield librerie vere si trovavano al posto delle reti da letto e egli scaffali economici con cui avevano riempito gli spazi da studentesse, per non parlare delle…” – … panta rei

Silvia e Marta si scrivono mail, grazie a cui non perdono “l’assiduità di un’amicizia”, mantenendo “vivo uno scambio che era stato quotidiano per cinque anni.”

Dario forse aveva letto La casa vivente di Andrea Staid, poiché “aveva deciso di vendere quell’appartamento costoso e di comprarsi un fienile da ristrutturare sulle montagne”, anche se quell’operazione Marta l’aveva giudicata “poco credibile, un’eccentricità che confermava la sua piena integrazione”, frutto di un “entusiasmo” a tempo determinato ella forse temeva.

Dopo alcune tonnellate di cellulosa ingurgitata dal mio personal rodent, sono giunto alla conclusione che per avere un’idea dell’attuale poetica di un autore basti leggere la chiusa del suo ultimo libro: “Fuori dalle assi di legno dell’altana circondata da altri tetti, sospesa sull’acqua nera su cui galleggiava la città, erano rimasti i bambini non avuti e desiderati…”e poiché voglio fingere d’essere uno spoiler a mezzo servizio, tronco qui la comunicazione, aggiungendo soltanto che leggere è camminare dietro a una persona amica, e che se le tracce che lasciamo sul terreno non coincidono quasi mai con le sue, la direzione d’entrambi è però sempre quella.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Alessandra Sarchi, Via da qui, Minimum Fax, 2022

 

 

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