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“Va’ dove ti porta il cuore” di Susanna Tamaro: fare errori è naturale, non comprenderli vanifica il senso della vita

L’io narrante di questo romanzo epistolare fu figlia, moglie, amante, madre e nonna, ora è sola nonna che ricorda sé come figlia, moglie, amante, madre e nonna. E dice tutto quello che le ritorna in mente, scrivendolo alla nipote che ora è lontana e a cui è tanto affezionata, ma è il principale ma non unico tramite per cui si sente ancora collegata alla vita, grazie alle parole e alle emozioni che queste sanno risvegliare.

Va' dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro
Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro

Opicina, 16 novembre 1992: “Ciò che dovevi dire alla persona cara resta per sempre dentro di te; lei sta là, sotto terra, e non puoi più guardarla negli occhi, abbracciarla, dirle quello che non le avevi ancora detto.”

Il precedente discorso vale per i genitori, il marito e per la figlia. Per l’amante, non so, forse no. Poi insiste a dire che: “… i morti pesano non tanto per l’assenza, quanto per ciò che – tra loro e noi – non è stato detto.” In tal modo lei chiarisce che quel che conta, negli affetti, è la qualità della comunicazione.

La nonna si sta rivolgendo all’unica sopravvissuta della sua famiglia, la tanto amata nipote che, per un’inderogabile esigenza esistenziale, ha deciso di volare Da Un’Altra Parte, casualmente in America. Ormai lei è lontana, tanto da parere irraggiungibile e quasi dispersa in quell’Altrove: “Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi che eri ancora viva, non ho tue notizie.”

Parlandole, riesce ad alleggerire le proprie ansie: “Le lacrime che non escono si depositano sul cuore, con il tempo lo incrostano e lo paralizzano come il calcare incrosta e paralizza gli ingranaggi della lavatrice.”

Ho cominciato a scrivere questa mia reazione subito dopo aver letto l’ultima pagina del romanzo. Non ho ancora le idee chiare, come non le ebbi mai leggendolo: vediamo quel che riesco a comprendere.

Ieri sera ho assistito a una trasmissione in cui l’autrice, la sua migliore amica, alcune persone che la conoscono, comunicano alcuni aspetti che non conoscevo di questa scrittrice, di cui finora ho letto soltanto Cuore di ciccia, e che fino a ieri sera m’era quasi sconosciuta. Ora l’ho finalmente messa a fuoco, almeno un po’.

Susanna Tamaro si presenta come una donna dai molteplici interessi, molto vitale, poco sociale, chiusa e confidenziale. Egli dice di sé tutto, senza remore (non so se senza paura), ammettendo d’evitare se può, ogni occasione mondana. Vedo però che è stata ospite di trasmissioni televisive molto popolari (l’avrei fatto io?).

Da anni condivide l’esistenza con la scrittrice Roberta Mazzoni, che le fa da sorella maggiore, così almeno sembra: una si occupa delle cose pratiche (e non so di che altro) e l’altra è Susanna.

Lei non solo ammette, ma ripete a ogni pie’ sospinto di essere portatrice (abbastanza sana, mi pare) della sindrome di Asperger, la quale non le ha impedito di trasferirsi in giovane età dalla candida e natìa Trieste alla multicolore e caciarona Roma, dove ha lavorato nell’ambiente del cinema.

18 novembre: la nonna ricorda che la nipote che le aveva detto che doveva partire perché non voleva perdere tempo in quel luogo, e che lei le aveva risposto “che perdere tempo non è per niente grave”. Il tempo, questo sconosciuto che mette sempre il naso nei fatti nostri.

Conosco Opicina, perché da quelle parti svolsi metà del mio servizio militare: una cittadina in cui non abbonda di alcunché, ma ove c’è l’occorrente per esistere, con nei pressi una Grotta Gigante, la cui immensità talvolta sogno ancora e che ho voluto l’anno scorso rivedere, dopo quarant’anni, insieme alle persone che amo. Con un trenino o un pullman raggiungevo quasi ogni sera una delle città più belle e bianche d’Italia: Trieste. Ora ero in macchina e leggermente più vissuto.

20 novembre: “… avere un giardino, più che un privilegio, mi sembrava una seccatura. Era sufficiente infatti che allentassi l’attenzione per un giorno o due perché subito, su quell’ordine così faticosamente raggiunto, si inserisse un’altra volta il disordine e il disordine più di ogni altra cosa mi dava fastidio.”

Almeno due sono le tendenze del cosmo: scappare là dove l’entropia (drammatico effetto del secondo principio della termodinamica) t’attende impietosa, ché alla fine (forse) ti priverà di ogni energia; e ritornare in quella nerezza assoluta che ti costringerà a una singolare immobilità.

L’esergo del romanzo è dedicato a Śiva, il dio della dispersione (e della distruzione). Da qui si intuisce quale sia lo spirito che smuove Susanna: fuggire (magari solo con la mente, possibilmente anche col cuore e qualche altro muscolo).

“Per mio padre, come per mia madre, i figli prima di ogni altra cosa erano un dovere mondano.”

La borghesia ha fatto molto male alle altre classi, ma anche con sé è stata impietosa.

“Così si è accresciuto il senso di solitudine, capisci, ero costretta a risolvere ogni enigma con le mie sole forze, più passava il tempo, più mi interrogava su ogni cosa, erano domande sempre più grandi, sempre più terribili, al solo pensarle facevano spavento.” – e la cosa che fa più male è scoprire che i grandi non sanno rispondere.

Una sera, “dopo il bacio obbligatorio”, chiese al padre dove s’era rintanato il cane Argo. Risposta: era sparito, diceva il padre, “perché era stufo dei tuoi dispetti” – e “qualcosa dentro di me si ruppe.”

La morte è il fenomeno meno borghese che si possa immaginare: conduce alla fine non solo dei suoi formalismi, ma anche di quell’attività sociale che pare più essenziale dell’esistenza stessa.

“… quando penso alla vita di mia madre, a quella di mia nonna, quando penso a tante vite di persone che conosco, mi viene in mente proprio quest’immagine – fuochi che implodono invece di salire in alto.”: energia che diventa di nuovo potenziale prima ancora d’essere del tutto espressa. Anzi, espressa lo è, ma viene subito nascosta, per poi rigirarla vilmente indietro nel tempo. Così quel che è assurdamente convulso pare immoto.

21 novembre: “Destino, ereditarietà, educazione, dove comincia una cosa, dove finisce l’altra? Se ti fermi anche un solo istante a riflettere vieni colta quasi subito dallo sgomento per il grande mistero racchiuso in tutto questo.”

Quel sentimento così adatto a demolire pezzo per pezzo la tua anima non lo si può sbriciolare con un atto di volontà, ma lo si può infiacchire pensando che in quel destino che ti sbatte da qui a là, tu puoi dire la tua e fare un po’ di resistenza, sostando in un luogo qualsiasi dove potrai cercare la consapevolezza di chi sei, da dove vieni, dov’è meglio per te dirigere i tuoi passi.

La figlia Ilaria era un tipo reattivo, intelligente e dotata di una saggezza limitata, che l’accusava di tutto e di più, soprattutto di non avere “dialettica”, di non sapere, in quanto borghese, “difendere seriamente ciò che pensi”.

22 ottobre: “Nel cane, come nell’uomo, ci sono troppi pensieri, troppe esigenze. Il raggiungimento della quiete e della felicità non dipende mai da lui soltanto. Nell’albero invece è diverso. Da quando spunta a quanto muore, sta fermo sempre nello stesso posto. Con le radici è vicino al cuore della terra più di qualunque altra cosa, con la sua chioma è più vicino al cielo.” Ho finalmente scoperto perché un mio amico che temeva anche la sua ombra, quand’era piccolo abbracciava i loro tronchi. L’ipotesi fatta dalla nonna è campata tra la terra e l’aria e vale quel che vale: purtroppo pochi di noi (qualche folletto forse) parlano l’alberese e comunicano con lui, scoprendo in tal modo la sua verità.

“I bambini hanno naturalmente in sé un respiro più grande, siamo noi adulti ad averlo perso e non sappiamo accettarlo.”l’idea può essere comprovata dal fatto che il bambino cinese sappia riconoscere la erre, che campando andrà poi smarrendo. Crescendo dobbiamo sempre sopportare le azioni con cui i due dei, Śiva e Visnù, si divertono a modellarci.

La religione in cui è costretta la costringono a precipitare “nel burrone” del complesso di colpa. Non c’è nulla di male nel cattolicesimo, il cui nome tende all’universalità, ma che spesso conduce a un particolarismo soffocante, che ti inibisce l’azione, co-stringendoti all’immobilità e non col-legandoti al resto del cosmo. È il prezzo che in genere ti fa pagare la religione, che t’impone la certezza, negandoti la libertà del dubbio: credo quia absurdum, la quale frase pare stolta. Chissà!

“Mia madre, ad esempio, aveva un forte carattere, era sicura di ogni sua azione e non c’era niente, assolutamente niente, che potesse incrinare questa sua sicurezza.”

Lei era come una “pianta infestante” che “sotto ogni filamento ha delle piccole ventose” ed “è con quelle che si arrampica su per il tronco.”

La nonna (di cui non ricordo il nome, come non rammento quella della nipote: forse entrambi non sono stati indicati) è assai dotata nel formulare tali allegorie, il che è normale in chi passa la sua vita per lo più in silenzio, osservando le cose del mondo, e il loro intrecciarsi e interagire fra di loro. Alto esempio: nel preparare le crêpe, “quando le fai saltare in aria, ti dicevo, devi pensare a tutto tranne al fatto che devono ricadere dritte nella padella. Se ti concentri sul volo puoi stare certa che cadranno accartocciate, oppure si spiaccicheranno direttamente sul fornello. È buffo ma è proprio la distrazione che fa giungere al centro delle cose, al loro cuore.”il caso è esperto nel far cadere meglio, lo dice la parola stessa.

“… invece del cuore adesso è il mio stomaco a prendere la parola”. Ha fame, io no, e continuo a leggere (e poi a scrivere).

29 novembre: “La risoluzione dei problemi viene dall’esperienza di tutti i giorni, dal guardare le cose come sono realmente e non come, secondo qualcun altro, dovrebbero essere” – e qui urge il detto di mia madre: sòul chi al fa al sa.

“… ci vuole generosità nella vita: coltivare il proprio piccolo carattere senza vedere più niente di quello che sta intorno vuol dire respirare ancora ma essere morti.”significa essere caduti in un black hole, da cui si può (forse) uscire soltanto se si riesce a irradiarsi all’esterno di esso.

“Imponendo un’eccessiva rigidità alla mente, Ilaria aveva soppresso dentro di sé la voce del cuore. A furia di discutere con lei persino io avevo paura di pronunciare questa parola.”cuore fa rima con rumore e la gente preferisce rimare mente con niente.

30 novembre e 1° dicembre: non sono meno interessanti degli altri giorni, ma non mi spingono a scriverne alcunché. Mi sa che occorra leggere i rispettivi capitoli per capire cosa vi accada.

4 dicembre: la nonna sposa Augusto, che dopo aver rilevato l’azienda del padre, chiede la sua mano e la ottiene come se fosse una transazione commerciale. È di parecchio più anziano, le vuole bene e la tiene al calduccio, tutto lì: “Augusto non mi faceva niente, questo era il guaio…” – non gli faceva nemmeno un po’ di male, ma solo il bene strettamente indispensabile. La teneva in gabbia come se fosse una merla. E intanto se la faceva con la giovane domestica.

“… la ribellione, come sai, non fa parte del mio carattere e Augusto con me non ha mai alzato non dico un dito, ma neanche la voce.”

Conseguenza: “dopo tre anni di matrimonio avevo un solo pensiero in mente ed era quello della morte.” A volte “si crede che la vita sia immutabile, che una volta preso un binario lo si debba percorrere fino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi.” – e anche molte più frecce al suo arco, compresa alcune delle nostre.

10 dicembre: “Grazie alla magia della memoria appare tutto davanti e intorno a me come se fossi un belvedere della rocca. Non manca niente, neppure il rumore del vento, gli odori della stagione che ho scelto”e davanti a lei c’è tutta la bellezza dell’Istria. In questi casi o ci si perde nell’immensità oppure ci si chiede: “se c’è una nota stridente, dov’è?”

Augusto, ormai vecchio e quasi demente, si spegne come un albero vecchio e rinsecchito.

Ilaria muore in un incidente, che gli occorre quando sua madre le spiattella in un momento di rabbia la verità: non è figlia di colui che lei credeva essere suo padre.

“Un giorno mi avevi chiesto come avremmo fatto a trovare la mamma, il cielo era così grande che era facilissimo perdersi. Ti avevo detto che il cielo era una specie di grande albergo, ognuno lassù aveva una stanza e in quella stanza…” – le aveva raccontato una fiaba che l’aveva collegata a chi non c’era più, ma non l’aveva costretta in alcun modo: è lo specifico compito dello spirito, collegare te stesso all’Altro, senza impedirgli di andare oltre, dove prima o poi scomparirà, per un po’ o per sempre.

Una caratteristica della lettera è di compiere balzi temporali che saltellano al contrario e poi in avanti, poi ancora indietro e di nuovo innanzi.

Susanna Tamaro
Susanna Tamaro

La nonna, dopo vari anni di matrimonio infelice ma soprattutto inconcludente, s’innamora di Ernesto, un giovane medico, che è a sua volta sposato, il quale, dietro l’esplicita richiesta di lei, la rende madre. I due per scriversi hanno adottato un sistema frequente in questi casi: la nonna ha dovuto “trovare un indirizzo di un’amica fidata alla quale farmi mandare le lettere”la quale rappresenta l’imperfezione maggiore del romanzo (per il resto ben costruito): da quel che ha scritto, pare che lei non avesse amiche intime. A meno che non sia “la signora Ramzan” la quale, a pagina 141 (16 dicembre), dice che i giovani “non hanno cuore, non hanno più il rispetto che avevano una volta”…

La nonna era tornata dal marito, il quale “colpito dal mio cambiamento, invece di farsi domande si è lasciato coinvolgere. Dopo un mese era ormai plausibilissimo che quel figlio fosse suo…”

12 dicembre: dopo la morte di Ernesto (anche lui, come Ilaria, è stato vittima di un incidente automobilistico), la nonna si accorge che “la felicità, l’amore per la vita che avevo provato in realtà non mi appartenevano veramente, avevo soltanto funzionato come uno specchio. Ernesto emanava luce e io la riflettevo. Scomparso lui tutto era tornato opaco.” – stai tranquilla, nonna, la stessa cosa valeva per lui. Eravate due particelle correlate, terminata l’esistenza di una l’altra cessa di vivere e di emanare alcunché. Per fortuna la vita di un essere vivente continua, rinnovandosi, cercando sempre nuovi specchi su cui inviare il proprio messaggio esistenziale.

In quella perdita, da subito te ne accorgesti, rimaneva un quid che, tu dici, “non riuscivi a immaginare cosa ci fosse dietro, cosa avrei visto una volta salita”, un “gradino gigante” che ti avrebbe portata in salvo, in quel sempre più affollato e al contempo deserto Altrove.

16 dicembre:I giovani non sono naturalmente egoisti, come i vecchi non sono naturalmente saggi.” Mi piace il detto “degli indiani d’America che diceva: ‘Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini’”. Lo sai che un detto pressoché uguale esiste anche dalle mie parti? Preferisco, però, quello che diceva mia madre: per cgnòser na persòuna a môd ocòr magnêr un quintêl ed sêl insèm, per conoscere una persona a modo bisogna mangiare un quintale di sale insieme. Aristotele parlava, in maniera analoga, di μέδιμνος, médimnos. Si fa più amicizia a tavola che da nessun’altra parte.

Mi sovvengono ora due proverbi che, se non li cito, mi viene un attacco d’ansia: Tutto è vanità e Niente di nuovo sotto il sole

Sei quasi alla fine della tua scrittura e fors’anche della tua vita (hai un male oscuro che ti sta consumando), quando dici: “Questa lettera avrei dovuto scriverla a tua madre, invece l’ho scritta a te. Se non l’avessi scritta per niente allora sì che la mia esistenza sarebbe stata davvero un fallimento. Fare errori è naturale, andarsene senza averli compresi vanifica il senso di una vita.”

La quale è la più bella frase letta finora, per quanto solo parzialmente vera. Poco sopra si è detto della vanità del tutto, quindi anche la saggezza potrebbe essere vuota di contenuti reali. A scriverla, migliaia d’anni fa, fu di certo un sapiente profeta. Prendiamola con beneficio d’inventario, perché, se è vera, è necessariamente vana.

“Una colpa esterna esiste sempre, è necessario avere molto coraggio per accettare che la colpa – o meglio la responsabilità – appartiene a noi soltanto.” – ne consegue che in noi v’è anche la soluzione che, rispetto alla colpa, è un passo in avanti, un’irradiazione che ci lancia fuori dalla singolarità attrattiva e ci spinge all’avventura, chissà a quale disordine, e chissà per quanto.

Ilaria diceva che il cuore è soltanto un muscolo… – niente di più ero: è un mus, un roditore che guizza via per i fatti suoi, alla ricerca di qualcuno con cui condividere la sua dose di esistenza.

Ogni morte crea “un vuoto improvviso ed è “in questo vuoto che prende forma la diversità del dolore…” – confermo il dato, pensando ai miei lutti, piccoli, grandi, enormi e minuscoli.

Secondo il gesuita tedesco a cui ti sei appoggiata dopo la morte di tuo marito, “il cuore dell’uomo era come la terra, metà illuminato dal sole e metà in ombra”: anche qui si alzano per dire la loro i due nominati numi, e quelle due tendenze cosmiche che non sono né buone né cattive. Sono e basta.

Quel religioso ti invita a lasciarti andare “e ciò che da venire verrà” – non necessariamente la fede, né la sfiducia nella vita e in te. Grazie a quel saggio, stavi coltivando “una luce piccola, debole, una fiammella appena, sarebbe bastato un soffio per spegnerla.”

Tua nipote e Susanna continueranno a tenerla in vita. E d’ora in poi lo farò io, insieme a milioni di altri tuoi lettori. Un gossip: Susanna ha scritto il suo libro dopo la morte della sua ava più amata. Che sia stata la più amata è una mia illazione, ma questa è la funzione della scrittura e del pettegolezzo: variare almeno un po’ le informazioni ricevute.

Tu, nonnina, ora abiti (per l’eternità) con Buck, il cane un po’ spelacchiato che tua nipote aveva scelto, mentre tu avresti preferito se fossi stata alla sua età, “un cane soffice ed elegante”. Si dice che i figli escono a sorpresa, come vengono vengono. Forse questo vale anche per i cuccioli di cane, di gatti e di tartarughe, nonché per i pesciolini rossi.

Il 21 dicembre scrivi poche righe, che hanno la specifica funzione di condurmi al giorno dopo, che conclude la tua lunga missiva, la quale finisce con queste parole: “Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.”

Tengo già pronte le valigie, anzi, una sola, perché amo viaggiare leggero.   

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, Baldini Castoldi, 1994

 

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