“Il canto di Calliope” di Natalie Haynes: una rivisitazione al femminile del poema omerico

Μῆνιν ἄειδε θεὰ (Menin aeide Thea), “Cantami o Musa”, invoca Omero. E Calliope, Musa della poesia epica, gli concede il proprio favore ispirandogli i versi immortali dell’Iliade, poema di armi, guerre e odio. Ma cosa sarebbe successo se la Musa non avesse esaudito l’invocazione di Omero? Cosa sarebbe successo se ella si fosse sostituita a lui nel canto? Di cosa Calliope avrebbe potuto cantare?

Il canto di Calliope - Photo by Tiziana Topa
Il canto di Calliope – Photo by Tiziana Topa

Il canto di Calliope (Sonzogno, 2021, pp. 312, trad. di Monica Capuani), struggente e vibrante romanzo di Natalie Haynes, risponde proprio a questi quesiti, proponendo una rivisitazione al femminile del poema omerico.

All’invocazione di Omero Calliope risponde piccata e quasi annoiata. Questa volta ella non è conciliante con il poeta: ben altra materia che le roboanti gesta degli eroi è degna di essere cantata, ovvero l’epopea delle donne che a Ilio sono legate.

Troia è in fiamme.

È l’epilogo di dieci lunghi e sanguinosi anni di guerra. Chi non è già morto nell’incendio o sgozzato dal nemico cerca di guadagnare la fuga, come Creusa, moglie di Enea. Sulla spiaggia la regina Ecabe e altre disgraziate prigioniere attendono di conoscere a quale dei vincitori saranno assegnate come schiave.

Calliope inizia a cantare: si rincorrono così le storie delle troiane sconfitte, da Andromaca a Polissena, da Cassandra a Creusa senza dimenticare l’Amazzone Pentesilea. In Grecia altre donne hanno trascorso quei dieci anni in attesa di poter riabbracciare i loro cari o arse dalla sete di vendetta. E anche a loro la Musa rivolge lo sguardo.

Se la caduta di Troia è sempre stata celebrata da uomini che cantano di altri uomini, se lo scenario è sempre stato il campo di battaglia, insanguinato e disseminato di cadaveri, se i protagonisti sono i tronfi vincitori e, sì, anche loro, i vinti, caduti con onore, i bardi hanno escluso dalla loro poesia una componente tanto invisibile nella società maschilista dell’epoca quanto fondamentale: le donne.

Dietro le res gestae degli eroi di Troia ci sono loro, mogli, madri, sorelle, eroine del quotidiano. Sono loro che, al termine di ogni interminabile giorno di quegli interminabili dieci anni, hanno accolto i loro uomini, li hanno lavati dal sangue e dalla polvere, li hanno nutriti e confortati. Perché anche loro, le donne, hanno combattuto quella guerra; in silenzio, nell’ombra, ma con una forza e una dignità che il giogo del nemico vincitore non ha fiaccato.

Questa però è anche la guerra delle donne, non solo la guerra degli uomini, e il poeta dovrà tenere conto del loro dolore – il dolore delle donne che sono sempre state relegate ai margini della storia, vittime degli uomini, scampate agli uomini, schiave degli uomini […]. Le donne hanno aspettato il loro turno anche troppo.”

Quegli Achei venuti da lontano hanno smembrato famiglie, hanno dato alle fiamme una città un tempo florida, profanato templi e oltraggiato gli dèi, ma loro, le troiane vedove e orfane, pur con la morte nel cuore, non piangono.

Lì sulla spiaggia, vestite con abiti laceri e sporche di fuliggine e sale, esse conoscono bene il loro destino eppure ingoiano le lacrime e serbano nel cuore il loro lutto. Ci sarà tempo per il dolore, ci sarà tempo per piangere i loro morti. Ora, piuttosto, le attende un arduo compito: resistere. Resistere anche quando saranno sradicate dalla terra natìa, anche quando saranno violate dai loro nuovi padroni, anche quando sentiranno sul proprio corpo il corpo bramoso e infoiato del nemico. Così Briseide, pur soffrendo per la perdita dell’amato marito, non mostrerà a Patroclo la propria fragilità. Così Andromaca, devota sposa di Ettore, toccata a Neottolemo – proprio colui che ha ucciso il suo piccolo Astianatte – si piega alla propria sorte e, seppur straziata nell’anima, obbedisce all’uomo che odia di più.

Su quella spiaggia le sventurate troiane superstiti assistono infatti alla mercificazione del loro corpo, ridotto a bottino di guerra, oggetto e proprietà dei nuovi signori. Niente più libertà, niente più vita. Il passaggio nelle mani dello straniero segna infatti la perdita del controllo sulla propria vita, ormai rimessa all’arbitrio del padrone.

Neppure la possibilità di scegliere la morte rispetto a un destino miserabile e doloroso è più loro concessa. Per questo Polissena ringrazia Artemide che le offre il privilegio di porgere la gola alla spada dell’Argivo quale vittima sacrificale immolata per propiziare il viaggio di ritorno.

È forse Polissena, morta pura e innocente, meno eroica del divino Achille? O del famigerato Neottolemo? O dell’astuto Odisseo? Ci sarà tempo per le lacrime, dunque. Ora, su quella spiaggia, le Furie esigono vendetta.

E vendetta sia.

Ecabe, la regina, paga loro il tributo di sangue. Si graffia le gote, si strappa i capelli davanti al cadavere dell’ultimogenito Polidoro, restituito dal mare.

Poi la lucidità.

Loro, le Furie, le sussurrano all’orecchio, le infondono coraggio, le guidano la mano. E la vendetta contro chi le ha strappato il figlio si compie. Ecabe è una figura mirabile; privata formalmente della dignità regale, ella, ormai ridotta a una vecchia schiava, non perde l’autorevolezza e la maiestas proprie del suo rango. Su quella spiaggia tutte le donne si stringono attorno a lei, ultimo baluardo dell’antica grandezza.

Ma ci sono altre donne delle quali la Musa vuole cantare: quelle greche, anch’esse coinvolte nel decennale conflitto. Donne che attendono trepidanti il nostos dei reduci da Troia. Donne pazienti e fedeli, quale, per antonomasia, Penelope. Donne devote allo sposo fino alla morte, come la tragica Laodamia. La lunga mano della guerra non risparmia nemmeno loro, rimaste in Patria. Gli Achei hanno vinto, è vero, ma a quale prezzo? Al prezzo di innumerevoli vite umane; quella vittoria amara trasforma le loro donne in orfane e vedove che saranno ricordate come figlie e mogli di eroi caduti valorosamente, non saranno rese schiave, certo, ma vivranno per sempre un’altra schiavitù, quella del lutto. L’onore non asciugherà le loro lacrime, il trionfo non colmerà la loro perdita e saranno sconfitte come le troiane.

Natalie Haynes - Photo by The Independent
Natalie Haynes – Photo by The Independent

Perché Ares dispensa allori e polvere ma il confine tra vincitori e vinti viene meno per loro, per quelle donne che non rivedranno più il volto amato. E ancora quel confine si fa labile per quelle madri che, spinte dal dolore, intridono di sangue le proprie mani. Come Ecabe, anche Clitennestra si trasforma in un’omicida ultrice accecata dalla disperazione per la perdita di Ifigenia, sgozzata dal padre Agamennone quale vittima sacrificale. Con la stessa pazienza con cui Penelope attende il ritorno di Odisseo, Clitennestra aspetta il marito per dare pace, con la morte dell’uomo, al sonno della figlia.

Donna è anche Calliope, pur essendo dea. E, in quanto donna, empatizza con queste eroine silenziose; è stanca, Calliope, di ispirare versi a poeti interessati solo a un universo maschile. È stanca di vedere ignorate, ridotte a ombre di padri e mariti, queste creature che sentono, soffrono e vivono. E che hanno una propria identità. Come donna, Calliope si sente offesa dall’ottusa insistenza di Omero che la invoca affinché acconsenta a cantare le gesta di Achille e dei suoi simili.

No, non ci sta Calliope. Canterà, sì, ma alle sue condizioni. La Musa avverte l’esigenza di dare voce a chi fino ad allora non ha avuto voce, di far conoscere fatti ormai noti da un’altra prospettiva, esprimendo il maltrattato mondo emozionale femminile.

“Ho cantato delle donne, le donne nell’ombra. Ho cantato di chi è stato dimenticato, ignorato, non raccontato. […] Le ho celebrate con il canto perché hanno aspettato fin troppo.”

Calliope è perentoria. Se Omero rifiuterà il canto che ella gli offre allora lo lascerà muto e sarà lei a narrare. Non importa quanto tempo ci vorrà: è una dea, è immortale. Ma le donne, grazie a lei, parleranno, grideranno, denunceranno. È una promessa. Calliope assurge dunque ad archetipo dell’universo muliebre, lo accoglie in sé e lo sublima.

 

Written by Tiziana Topa

 

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