“L’albero della vergogna” di Ramiro Pinilla: un’opera che denuncia i crimini di guerra

“Quando i cadaveri sono uno o due, persino tre, non li seppelliamo, che questa gente veda cosa li aspetta. Lo ha detto il generale Mola: colpire forte, e sarà il terrore. Le fosse comuni sono per le fucilazioni nei cimiteri o per lavori simili…”

L’albero della vergogna di Ramiro Pinilla
L’albero della vergogna di Ramiro Pinilla

È la Storia, insieme ai personaggi, la protagonista del romanzo di Ramiro Pinilla dal titolo L’albero della vergogna, titolo alquanto evocativo. La Storia, con le nefandezze che spesso porta con sé.

Soprattutto all’indomani della presa di potere da parte del generale Francisco Franco, dopo la sanguinosa guerra civile spagnola del 1936, che ha visto la Spagna vittima di una guerra fratricida.

Ed è proprio questo il momento storico in cui si sviluppa la narrazione de L’albero della vergogna, in un dramma che coinvolge il giovanissimo Gabino e Rogelio Ceron, l’aguzzino di suo padre e di suo fratello.

Pubblicato da Fazi editore nel 2020 e tradotto da Raul Schenardi, il volume è dichiaratamente un romanzo, anche se la definizione è piuttosto riduttiva. In quanto, di un vero e proprio saggio storico si tratta.

Ambientato a Gexto (Paesi Baschi), il testo contiene in sé tutti gli elementi che ne fanno un’opera di denuncia contro i crimini di guerra, ovviamente. In questo caso quelli perpetrati a danno degli abitanti del paese, incapaci di reagire perché spaventati da rappresaglie ed esecuzioni dei falangisti che ne hanno decimato la popolazione.

Gli uomini rimasti a Gexto sono ormai in numero assai esiguo: alcuni sono stati vittime di guerra, altri fucilati davanti agli occhi inorriditi dei loro familiari, altri ancora hanno combattuto una guerra di cui non conoscevano le motivazioni.

Rogelio Ceron sta dall’altra parte della barricata, da quella di coloro che hanno fatto scempio della vita degli abitanti del paesino di Gexto.

Dopo aver ucciso il maestro del paese il soldato si trova di fronte una dura realtà: guardare negli occhi Gabino, il giovanissimo figlio del maestro. Che, dopo aver seppellito il padre e il fratello, pianta un albero di fico sul luogo di sepoltura, quasi a protezione di quel posto macabro dove lui si reca soprattutto di notte.

Nel contesto narrativo l’albero di fico assume il carattere di simbolo, in quanto elemento rappresentativo del male che è stato fatto non soltanto a Gabino, ma alla collettività tutta. Che si riflette negli occhi del giovane, manifestando tutto il dolore del mondo, ma soprattutto un atto d’accusa e una promessa di vendetta contro Rogelio, perennemente perseguitato da essi. Il cui sguardo fa dell’ex-falangista un uomo vulnerabile, e non il soldato senza scrupoli che è stato. Che però sancisce un forte legame di ordine emotivo fra i due.

Anche perché i morti sembrano essere ancora lì, vivi e presenti attraverso gli occhi di Gabino.

Anche Rogelio osserva quel lembo di terra custode per sempre dei corpi dei due, sorvegliando che la tomba non sia profanata.

Il suo comportamento è diverso dall’uomo che era, dove alloggia una sorta di terrore all’idea che, una volta diventato adulto, Gabino lo possa uccidere, e un senso di colpa. Sentimenti che gli procurano una paura che si radica nella mente di Rogelio facendone un solitario, un uomo barricato all’interno di una povera capanna che vive come un eremita. Anche perché ormai la dimensione umana non gli appartiene più.

“I miei giri in cerchio non sono veloci, ma il sole picchia e sto sudando. Di notte, quando mi distendo sul materasso per riposare, mi tiro addosso una coperta, ma a volte è di troppo…”

Trascorso un ampio arco temporale, Gabino viene ordinato prete e Rogelio pare non essere più in pericolo, se non fosse per il malessere che cova nella sua anima per il male compiuto, il quale lo tormenta fino a costringerlo a non abbandonare quel lembo di terra dove cresce l’albero di fico.

Comportamento che crea negli abitanti del paesino una strana aspettativa: che lì sotto si nasconda qualcosa di prezioso. Invece, è soltanto per sorvegliare che il luogo non sia violato, il motivo per cui Rogelio è lì, dove si progetta di costruire una scuola nuova del paese. Decisione dolorosa per Rogelio, pronto a difendere quello spazio fino allo stremo delle sue forze.

 “Volto le spalle al bambino per non vedere il suo sguardo. La nonna e la moglie non vogliono capire che le nostre esecuzioni sono una risposta alle mostruosità che commettono quelli della loro risma e alla nostra sacra missione di salvare la Spagna dall’ateismo sovietico…”

Uomo condannato da se stesso per le atrocità commesse, Rogelio è accompagnato fino alla fine dei suoi giorni da un cocente sentimento di dolore. Che si traduce nel ricordo di rappresaglie e fucilazioni, le quali gli causano un rimpianto che non lo vuole abbandonare, facendone un uomo solo e votato a una sorta di redenzione per i suoi tragici trascorsi giovanili.

Ramiro Pinilla
Ramiro Pinilla

Libro di denuncia, come già affermato, non solo della guerra civile spagnola, ma di ogni guerra. Che, come ogni conflitto vede cadere un gran numero di persone innocenti. E narrazione rappresentativa del male del mondo insito in molti uomini assetati di potere e determinati a tutto pur di ottenerlo. E pronti a sopraffare le persone più deboli e indifese.

Sviluppata con grande perizia narrativa, la narrazione contempla personaggi che, grazie all’abile penna di Ramiro Pinilla sono resi in modo realistico. Perciò, personaggi credibili, tutti aderenti alla realtà e corrispondenti al vero, anche se portavoce di dialoghi asciutti e non troppo dettagliati. Che illustrano quanto Ramiro Pinilla sia un autore dall’ampio potere narrativo, inclusa la capacità di dare all’opera dei connotati ben precisi. Che sono quelli che fanno de L’albero della vergogna un’opera sì di fantasia, ma dal contenuto molto toccante. In quanto descrive il dolore e la sofferenza delle vittime in contrapposizione al bisogno di espiazione di Rogelio.

Va dato merito all’autore di aver rinnovato un passato doloroso e cruento, che attraverso la redenzione del carnefice Rogelio, assume il carattere di un romanzo dall’ampio profilo umano e dal valore letterario indiscutibile.

“È il 1941 e il fico ha compiuto quattro anni. È un piacere vederlo, con i suoi due metri di altezza e undici rami lunghi altrettanto, ciascuno che parte dal tronco alla conquista del mondo. Non mi stanco mai di guardarlo. Sposto la sedia dalla baracca e me ne sto seduto per lunghe ore ad ascoltarlo crescere…”

Ramiro Pinilla è nato a Bilbao nel 1923 ed è morto nel 2014.

Considerato uno dei migliori narratori in lingua spagnola del Novecento, viene accostato in un parallelismo quanto mai opportuno, a William Faulkner e a García Marquez.

Il suo percorso letterario è piuttosto insolito, in quanto ha svolto mestieri vari dedicandosi alla scrittura nei ritagli di tempo. Ritirandosi poi a scrivere in silenzio. Per tornare poi, all’età di 80 anni, a scrivere L’albero della vergogna, diventato un caso letterario.

La sua produzione vanta romanzi e racconti riconosciuti dalla critica come simboli di un impegno professionale intenso e importante.  

“Le frasi che arrivano sono sempre più spezzate, e quando si mettono a cantare si direbbe che questa è un’osteria. Perché non esco per unirmi ai miei vecchi compagni? Sono venuti a trovarmi e io non gli faccio gli onori di casa…”

 

Written by Carolina Colombi

 

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