“Storie del mondo delle formiche” di Edward O. Wilson: il mondo che ci aspetta là fuori è una rotonda infinita

Di Edward O. Wilson già lessi e commentai Le origini profonde delle società umane, che ebbe l’indubbio merito di aprirmi gli occhi sull’aspetto socio-biologico dell’esistenza. Sociologia e biologia sono aspetti complementari della medesima questione: chi è vivo necessita dell’Altro per sopravvivere, anche se talvolta tenta di evitarlo, al fine di sentirsi per un attimo libero di essere l’individuo che realmente è.

Storie del mondo delle formiche di Edward O. Wilson
Storie del mondo delle formiche di Edward O. Wilson

Il cosmo stesso è un immenso individuo, composto da una quasi infinita serie di particelle, più o meno piccole, alcune obese, altre striminzite, ognuna con la sua storia, la sua ambizione e la propria necessità esistenziale. L’uomo non fa eccezione: egli necessita di una speranza di libertà e, al contempo, di essere oppresso da alcune catene.

È l’uomo un animale sociale? Sì, quando gli conviene. Con la sua supposta intelligenza superiore egli di volta in volta è posto davanti a un interrogativo: a chi devo far bene, solo a me o anche al mio prossimo?

Spesso egli s’illude che un consanguineo sia una sua ipostasi, per cui egli è pronto a sacrificare se stesso per salvare colui o colei che rappresenta il proprio futuro: di solito questo capita coi figli.

L’attuale libro di Wilson riguarda il mondo delle formiche, ma sono certo che non mancheranno riferimenti a noi scimmie denudate. Da notare che attualmente Wilson è un ragazzino che non ha ancora raggiunto i novant’anni. Quel che sorprende è la freschezza e l’emozione con cui racconta i suoi primi passi (avvenuti l’altro ieri) di studioso della natura, della biologia in particolare, nello specifico delle formiche.

“Tanto per cominciare è molto importante sapere che tutte le formiche attive socialmente nelle colonie sono femmine.”

In natura, “nel corso di centocinquanta milioni di anni da quando sono comparse, la parità del genere è andata un po’ fuori controllo.”

Un filino: “… i maschi sono più o meno spermatozoi volanti. Quando spiccano il volo non hanno più il permesso di tornare nel formicaio in cui sono nati anche se, riuscendo ad accoppiarsi, potrebbero diventare padri di nuove colonie comprendenti in alcune specie molti milioni di figli e figlie. Che riescano o meno a riprodursi, i maschi sono destinati a morire nel giro di qualche ora o, al massimo, di qualche giorno, uccisi dalla pioggia, dal caldo o dalle fauci di un predatore.”

Il secondo precetto morale in uso presso molte specie di formiche è “mangiare i propri morti – e anche i feriti. Un’operaia anziana, o che si trovi nell’incapacità di lavorare, è obbligata a lasciare il formicaio per non pesare ulteriormente sulla società.”.

La qual cosa mi ricorda quella scena tratta dal film Ombre bianche (1960), dove una coppia di eschimesi abbandona, un po’ a malincuore, l’anziana genitrice della sposa, in un luogo isolato, dove un pietoso orso bianco porrà fine a quell’esistenza ormai socialmente inutile (la poverina era quasi sdentata e non più in grado di conciare masticando le pelli).

“Il terzo problema, in termini morali, è rappresentato dallo spirito guerrafondaio, più sviluppato nelle formiche che in ogni altro animale, per cui colonie della stessa specie si scontrano in modo particolarmente violento.”

Wilson fa poi una sintesi precisa: “Per le formiche servire la colonia è tutto.” E la cosa dura da “circa centocinquanta milioni di anni…”.

Il secondo capitolo narra le prime esperienze scientifiche del giovane Edward, quando “trascurando i doveri scolastici, riuscii a mettere in piedi una vasta collezione. I miei strumenti principali erano spilli e scatoline per contenere gli esemplari, nonché un retino per insetti che mi aveva costruito Pearl…” – la seconda moglie del padre.

Il terzo capitolo indica le motivazioni che condussero quel ragazzino a scegliere “la specie giusta” da studiare: “Capii che se avessi scelto bene, la mia carriera di scienziato avrebbe potuto cominciare già al mio primo anno di università.”

Ed Wilson, di cui ammiro a pagina 26 un ritratto di quand’era quattordicenne, un misto di timidezza e determinazione, cominciò a studiare le formiche forse perché erano gli animali più comode e a disposizione nell’ambiente in cui operava.

Nel capitolo successivo egli parla delle formiche legionarie, “che si spostano come un esercito in massa”, e quindi sono facili da seguire.

Un accenno al “Macrocheles, un acaro che si attacca alla punta di una delle zampe posteriori delle operaie da cui succhia il sangue fungendo però al contempo da ‘zampa’ in più, per non ostacolare i rapidi movimenti della formica che lo ospita.” Il che “ci ricorda un principio importante della biologia del parassitismo – valido per esseri tanto differenti quanto i batteri patogeni e i delinquenti umani – per cui il parassita di maggior successo è quello che provoca il danno minore.”

Analogamente il miglior politico è quello che ruba meno e che, mentre lo fa, allestisce il futuro di una nazione.

Solenopsis invicta Buren - Formiche di fuoco
Solenopsis invicta Buren – Formiche di fuoco

Il quinto capitolo è dedicato alle “formiche di fuoco”, le quali “sono capaci di uccidere un uomo.” Quindi: “mai sedersi, stare in piedi o cadere su un nido di formiche di fuoco.” Si rischia, come con altri imenotteri, uno “shock anafilattico”. Quando si è stati a contatto con una di esse “ogni puntura si è trasformata in una pustola; tra l’altro grattando le punture che bruciano si corre il rischio di sviluppare un’infezione.” Per cui, “le formiche sembrano dire: ‘Ti abbiamo lasciato un ricordino: impara a non toccare il nostro nido.”

Cosa che un valente seppure ancora inesperto mirmecologo non può sempre evitare, se vuole davvero studiare questi agitatissimi esserini.

Ricordo certi miei dilettanteschi studi sulle cetonie dorate, che infilzavo senza rimorso alcuno, nonché su splendidi esemplari di Vanessa Atalanta e di uno solo di Saturnia pavonia (portatami a casa da mio padre una sera). Particolare significativo: non riuscii mai a catturare una farfalla cavolaia, che erano meno bella di altre farfalle, ma assai più lesta e furba (di me).

“La regina si sposta da sola o viene spinta all’interno della massa. Le formiche più giovani, le uova, le larve e le pupe indifese vengono trasportate e collocate vicino alla regina. Mentre l’acqua sale fino al livello del terreno, la colonia compattata si trasforma in una zattera, pronta a galleggiare spinta dalla corrente. La zattera vivente incomincia così un viaggio alla ricerca di un luogo più elevato in cui le operaie possano costruire un nuovo nido a monticello.”

Il che mi ricorda un cartone animato in cui certi militi dai tratti nipponici formano una specie di ponte umano fra due rupi, su cui deve transitare un carro.

E chi non ricorda di Vip, mio fratello superuomo, opera di Bruno Bozzetto, in cui un esercito di operai asiatici privi di differenze fra di loro e ugualmente disposti al sacrificio, compivano le loro mansioni schiavizzanti? Nell’immaginario occidentale gli umani dell’Estremo Oriente hanno un che di mirmecologo.

Il sesto capitolo spiega come le formiche di fuoco abbiano “influenzato la storia ecologica”. A pagina 48 c’è una foto di Ed Wilson a torso nudo e in blue jeans (tanto magrolino che a Reggio lo avrebbero chiamato bragavuota), che scruta dentro al suo “retino da farfalle nei pressi di un nido di formiche di fuoco, il primo documentato negli Stati Uniti.” Bravo Eddy!

La formica di fuoco ha una capacità di propagazione forse unica al mondo, per cui qualunque colonia “avrebbe prodotto centinaia di regine alate, ognuna in grado di volare per chilometri e dar vita a una nuova nidiata.”

La loro pacifica invasione di Yankeeland fu combattuta con ogni mezzo, che finì per limitare la loro diffusione: “questa vicenda entomologica mi ha indotto a definire l’irrorazione diffusa di pesticidi come il ‘Vietnam dell’entomologia’”.

Nel settimo l’autore racconta di come “le formiche sconfissero i conquistadores”. I fatti risalgono “tra il 1518 e il 1519”, quando “un’invasione di formiche capaci di infliggere dolorose punture colpì i neonati insediamenti ispanici sull’isola di Hispaniola.” Tutto fu inutile: “i coloni presero addirittura in considerazione l’idea di abbandonare l’isola definitivamente.” Poi la cosa si stabilizzò, e “l’infestazione diminuì”.

Il capitolo ottavo indica quali siano “le formiche più feroci del mondo e perché”.

Dolichoderus imitator
Dolichoderus imitator

La mia simpatia va alla Dolichoderus imitator, formica timida e fuggitiva, che fugge in tutte le direzioni, cercando al contempo di salvare “una qualsiasi compagna di nido immatura, larva o pupa”, incapace di pensare a se stessa. Si tratta di un’eccezione che nulla ha a che vedere con le formiche di fuoco che “occupano una posizione elevata nell’elenco delle specie più aggressive”, pur senza eguagliare “il livello di quelle che vivono nelle piante e saltano fuori dal loro nido semplicemente per aggredire chi si avvicina.”

Le peggiori (dall’umano punto di vista) sono quelle che “appartengono alla specie Camponotus femoratus, che “costruiscono ‘giardini’ sferici intorno alle epifite”. Quando Ed si avvicinò a un loro nido, “una massa di operaie uscì fuori quasi istantaneamente. Anche se non avevo ancora toccato il nido, le operaie si misero sulla difensiva agitandosi come impazzite. Salendo una sopra l’altra riuscirono a disporsi in modo tale da puntare verso di me con l’addome e incominciarono a spruzzarmi addosso una nube di acido formico.”

All’inizio del capitolo nove, il poco più ottantottenne scienziato ammette di non usare il computer, bensì la penna. Poi aggiunge che vi sono circa “25.000 o 30.000 specie” di formiche e che lui ne ha “classificate personalmente 450”. Due fatti che m’angustiano leggermente:soldati suicidi che fanno esplodere il proprio corpo contraendo con violenza l’addome” e (l’aveva già narrato nel precedente saggio) il caso penoso di quelle operaie che “non risparmiano neppure la loro madre durante l’operazione di selezione e salvano soltanto la regina più feconda, chiaramente perché riescono a comparare i feromoni prodotti da ognuna di esse e dedurre così il grado di fertilità. A quel punto le operaie tutte insieme uccidono le loro madri o lasciano che vengano uccise se non superano la selezione.” Il motivo è semplice: formica vecchia e non eccessivamente feromonica non fa buon brodo!

“Le formiche di sesso maschile hanno cervello piccolo ma occhi e genitali voluminosi che servono a un solo scopo nell’unico volo nuziale, senza seconde possibilità”.

Hanno solo un jus primae noctis e poi per loro cala tragicamente il sipario. I maschi “derivano da uova non fecondate. La regina madre stabilisce il sesso di ogni uovo che depone quando questo attraversa l’ovidotto.

Il decimo capitolo spiega come “le formiche parlano con l’olfatto e il gusto”.

Noi abbiamo un linguaggio audiovisivo, fatto principalmente di voci e di parole. Loro utilizzano principalmente “i feromoni, sostanze chimiche che vengono scambiate tra gli individui della stessa specie, avanti e indietro, come messaggi. A questi si aggiungono gli allomoni, molecole usate per comunicare con altre specie e impiegate dagli insetti sociali per cacciare le prede o evitare di diventare prede a loro volta.”

Esistono al mondodieci milioni di miliardi” di formiche e “nel complesso tutte le formiche viventi pesano più o meno quanto tutti gli esseri umani.” Esse ragionano soprattutto grazie all’olfatto: le formiche che odorano diversamente sono nemici da ammazzare e in questo non sono migliori dei nostri Cesari, Gengis Khan e Napoleoni, anzi, sono persino più sanguinarie. Ed capì che doveva cercare di capirle tramite gli odori: “in fondo sono stato il primo ad aver messo insieme le osservazioni necessarie per capire come vengono usati i feromoni per trasmettere informazioni tra le formiche e all’interno di una colonia.”

Nel capitolo successivo spiega in che modo vi riuscì. Partii da una regola a cui mi sono ispirato più volte nel corso della mia intera carriera di biologo ricercatore. A ogni problema biologico corrisponde una specie ideale per risolverlo e, viceversa, a ogni specie corrisponde un problema che è possibile risolvere studiando proprio quella specie.” Il problema è parte della sua soluzione.

Ed si accorge che “più il feromone veniva purificato per ricostruirne la struttura atomica, più debole diventava il suo effetto. Questo ribaltamento del risultato atteso poteva implicare che l’effetto fosse dovuto non a una ma a un miscuglio di sostanze.”

Nel dodicesimo capitolo, Ed spiega come cominciò a parlare il formichese, il “formic”, per essere precisi. Nella qual lingua, si presume che esistano da dieci a venti parole (numero che varia a seconda della specie). In alcuni casi “una specie può davvero ‘leggere’ il linguaggio a base di feromoni di un’altra specie.”

Inoltre le formiche “possono abbinare i feromoni con altri odori per creare ‘proto-frasi’”, inducendo le compagne a seguirle o a combatterefino alla morte per la nostra Regina!”.

Il tredicesimo capitolo spiega come le formiche sono (quasi) dappertutto, ma non, per esempio, alle Galapagos:come viaggiatrici transoceaniche sono infatti piuttosto scarse”. A dir il vero sono pure là, ma con esemplari del tipo “vagabonde”, rare e non in grado di formare vere e proprie comunità e di differenziarsi nel corso del tempo. Nelle Hawaii la situazione è solo in parte diversa. Delle 36 specie, 29 sono “vagabonde”, ma tutte “involontariamente portate” dagli uomini. “Nessuna è nativa e si è evoluta direttamente nelle Hawaii.” Il fatto ci permette “di vedere che aspetto potrebbero avere gli ambienti di terraferma del nostro pianeta se non fossero mai esistite le ondate di regine volanti con le loro colonie di formiche irrequiete.”

Una parte considerevole delle specie animali e vegetali presenti nelle isole, “sono più numerose” che altrove: è il regno della biodiversità.

Quasi sempre “una volta giunte in una nuova terra, le formiche rivelano una certa creatività nell’occupare autonomamente praticamente ogni habitat fuori dall’acqua. Penetrano infatti in ciascun sito adatto per costruire un nido, prendono il controllo della maggior parte delle fonti di cibo disponibili e, nel farlo, danno vita a un’egemonia artropode capace di influenzare ogni livello ecologico, dalle cime degli alberi più alti all’intrico delle radici più basso.”

Qui hanno avuto delle difficoltà a primeggiare, e non sono riuscite a evolversi. La mia ipotesi di lettore bambino (lo si è a qualsiasi età) è che a impedirlo possa essere stato l’eccessivo numero di vagabonde rispetto a quelle dotate di fissa dimora. Ed non si esprime a proposito.

Aphaenogaster gamagumayaa - Photo by ResearchGate
Aphaenogaster gamagumayaa – Photo by ResearchGate

In altri luoghi, ad esempio a Okinawa, la formica Aphaenogaster gamagumayaa è riuscita nel suo intento di colonizzare una grotta; lo stesso è capitato alla laotiana Leptogenys khammouanensis.

Il capitolo seguente spiega come le formiche disperse riescano ogni volta a tornare a casa. Ne prendo nota anche perché a me capitano analoghe difficoltà nel trovare la macchina parcheggiata in una città che non conosco troppo. A Vicenza ebbi l’accortezza di parcheggiare vicino al fiume, convinto di non perdermi. Ignoravo però che l’inclita città veneta è dotata di due analoghi corsi d’acqua. Nessun problema: un valente tassista seppe riportarmici.

Queste adorabili bestioline sono in grado di utilizzare informazioni che noi umani ce le sogniamo: “il gradiente spaziale della luce polarizzata, la composizione spettrale della luce e l’intensità radiante la cui traccia è presente nell’intera volta celeste.”

Aggiungo: cose che nemmeno gli androidi di Blade runner sarebbero in grado d’interpretare.

Ed, è ora che, per comodità ma anche per affetto, ti dia del tu. Tu ora citi i colleghi Wehner e Srinivasan: “Se una formica (Cataglyphis bicolor) rincasando si perde, non comincia a girovagare in modo casuale, ma adotta una strategia di ricerca stereotipata…” Nel corso della quale: “la formica compie un certo numero di giri di dimensioni sempre maggiori, partendo e arrivando allo stesso punto di partenza ma seguendo direzioni azimutali differenti. La strategia garantisce che la ricerca sia più concentrata nell’area al centro, dove è più probabile che il nido si trovi.”

Metodo che tu utilizzi presso il Rio delle Amazzoni, dove avevi perso il bandolo della matassa: “il mio stratagemma prevedeva di trovare un tronco grosso e chiaramente distinguibile, che fosse visibile da tutte le angolazioni il più lontano possibile. Bisognava quindi camminare intorno al tronco, memorizzando le caratteristiche superficiali della parte inferiore, e continuare a girarci intorno ampliando il diametro a ogni giro.”

Il fatto è che a Vicenza avrei dovuto attraversare a nuoto due corsi d’acqua. Se fossi invece capitato presso quell’immenso fiume amazzonico, il cui bacino è il più vasto del mondo, qualche problema in più forse l’avrei avuto. L’avrei però percorso con rapidità, magari inseguito da caimani.

Il quindicesimo capitolo narra di alcune tue avventure mirmecologiche, che sono come tutte le altre che hai raccontato, gustosissime. A te interessano molto gli occhietti (che sono enormi rispetto al resto del corpo) della “Santschiella kohli”. A cosa servono, ti chiedi: “Sfuggire più facilmente dai predatori oppure individuare le prede quando la formica si sposta durante il giorno? E se fossimo di fronte a una nuova forma di comunicazione visuale ancora sconosciuta?”

Domande che attendono risposta. Se non la darai tu, ci proverò io, a suo tempo, se campo a sufficienza, te lo prometto.

Il sedicesimo capitolo distingue le formiche più veloci da quelle più lente. “Ognuna delle migliaia di specie di formiche presenti sulla Terra ha un tratto caratteristico, simile al ritmo in musica, che corrisponde essenzialmente alla velocità con cui le caste delle operaie conducono la propria vita.” Una volta dissero a una signora amalfitana di accelerare perché stava piovendo, e lei rispose Chisto è ‘o passo mio! Lo stesso capita a quei saggi imenotteri.

“Le formiche più rapide sulla Terra, quelle cioè con il ritmo più veloce, sono probabilmente le operaie e le regine, piuttosto simile a operaie, del genere Ocymyrmez (il nome vuol dire proprio ‘formica svelta’).”

Sono delle “velociste”, avendo “forma affusolata e le zampe molto lunghe”: le Marcell Jacobs del loro mondo. Non riuscisti a catturarle vive, tanto erano leste, ma solo spiaccicarle con la tua “mano aperta proprio su di loro.”

Poi ci sono le maratonete “le Cataglyphis che “sono in grado di percorrere rapidamente lunghe distanze nel deserto”: le Stefano Baldini della situazione.

Non mancano le “basicerotine”, che “predano basandosi sull’agguato: non danno la caccia alla preda, la pedinano lentamente o, in alternativa, attendono che essa si avvicini abbastanza per poter fare uno scatto, colpirla e catturarla. Queste formiche sono maestre di discrezione, il loro ritmo è il più lento possibile che consenta a una formica di sopravvivere.”

Ci sono anche i parassiti delle formiche che “accompagnano le formiche foraggiere in cerca di cibo accaparrandoselo. Talvolta, come abbiamo visto, sollecitano le formiche a produrre cibo in forma liquida, altre volte leccano le secrezioni oleose ma ricche di sostanze nutritive sui corpi delle loro ospiti. Capita anche che, come spazzini, mangino i corpi delle formiche morte nel nido. Infine, come in una storia dell’orrore ambientata nel mondo degli artropodi, divorano i membri immaturi della stessa colonia.”

Altri, come gli “insetti appartenenti all’ordine Thysanura” riescono a cavalcare “le formiche adulte non per leccare i loro corpi, bensì per saltare più occasionalmente e divorare le larve di formica.”

Matabele - Ants - Photo by Botsawana Safari and Tour Packages
Matabele – Ants – Photo by Botsawana Safari and Tour Packages

Il capitolo diciottesimo parla delle “formiche guerriere africane”, le cosiddette “matabele”, che “hanno un pungiglione temibile” che lasciava pessimi ricordi “a qualunque uccello o mammifero intenzionato a mangiarle” e una di loro “a Gorongosa” ti donò un dolore simile “alla puntura di un calabrone, anzi di due o tre calabroni insieme.”

Queste brave ragazze amano assaltare il castello termitico, cioè il mucchio di terra, grosso come “un frigorifero” oppure come “un autobus”, popolato come la città di Roma, in cui alloggiano alcune centinaia di migliaia di termiti. Però, specifichi che “mi risulta che le matabele non occupino il termitaio dopo la vittoria. Con l’incursione finisce tutto.”

Un particolare ameno: la regina di quelle termiti ha “le dimensioni di un pollice” ed è monogama: riesce a depositare “86.400 uova” in un giorno. Povero marito!

Il successivo capitolo parla di “guerra e schiavismo tra le formiche”. Ci sono specie di formiche schiaviste e altre destinate ad essere schiavizzate, “ma è bene ricordare che, nella maggior parte dei casi, la condizione, la condizione di schiavitù delle formiche non somiglia affatto a quella degli esseri umani. Ricorda di più la cattura e la domesticazione di animali selvatici.” – una cosa del genere capitava agli antichi romani che utilizzavano i nemici catturati in mille mansioni (dal gladiatore al lacchè).

“Nella specie Strongylognathus testaceus le operaie hanno perso il loro spirito guerriero, mentre la loro nuova regina subito dopo l’accoppiamento si limita a trasferirsi nella colonia ospite, sistemandosi accanto alla regina residente. In seguito le operaie si prendono cura sia della regina parassita, sia della loro madre. Le figlie nate dalla regina parassita sono amichevoli con le ospiti, ma non svolgono alcun lavoro.”

Parli poi degli esemplari di “Formica subintegra”: “durante le incursioni, le schiaviste cospargono con le loro secrezioni le formiche residenti. Le secrezioni sono così concentrate da seminare il panico nella colonia attaccata facilitando alle predoni il compito di penetrare nella camera della nidiata e rapire le pupe che diventeranno loro future schiave.”

Mi va di definire allegro ma non troppo il titolo del ventesimo capitolo: “Morti viventi”.

“Una formica che muore di vecchiaia o di malattia dentro il nido semplicemente rimane immobile o cade sul fianco con le zampe raggrinzite. Di solito rimane lì dove si trova. Al massimo dopo qualche giorno una compagna raccoglie il cadavere e lo porta fuori dal nido oppure lo getta su una pila di rifiuti in una delle camere interne del formicaio.” Interessante è la tua aggiunta: “Non è prevista alcuna cerimonia.” – da quanto impera il covid, anche da noi scarseggiano i canti gregoriani.

Sarai sempre un monello, Ed, per questo ti apprezzo: ti chiedi cosa sarebbe successo a spruzzare “su un’operaia viva e sana una delle sostanze ‘funeralizie’”. Ti sento quasi gongolare mentre ricordi che “il risultato fu gratificante. Le operaie che incontravano le loro compagne imbrattate le afferravano e le trasportavano ancora vive nel cimitero. Il comportamento delle becchine era relativamente calmo, quasi disinvolto. I morti devono stare con i morti.”

Ovvio che quelle piccole zombie, “una volta pulite tornano nei quartieri residenziali del nido. Se la sostanza necrofora è stata rimossa in quantità sufficiente dal corpo, questi individui vengono riammessi nel nido. Se non è così, vengono nuovamente presi dalle compagne e gettati nel cimitero. In questo caso la pulizia riprende, qualche volta anche con l’assistenza di compagne.”dura lex sed lex.

Il puntualissimo (nel senso che non è in ritardo con i precedenti) capitolo ventunesimo parla di “piccoli allevatori in Africa” e distingue fra le attività rurali di alcune formiche.

Due tipi di attività: All’interno del nido delle Melissotarsus vivono insetti appartenenti al gruppo delle cocciniglie, che le formiche proteggono e allevano.”

Queste ultime, “in cambio delle cure ricevute, producono gocce di escrementi ricchi di zuccheri e amminoacidi.

Altra è la situazione: “le cocciniglie che vivono con le formiche Melissotarsus, tuttavia, non producono escrementi ricchi di sostanze nutritive: è chiaro però che sono allevate appositamente per essere uccise e mangiate. Le formiche peraltro lo fanno con accortezza così da garantirsi un rifornimento di proteine a lungo termine, le Melissotarsus allevano bestiame da carne, non sono contadine.”

Il ventiduesimo capitolo descrive certe “mandibole a trappola per cacciare collemboli”. Infatti, “le mandibole delle formiche dacetine funzionano come trappole per topi, anche se la loro struttura è profondamente diversa. Provviste all’estremità di spine e lungo i margini interni di file di dentelli acuminati come aghi da sutura, colpiscono le loro vittime con uno dei movimenti più rapidi conosciuti tra gli esseri viventi.” – uno scatto tanto “rapidissimo, al punto che non è possibile vederlo a occhio nudo.”

Vi è un conflitto eterno tra “le Strumigenys dalle mandibole a trappola e i saltellanti collemboli entomobriidi”: “in entrambi i casi l’arma impiegata è un dispositivo a scoppio che le prime usano per catturare e i secondi per sfuggire alla cattura.” Si tratta di un’azione subdola e contro la quale non esistono difese certe: “Non appena la formica avverte la presenza di un collembolo, resta come ‘congelata’, immobile, bassa e accucciata, mantenendo questa postura per un certo tempo.”

Dopo una serie di scaltre e quasi immote manovre d’allineamento, al momento giusto “lo scatto mandibolare è tanto improvviso quanto quello di Strumigenys louisianae, riuscendo però solo, in un primo tempo, a stordire la vittima. E poi a immobilizzarla.”

Il capitolo che segue parla di rarità mirmecologiche. Il vostro tentativo di catturare alcuni esemplari di Nothomyrmecia fallì, perché avevate condotte le ricerche durante le giornate torridi dell’estate. La cosa riuscì ai tuoi amici biologi durante la stagione più fresca. Altre formiche meglio si adattano ai climi torridi e a quelli temperati. Questo è il primo aspetto che bisogna esaminare quando si va alla loro ricerca.

Il capitolo che sopraggiunge tratta di “una specie minacciata”: la “Myrmecia apicalis”, considerata estinta da alcuni esperti. Tu ne scorgesti una “che scendeva lentamente lungo il tronco di un piccolo albero.” Forse per l’emozione “… me la sono lasciata sfuggire!” – quella dopo no, riuscisti a catturarla!

I peggiori nemici di questa rarità sono a) gli uomini b) la formica di fuoco Wasmania auropunctata, e sta ai primi impedire che la seconda si espanda troppo, finendo per rubare lo spazio e le risorse della specie da proteggere!

Edward O. Wilson - Photo by Pineapplesuitcase
Edward O. Wilson – Photo by Pineapplesuitcase

Penultimo capitolo: “Formiche tagliafoglie, superorganismi estremi”.

“Riuscii a identificare circa 175 specie di formiche in un chilometro quadrato di terreno pianeggiante della foresta pluviale della Papua Nuova Guinea.” Qualche anno dopo, “Stefan Cover e John Tobin raddoppiarono quel numero identificando 355 specie in una sola località dell’Amazzonia.”

Presso le tagliafoglie, “le operaie minori trascorrono la maggior parte del tempo all’interno del formicaio facendo le bambinaie e nutrendo le loro sorelle ancora immature. Queste formiche inoltre curano la coltivazione dei giardini di funghi – l’alimento principale, perfino esclusivo, delle tagliafoglie – che crescono su tappeti di vegetazione appositamente preparati.” Invece, “le operaie ‘medie’ costruiscono il nido, masticano e preparano i frammenti vegetali appena tagliati e realizzano i tappeti per l’allevamento dei funghi…”

Fai un’interessante considerazione: “la divisione dei compiti è così radicata e ben definita tra i membri di una colonia di tagliafoglie da far sì che ogni singola colonia possa ragionevolmente essere considerata un superorganismo.”

Problema: “una singola colonia può spostare tonnellate di suolo danneggiando la produzione agricola. Basta un’unica colonia per asportare in una sola notte tutte le foglie da un albero di limone o anche per spianare i campi coltivati in una fattoria familiare. E questa attività non si ferma mai.”

Diversa visione dello stesso problema: “le formiche tagliafoglie sono da annoverare tra i più importanti organismi responsabili del rinnovamento del suolo. Svolgendo questa funzione vitale e, ancora di più, quella più remota e ininterrotta di erbivori, questi insetti generano ecosistemi unici al mondo e aumentano la biodiversità degli habitat nel loro complesso.”

Infine si profila il venticinquesimo e ultimo capitolo che esamina come erano “le formiche al tempo dei dinosauri”.

L’analisi dei fossili indica che “le formiche cretacee del New Jersey erano un mosaico di caratteri, che probabilmente accomunavano la vespa ancestrale e le prime formiche, mescolati ad altri esclusivi delle formiche”: “mandibole da vespa”, “parte intermedia del corpo da formica”, “‘vita’ da formica posteriormente”, “antenne intermedie tra quelle da vespa e quelle da formica”.

Altra differenza con quelle odierne: “mentre infatti tutte le formiche, tra cui le specie convenzionali con mandibole a trappola, muovono queste strutture una verso l’altra orizzontalmente, come facciamo battendo le mani…”, le mandibole delle antenate delle formiche Haidomyrmex “erano fuse tra loro e si muovevano verticalmente, in su e in giù, in modo da chiudersi sul labrum, il ‘labbro superiore’ dell’insetto.”

Ed, ti diverti a chiedereagli altri naturalistici che luogo e quale tempo raggiungerebbero se, per magia, potessero vivere per qualche ora in una qualunque località della terra e in un qualunque momento della storia del nostro pianeta.” Tu preferiresti esplorare “una foresta del Mesozoico di cento milioni di anni fa, brulicante di antiche formiche, tra cui Haidomyrmex.”

Lo sai che su questa tua scelta ci avrei scommesso la mia Saturnia pavonia che ancora alloggia (senza più aleggiare ahimè!) nel solaio paterno?

Io avrei cercato di fare il maschio probabilmente indolente di quella specie e avrei cercato in tutti i modi di mettermi in contatto con te e di chiedere asilo politico all’università di Harvard, che descrivi in tutto il saggio come il ricovero più grande e ospitale per noi poveri imenotteri.

L’ultima pagina, come buona costumanza, è dedicata ai tuoi ringraziamenti.

Ora tocca a me: ti ringrazio, Eddy, di avermi portato in giro in quei favolosi luoghi con te e di avermi ricordato che il mondo (non solo quello delle formiche) non è soltanto bello perché è vario, ma in quanto consente a chi se la sente di visitarlo e di scegliere, non solo dove andare, ma anche cosa andare a fare. Ci vuole, è naturale, una buona dose di fortuna e di occasioni speciali. Ma esse vanno ricercate, rincorse e, se sfuggono, forse è meglio: la volta successiva andrà senz’altro meglio.

All’eventuale lettore di questo striminzito articolo dico: non pensare nemmeno lontanamente che ormai sei già un esperto mirmecologo. Leggendo questo saggio che è anche e, soprattutto, un’autobiografia scientifica, scoprirai mille altri particolari che non ho riportato, non per mancanza d’interesse, ma perché non sarebbe stato corretto nei confronti dell’autore e dell’editore.

Dopo tanta teoria, ti aspetterà il mondo là fuori, dove affronterai la prova pratica che, come per il buon vecchio Eddy, non sarà mai finita.

È come se tu dovessi dare l’esame della patente e ti addentrassi in una rotonda che ti conduce in un’altra rotonda, e che poi dà in un’altra ancora, e così all’infinito.

Ehi, Eddy Boy, ti ringrazio ancora e non vedo l’ora di rileggerti!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Edward O. Wilson, Storie del mondo delle formiche, Raffaello Cortina Editore, 2021

 

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