“Storie invisibili e altri racconti” di Giorgio Messori: la banalità che diventa regina

Leggo nell’Introduzione di Gino Ruozzi alcune peculiarità letterarie dell’autore. “Ogni invisibile può avere il suo momento di riscatto da una quotidiana interiore e marginale, provare un’emozione che lo alleggerisce e cambia almeno per un po’ (e quasi paradossalmente), il sentimento del mondo…” Gino ha riportato una parte importante del pensiero di Giorgio Messori.

Storie invisibili e altri racconti di Giorgio Messori
Storie invisibili e altri racconti di Giorgio Messori

In Le vin de l’assassin Baudelaire, con maggior enfasi, descrive un fatto simile. Un folle ubriaco, anonimo e derelitto, trova nel vino l’ebbrezza necessaria per sentirsi diverso, migliore e distruttivo. Egli intende entrare nella storia della disgraziata moglie, rigettando sul suo cadavere la propria nullità e trasformandola in un atto prezioso ai suoi insensati occhi.

Il paragone è assurdo, meritevole di attenzione. In genere l’invisibile è innocuo, ma può condurre a termine, come il più eclatante uomo di potere, ogni delitto. Ha sempre però la sua storia.

Gino cita ora le parole esatte di Giorgio: “Fin dall’inizio, da quando ho cominciato a scrivere, ho sempre creduto che i racconti, più che i romanzi, siano più vicini alla vita. Non ho mai amato la cosiddetta fiction, dentro cui un romanzo rimane spesso ingabbiato. Perché la vita è fatta di tanti frammenti che mal si adattano a entrare nell’orizzonte di un romanzo compiuto.”

Concordo e dissento. Fino a vent’anni leggevo solo diari, autobiografie, poesie e saggi, rifiutandomi di gettare il mio tempo con altre forme di narrativa. Da anni mio padre m’implorava di sprecarne un po’ per L’idiota di Dostoevskij, impresa a cui mi accinsi con scarso entusiasmo. Il principe Myškin mi procurò uno shock anafilattico paragonabile a quello di cui fu vittima Paolo di Tarso, sulla strada di Damasco, e dopo tale immane lettura sono diventato un bulimico di narrativa.

Cambiai idea su tutto: l’anima ha troppe sfaccettature perché siano definite tutte reali. La maggior parte sono invece soltanto virtuali.

C’è tanta autobiografia in I fratelli Karamazov di quanta ve ne sia in Memorie dalla casa dei morti. Entrambe le opere sono farcite da verità e da bugie. Nemmeno Fëdor saprebbe districarsi in quella selva oscura e individuare l’origine delle varie specie vegetali e animali che la compongono.

Non saprei più vivere in un mondo che fosse privo dei romanzi di Franz Kafka. Se non li avessi conosciuti, forse sì. La Storia non prevede un se. Sarebbe un mondo migliore se un giorno fosse ritrovato Il messia di Bruno Schulz, di cui ignoro tutto, se non che dimora dentro di me, come se l’avessi letto.

Sono in sintonia con te, Giorgio. Provo l’urgenza di salvare il Poco o Nulla (e solo quello) che ha attraversato la mia strada, deviandola. Questo è il compito dell’artista: rielaborare quello che, fuggevole, ha appena fatto in tempo a scorgere.

La bistecca: grazie a essa, posta dalla nonna alla finestra: “finalmente si apriva un sipario su un cielo azzurro e l’aria fresca che veniva dal mare”, che penetra nello spirito di chi passa di lì per caso.

Film di una volta:E chissà in che modo il nonno guardava alla nonna?”, chi potrà più dirlo ormai?

La fiera di San Pellegrino:si doveva sapere di paesi lontani, come che c’erano le mucche e si faceva il latte, e che erano ricche di cereali, rame e bauxite…” Nella mia infanzia scolastica questa bauxite non mancava mai a nessun paese europeo ed era una risorsa a cui attingere durante le odiose interrogazioni.

Dispiaceri in casa:Forse beveva di nascosto, e qualcuno a casa del maestro ha visto pure…” Quando si teme qualcuno si finisce poi col fargli un monumento. Oppure si può regalargli “un televisore a colori perché si era sparsa la voce che avesse solo quello in bianco e nero.”

Gli uomini sulla luna: parla di “Vittorio, il più bravo della classe”, forse perché “era anche il più triste.” E sapeva tante cose, e “non lo interrompevo mai con le domande. Era questa la nostra amicizia.” Anche a me è capitato d’incontrare e di smarrire un simile amico. Fors’anche di ritrovarlo.

Sale da ballo: dove chi che non sa ballare si trova a disagio, a meno che non beva un po’. Dove ti capita di sbaciucchiare una donna, con le due lingue che danzano a tempo, mentre qualcuno ti ruba il cappotto. Pazienza! “… per non soccombere ho dovuto cercare l’aria aperta, anche se era inverno e rischiavo la polmonite.”

Un poeta mancato?:Un poeta è sempre incompreso, pensava, e in famiglia non diceva più niente.” Forse qualche balla ogni tanto. La vita scorre dove vuol lei e ognuno fa le sue scelte. Tipo bere. “E se è proprio un pensiero che non vuole andare via, beve il primo bicchiere della giornata. L’importante è che non siano più di due o tre prima di mezzogiorno.”

Vocazioni precoci:Perché a far teatro si finisce sempre per litigare, è uno spazio troppo aperto, senza confini, dove tutti vogliono dire la loro. Fu allora che litigai anche con…” La vita è un teatro; se hai dei dubbi, sposa chi proviene da Laggiù. Ognuno dice la sua, e mentre l’Altro risponde, non ascolta mai, perché sta meditando la prossima obiezione altrui. Se vuoi, chiamalo amore, ma anche amicizia, dal sanscrito kam’a, passione. Chiamalo se vuoi quel che ti pare.

Le canzoni del mare: il sogno era una ragazzina di nome Rosaria Ferretti, “l’amica di mia sorella”. Le sue tette soprattutto. I capezzoli che intravedevi quando lei era in un due pezzi un po’ strettino per le sue esuberanti doti. Ferretti è un cognome diffuso dalle nostre bande. Anche io ne sognai una, con caratteristiche analoghe. Chissà dov’esiste ora? Poi salta sempre fuori qualcun altro, che “mi ha detto che potevo distendermi anch’io, appoggiare la testa sul suo ombelico, se volevo. E quando mi sono appoggiato mi ha accarezzato i capelli.

Un salto fuori:Anche lì c’erano delle donne che entravano e uscivano dai negozi, uomini che camminavano verso la stazione, i tram che passavano. Dalla sera prima era passato così tanto tempo che il mondo era diventato più largo.” Tutto è relativo, anche la nostra illusione. I tram (così a Reggio son detti gli autobus) danno questa doppia sensazione: d’irrimediabilità, quando sono appena passati e tu sei appena giunto alla fermata; e di sicurezza: prima o poi toccherà a te. Un sacco di eventi sono simili, anche l’ultimo.

Giorgio Messori
Giorgio Messori

Malattie infantili: il tuo io, Giorgio, parla di un gatto selvatico “molto più grosso e feroce dei gatti da cortile” e di “un cane da caccia che ogni tanto si perdeva nei campi dietro a una rete.” Il primo l’hai solo immaginato, il secondo fa parte della famiglia. Queste anime talvolta prave differiscono da noi per il numero di zampe e la qualità del pelo. Quando il cane dormiva fuori nella cuccia “era la nostra casa ad essere più vuota.” Anche lui riempiva un buco egregio della nostra esistenza. “… dopo il boom delle industrie. Niente è come prima, anche se io non mi sono mai mosso da questo paese. Ma gli anni passano per tutti.” Passiamo e lasciamo noi stessi appesi in infiniti ciappetti del bucato. “… la mia voglia di mangiare fuori, per i medici aveva un nome sicuro…” Qualsiasi diagnosi è solo un’accozzaglia di parole che errano per conto loro. Quello che conta, per te, “sono pensieri che sono venuti e spariti in un attimo, il tempo di aprire la…”

La comunità del bar 2000:Si può dire che il bar 2000 non abbia nessuna impronta particolare, non è neanche un posto particolarmente accogliente.” Però mi ci sono trovato abbastanza bene, con te.

La corsa del treno:E fuori, dal finestrino? Ormai solo il nero delle colline, la sera che avanza; e molti che dentro stanno piegando il giornale. Devo prepararmi a scendere.” Tranquillo, fra un po’ arrivano gli altri.

Morire a Natale:Era giunto a quel tempo in cui immaginazione e ricordi s’aggrovigliano, e dopo non ci sarà più niente, anche le immagini che ingombrano la mente sarebbero scivolate via.” A far danno altrove. “Passati così tanti anni, da che lei non c’è più, verrebbe da dire che il suo corpo è svanito per sempre, così il seno morbido che le accarezzava con la mano.” Avrebbero continuato a farlo con le tante dita dell’anima. “… più il tempo passava e più le cose sparivano. Non c’era niente che potesse testimoniare che fosse realmente accaduto qualcosa.” Lo scrittore è un martire della verità.Solo il cervello che inseguiva storie mai vissute, o troppo lontane da ricordare.” Quando si ferma, sono guai, oppure è una santità a cui rinuncio. “… bastava qualsiasi cosa, fossero i pini del parco, la brina sui prati o la processione dei matti, bastava niente che tutto diventava un messaggio per…” per chi sa ascoltare. Il Niente che diventa un Tutto è la più folle delle magie.

Un’idea da vendere:Non doveva pensare a un’altra epoca, a posti e situazioni strane. Bastava raccontare quello che gli era successo, e senza che bisognasse dare un senso a tutta una vita, come nel romanzo che…” che doveva nascere chissà dove, e in chissà chi.

L’amante timido: che è colui che si emoziona quando ama. Apprezzato, in fondo non troppo. O sì? O dipende da lei? Questo è il problema. “…  i momenti più bui, nella mia vita, sono sempre stati gli abbandoni…” Son quelli che conducono da un’altra parte, dove la precedente è sommersa da così tanta angoscia che finisce per seppellire il ricordo dell’amata. A me capita così. A te? “Quando son lì penso sempre che in fondo l’unica consolazione è che sono solo. Prima o poi anche la mamma se ne andrà. Poi, finalmente, libero.” Che retrogusto acido ti donano le illusioni!

Il cinema a Milano: “finito il film, tutti erano felici e piangenti quando in coro siamo tornati a bere una birra alla mensa del parco.” I tetri fantasmi s’erano appisolati, per cui “non c’era più d’aver paura di nulla e di nessuno, perché la vita si svolgeva senza ansia, come in un grande cinemascope”, finché la luce del mondo non ha reso la sua giustizia.

La neve a Zurigo: “Però era nella solitudine che trovavo me stesso, almeno prima che arrivasse Linda.” Che fortuna! “Linda è stata una vera sorpresa, uno choc.” Tutto scorre, diceva il saggio. “Però non mi ha mai detto di amarmi, io non gliel’ho neanche mai chiesto.” Era diversamente affettuosa e ti cercava, che bello! “Tornare a casa poi, nella casa degli inquilini invisibili, era già come entrare in un sogno.” A questo servono le case, a celare le anime.

Colpo di vento: racconto atipico, privo di io narrante e di pronomi personali collegati a quell’io. Colgo anche tre incongruenze nell’esistenza di questa Carla che mi fanno pensare che sia tutta una finzione (un’eccezione che conferma la regola?). “… i suoi occhi si fissavano un po’ su tutto, per cacciare i pensieri dalla testa.” Dov’è l’autore ora, se non in quella testa? “Capita, a volte, di guardare la natura per non pensare ad altro.” O a meditare chi siamo, immersi nel cuore di questo ameno mondo. “A volte Carla ripensa ancora” all’amante disperso. “Non cerca di immaginarselo come potrebbe essere adesso.” Adesso mentre lo dici non esiste più come concetto. Esiste il prima e il dopo, fantasmi più concreti.

La casa che non c’è: “Se possiamo vederci facciamolo di notte. Arriverai che è già finito tutto…” Tutto? “Allora sarà bello non fare niente e tutto sarà come dev’essere, come sempre.” Niente? Sempre? Il tutto che diventa niente è sempre emozionante. “… anche se non è vero ho capito, col tempo, che i ricordi sono sempre dei sogni.” Non è facile capire nulla, si può girargli intorno però. Non so se ci sia alcunché di vero, da qualche parte. Il Tempo è il Signore delle Illusioni. I ricordi sono messaggi elettro-chimici. I sogni sono occhi che girano su se stessi, oppure reinvenzioni. Di notte, tu insisti, “a noi, che abitiamo il mondo dei vivi, potrà bastare una carezza.” Trepidamente sognata.

Dimenticarsi: parli delle donne che hai amato: “… sono apparizioni nella nebbia.” Come tante scimmiette? “… qualcosa rimane. Ma se mi capita di incontrarle di nuovo, a distanza di tempo, stento a riconoscerle.” Qualcosa è cambiato nei tuoi occhi? “… e rivederle mi aiuta soltanto a cancellare il ricordo che ho di loro.” Forse per me è lo stesso. Non riesco a capire cosa ci avessi trovato in lei, questa donna quasi laida, ottenebrata dalla miseria umana (ovviamente sono io, vile, che così la reinterpreto). Si salvano soltanto gli amori che non rividi più. Frase che faccio mia: “Non tanto perché mi senta poeta, sono solo un impiegato in una banca, anche se non mi sono mai considerato un impiegato di banca.” Io mi sento (pensa un po’) Miguel de Cervantes catturato dai pirati di Arnaut Mami e costretto come un ciuccio, a girare una greve macina per quarant’anni (ho esagerato nel paragone). “Perché qualsiasi cosa si possa pensare ci dev’essere sempre un punto, una luce su cui appoggiare i propri pensieri.” Oggi tocca al tuo libro. “… che la vita è fatta di momenti, e che ci sono dei momenti che la vita ti vorrebbe portar via, lontano da quello che eri, da quello che sei stato fino ad allora.” Basta scriverne e trovare un lettore a caso (me, per esempio). “La luna non serve solo per guardarla, è anche lei che ti guarda”: il solito irrimediabile entanglement. Un appunto: non è vero che la luna “stava lì prima di noi, e ci sarà ancora dopo e dopo ancora, fuori dal tempo.”. Nulla è fuori da quest’illusione. Nulla è dentro. Eravamo tutti Uno, non colà, non allora. “… ti dicono che la perdita è nell’ordine delle cose”: il mondo è destinato al caos e all’Uno, dicono. “Forse la disperazione è una delle poche cose che non si dimenticano…” Forse è l’unica che vogliamo ricordare. “… potrei essere ancora lì, che sto tornando a casa, e forse non m’accorgo neanche che l’infanzia è già finita.” Appena posso corro a Castellarano, a cercarti. Dimmi tu che quale età potrai avere.

Bosco giapponese – Una Novella: la storia di una diversamente umana, che col figlio “Martino parlava solo giapponese perché voleva che imparasse bene la sua lingua.” E che gli insegna a vivere, concetto vasto, oppure troppo ristretto, se consiste nel seppellire gli animaletti trovati morti, incidendo “su una latta, presa da qualche scatola”. È uno di quegli atti inutili in questa cosiddetta società della depravazione. “… la casa è piena di gatti, e ha tutti Yuki ha dato il nome di amici che aveva una volta.”

Alberto Giacometti
Alberto Giacometti

La luna di Giacometti – Cronistoria di un’opera mai vista: mi faccio aiutare da Google per comprendere che questa è l’ultima finzione di Giorgio. Hanno ritrovato dei “fogli scarabocchiati” del grande artista elvetico. Dopo trent’anni dalla morte cercano di capire il loro significato: “per alcuni, le rughe di un uomo vecchissimo, quasi millenario, per altri solo dei segni che spesso si perdevano nel vuoto”.  Gli occhi erano piuttosto dei buchi disseminati su quei volti”. Più da Bacon che da Giacometti. Era la sua “opera definitiva”. Si “intuiva in quelle parole la sensazione dell’approssimarsi della morte…” In altre e bieche parole: “doveva essere appunto il suo volto da lasciare all’eternità.” E qui entra in gioca il motore di ricerca, che presto s’ingolfa. Tanto su Giacometti, ma nulla su “opera definitiva di Giacometti”, nulla su “Gigino Rafedi”, anche con Luigi non spunta nemmeno mezzo link. È “un critico d’arte di stretta osservanza deselbiana”. Scopro chi è De Selby. E cosa serva tutto questo lo derivo dal motto: “La realtà dell’arte è sempre più interessante e più bella di come la immaginano i critici.” Quel Gigino, “prima di studiare qualcosa sui libri, si reca di solito nel posto in cui l‘opera è esposta o in altri casi, come nel caso in questione, dove l’opera è stata concepita.” Divora Leopardi: “Giacometti sentiva parole che avrebbe voluto abbracciare per intero, tanto le amava…” Non c’è autore che più avrei voluto stringere in me. Recanati è il luogo della mai anima. Si vedeva che “Giacometti voleva che anche il tempo ci potesse lavorare sopra, non solo la sua mano.” La sua mano era parte del tempo, ma non la più decisiva. Genet, non era “un critico, ma piuttosto uno scrittore ‘molto vicino alla vita dell’arte’ (De Selby)”. Pure Rafedi. Qui non c’è “l’illazione di qualche critico in cerca di fortuna.” C’è la fortuna in cerca di qualche illazione reagita così, d’incanto. “… ci sono delle cose che possono fare solo i grandi artisti, e pure forse i grandi artisti riescono a far entrare il tempo nella loro arte, quasi che il tempo possa obbedire a loro.” Il tempo non dà retta a nessuno, ché è un’eterna illusione. Può variare l’ordine delle cose, però. De Selbysostiene che non è tanto importante attribuire le opere a determinati artisti perché nella vera arte non si sa mai dove finisce uno e comincia l’altro.” Giacometti è “Cimabue, oppure un ignoto scultore dell’Antico Egitto o delle Nuove Ebridi, di cui però non si è mai saputo il nome.” La morte regala all’artista non tanto la celebrità, quanto l’eternità (lo garantisce Borges, l’avo di ciascun scrittore, anche di te, Giorgio).

Questo è l’ultimo racconto di Storie invisibili. Ne seguono altri di editi (8) e d’inediti (5).

Uscite di sicurezza:Quello che vedevo non mostrava nessun evento particolare, ma solo una situazione indefinita, quotidiana.” Abbinamento suggestivo. Il quotidiano è indefinito, perché non soltanto usuale, ma ripetitivo, inevitabile. Ma anch’esso è un momento di vita, che sembrerà notevole a chi esiste lontano da te. Tu stesso potresti essere lui, un giorno. Salva quello che ora è umano e che domani ti apparirà sacro.

Le storie nelle storie:Per raccontarmi una storia avrei dovuto rischiare, pormi delle domande.” Finché potrai farlo, sarai vivo. Quando muore qualcuno si dice a gh ē gnû mânch al fiê, gli è venuto meno il fiato. Quello necessario per porre le domande. “Nella mia intenzione di immaginare una storia c’era il desiderio di cercare, scrivendo, una specie di complicità, scoprire che cosa permetteva ad alcune persone e cose di essere un ambiente, e riportare questo spazio fisico a uno spazio mentale, quello della scrittura…” È ricreare la quotidianità, che diventa banalità, dove il bannum, è il bando del signore, unica figura consentita allo scrittore. Se non si è signori di sé, la scrittura è d’altri.

Io non sogno mai: storia addirittura separata da quattro cancelli che ogni volta il lettore deve scavalcare per andare innanzi. Molto bella, lunga e interessante. Per Sandro Penna, le liriche più complete erano le più corte, con la fine e l’inizio certo. Il racconto è così ricco di cose, ché la metà basterebbe. Non disturbano, anzi, è tutta roba buona. La stranezza è che, nonostante il titolo, quello che ricorderò maggiormente sarà il “sogno molto strano”. Quando era un ragazzo si sentiva a disagio nei bar del paese, “dove la gente giocava a carte, parlava dialetto e discuteva il commercio degli animali.” Gli anni passano e non si guarisce dal male di vivere, ma si sviluppano gli anticorpi, e ora. “In quei bar mi sento quasi protetto.”

La speranza degli abitanti di Mikron:Riccardo stava stranamente bene perché sentiva lo spirito di uno che cercava le cose preziose.Stranamente: “uno strano sogno, un incubo.” Il mare lo sta attaccando, ma egli si salva poiché abita in un grattacielo che lo protegge. Degli amici non sa più nulla.Riccardo vedeva la sua città sventrata.” Qui sono addirittura 9 i cancelli che ostacolano il cammino del lettore.

Forse l’esilio comincia nei sogni a occhi aperti: confrontiamo i due cimiteri. A “Vienna è enorme”, pieno di ebrei e di personaggi famosi. A Praga c’è un altro cimitero ebraico, “dov’ero andato a cercare la tomba di Franz Kafka”. Dopo il settimo e ultimo cancello, spuntano dal nulla le parole che ti indicano la fine del percorso, una delle tante possibili: “M’accorgevo di dare retta a tutto, come se tutto potesse aver vita. Che sognare a occhi aperti non fosse già sentirsi in quel piccolo esilio?” Occhio al Tempo!Dovevo affrettare il passo se non volevo perdere la luce.”

Immortalità:Io stavo lì, mi trovavo proprio sotto quell’albero, ma ero letteralmente spogliato dei miei sensi.” Il nostro corpo è incapace di percepire il mondo, “non può mai vedere nulla.” Sono cieche “le viscere, che invece vivono di vita propria.” Da qui nasce la caducità umana. Nessuna scienza è più inesatta della medicina. “Tutto è acqua, piscia. Essere un pesce che nuota nell’aria e sprofonda per terra. Come non essere mai nati, perduti in qualche stagno invisibile, e ricordarsi che un giorno si dovrà pur morireLa natura è ironica e ci ha fatto per il 60% d’acqua, per poterci meglio annegare. Le donne vivono di più perché la loro percentuale d’acqua è inferiore.

Congestione:C’era proprio qualcosa di sacro e sorprendente. Con tutta quella luce che inondava il bagno come un’apparizione divina.” Il lavabo era diventato la tua “forma battesimale”. Sarebbe bello rimettere i peccati in seguito a una semplice congestione.

In camera mia: “… ed accorgersi di un improvviso colpo di vento, forse un respiro che viene da un’altra finestra illuminata.Uno spirito vitale. Chi sarà, una donna di certo. Quale mestiere? Che importa. “Non voglio saperlo.” E qui, Giorgio, me lo dovrai spiegare un giorno: “Impiegate e maestre d’asilo hanno lo stesso tepore e vaghezza che mi cullano i residui dell’alcool.”

Il romanzo di Icaro: “Allora scrivevo soprattutto poesie, molte e belle.” Io, soltanto molte. “Mi bastava affacciarmi alla finestra per descrivere quello che vedevo.” Io le chiudevo e le mie poesie erano buie. “Trascrivere i fatti in modo poetico. Tutto questo mi sembrava importante.” Gettare fuori le parole, proprio non riuscivo a evitarlo. “Il naso tirato in su, divido i capelli sulla fronte per vedere meglio. Rimango così senza far niente a scrutare le manovre del cielo, mentre il tempo trascorre in un tranquillo torpore.” E col culo che ti ritrovi, incontri Icaro. Che sei forse tu, addirittura. Fu allora che Icaro mi volle confidare un segreto.” Te lo sussurra nell’orecchio. “Ma tutto ciò che non c’è, è andato perduto.” Hai perso l’occasione della tua non vita. “Mi rimane solo la volontà di pensare.” Tutto è chiaro in questo racconto, per Icaro. Non per te, non per me.Così guardandomi nello specchio potrei ricordare lui.” Tutto, a posto. “Un flash. Un punto che scompare all’orizzonte.” Ehi, dicono che i punti non esistono.

Il villaggio di Atrani: ci sono due vecchietti: “Il loro silenzio, in mezzo a quella gente, mi colpiva davvero…” Lo dico a bassa voce: stanno raccogliendo tutto quello che riescono, prima di partire. “Proseguii (ormai ero uscito di strada) per lunghe teorie di vicoli di strade…” Un tale (che poi si scopre che è Escher) “osservava due ragazzi che mettevano su l’illuminazione per una festa.” Senti il bisogno di comunicare con lui. Anche lui lo sente. “Escher mi fece vedere le pietre di quelle case, e poi gli uccelli che ormai si perdevano nel confine di mare e cielo, e spiegò che Atrani, dove spesso ritornava, era…” I gradini portano su e a volte giù, a scendere tutti i Santi aiutano. “… e sotto c’era una panchina, dove una coppia di vecchi riposava nell’ombra.

Esercizi spirituali:Avevi già imparato a scordare quel nulla che era accaduto.” E non è facile, ci si mette una vita. “Laggiù esistevi ancor prima di nascere, e la tua casa l’hanno abbattuta quando è arrivata la ricchezza. Ma nell’immobilità di questo abbandono ti rendi conto che niente è completamente perduto.” Come fa a essere un niente completo? O un tutto vuoto?Vedi gli scoiattoli che corrono nel bosco e anche tu vorresti passare così leggero, da questo mondo.”

Mobilia:Per farci capire che il quadro era bello ci aveva detto di spostarci da destra a sinistra, e da qualunque parte la si guardasse…” Trucco vecchio, sempre affascinante. Il padre non vuole orologi che non siano a pendolo e irregolari. “… adesso che ha tempo il tempo è qualcosa che bisogna sentire, e lui quel tempo lo sentiva fin da bambino.”

Notte d’amore a Bukhara: “… chissà perché l’amore è sempre così vivo e vero, quando a chiuderlo è la morte? Solo la morte riesce a fermare anche la vita… cioè allora rende la vita anche immortale, pura.” Un giorno mi dirai che era altrettanto vero (e illusorio) il contrario. Safura ha un compito: non smarrire una parte vitale della sua anima. “C’era ancora il libro, sotto la maglietta, da infilare adesso sotto il…” (solo lei ha il diritto di saperlo).

I racconti sono finiti. Mi stanno rimbombando dentro la testa. Li ho circuìti, repressi, gonfiati, li ho fatti miei. Ma resteranno sempre tuoi, Giorgio. Sempre nostri.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Giorgio Messori, Storie invisibili e altri racconti, Diabasis, 2008

 

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