“La finestra aperta sul mare”, poesia di Sergio Corazzini

“La finestra aperta sul mare”

a Francesco Serafini

Faro dello Jument visto dall'isola di Ouessant - Photo by Wikipedia
Faro dello Jument visto dall’isola di Ouessant – Photo by Wikipedia

Non rammento. Io la vidi
aperta sul mare,
come un occhio a guardare,
coronata di nidi.
Ma non so né dove, né quando,
mi apparve; tenebrosa
come il cuore di un usuraio,
canora come l’anima
di un fanciullo. Era
la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata
terribile nel crepuscolo,
spaventosa nella notte,
triste cancellatura
nella chiarità dell’alba.

Le antichissime sale morivano
di noia: solamente l’eco delle gavotte,
ballate in tempi lontani
da piccole folli signore incipriate,
le confortava un poco.

Qualche gufo co’ i tristi
occhi, dall’alto nido
scricchiolante incantava
l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno
da tanti anni, nella torre,
come nel mio cuore.

Sotto la polvere ancora,
un odore appassito, indefinito,
esalavano le cose,
come se le ultime rose
dell’ultima lontana primavera
fossero tutte morte
in quella torre triste, in una sera triste.

E lacrimava per i soffitti
pallidi, il cielo, talvolta
sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente
quietamente per ore
e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra
veniva il sole, e il mare,
sotto, cantava.

Sergio Corazzini
Sergio Corazzini

Cantava l’azzurro amante,
cingendo la torre tristissima
di tenerezze improvvise,
e il canto del titano
aveva dolcezze, sconforti,
malinconie, tristezze
profonde, nostalgie
terribili… Ed egli le offriva i suoi morti,
tutte le navi infrante,
naufragate lontano.

Una sera per la malinconia
di un cielo che invano
chiamava da ore e ore
le stelle, volarono via
con il cuore
pieno di tremore
le ultime rondini e a poco
a poco nel mare
caddero i nidi: un giorno
non vi fu più nulla intorno
alla finestra. Allora
qualche cosa tremò
si spezzò
nella torre e, quasi
in un inginocchiarsi lento
di rassegnazione
davanti al grigio altare
dell’aurora,
la torre
si donò al mare.

Breve la vita di Sergio Corazzini, nato a Roma il 6 febbraio del 1886 e sepolto il 17 giugno del 1907. Le giornate minate dalla tubercolosi (etisia, tisi) lasciano spazio ad un versificare sentimentale e desolato per cui la poesia coltiva l’illusione di esistenza dopo la morte. Un’illusione che è divenuta realtà visto che, ancora oggi, possiamo rendere omaggio al poeta romano che giocò il ruolo del poeta sciagurato alla francese.

La poesia è un amaro calice: un’introspezione ed un dialogo costante che permette all’essere umano di vedere oltre le variegate maschere dell’io. Sergio fu definito dagli amici (tra i quali Aldo PalazzeschiFausto Maria MartiniCorrado Govoni) piccolo Dio, Batista, poeta maledetto, ed i suoi versi suscitano stupore per l’intelligenza visionaria, anche se acerba, visti i pochi anni nei quali ha potuto operare.

“La finestra aperta sul mare” è tratta dalla raccolta “Le aureole” pubblicata nel 1905. L’incipit è di una magnificenza ancora da esplorare. “Non rammento“, il poeta non ricorda, lo dichiara già dal primo verso della poesia.

Ci si sofferma su questo “Non rammento” e ci si chiede: che cosa ci stai raccontando se dichiari tu stesso di non ricordare?

Poi la descrizione:Io la vidi/ aperta sul mare,/ come un occhio a guardare/ coronata di nidi.

Sergio Corazzini - poesia - La finestra aperta sul mare
Sergio Corazzini – poesia – La finestra aperta sul mare

La visione improvvisa. Il poeta è, poniamo caso, sul suo divano ed in un lampo ecco che gli si palesa davanti una finestra. “Era/ la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata/ terribile nel crepuscolo,/ spaventosa nella notte,/ triste cancellatura/ nella chiarità dell’alba.

La visione poetica – l’imago – non sovviene all’ordine temporale, la finestra della torre si presenta ora al mattino ora alla sera: il poeta che guarda senza tempo riesce a scorgerla in un arco espanso, passeggia al suo interno, esplora la torre “Le antichissime sale morivano/ di noia“, percepisce il passato glorioso di quella torresolamente l’eco delle gavotte,/ ballate in tempi lontani“.

Ed egli le offriva i suoi morti,/ tutte le navi infrante,/ naufragate lontano.Il Titano Oceano, figlio di Gea ed Urano, è citato dal poeta come cantore di “dolcezze, sconforti,/ malinconie, nostalgie/ terribili…” e portatore di doni quali navi infrante.

 

 

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