“Ode su un’urna greca” poesia di John Keats: l’evocazione del passato

Ode su un’urna greca” del poeta britannico John Keats (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821) è una poesia certamente molto evocativa, che va oltre una certa schematica e scolastica contrapposizione tra Neoclassicismo e Romanticismo.

“Ode su un’urna greca”

John Keats poesie Ode su un'urna greca
John Keats poesie Ode su un’urna greca

1

Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
Narratrice silvana, tu che una favola fiorita
Racconti, più dolce dei miei versi,
Quale intarsiata leggenda di foglie pervade
La tua forma, sono dei o mortali,
O entrambi, insieme, a Tempe o in Arcadia?
E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?

2

Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci
Ancora so quelle inascoltate. Su, flauti lievi,
Continuate, ma non per l’udito; preziosamente
Suonate per lo spirito arie senza suono.
E tu, giovane, bello, non potrai mai finire
Il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli;
E tu, amante audace, non potrai mai baciare
Lei che ti è così vicino; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l’amerai per sempre, per sempre così bella.

3

Ah, rami, rami felici! Non saranno mai sparse
Le vostre foglie, e mai diranno addio alla primavera;
E felice anche te, musico mai stanco,
Che sempre e sempre nuovi canti avrai;
Ma più felice te, amore più felice,
Per sempre caldo e ancora da godere,
Per sempre ansimante, giovane in eterno.
Superiori siete a ogni vivente passione umana
Che il cuore addolorato lascia e sazio,
La fronte in fiamme, secca la lingua.

4

E chi siete voi, che andate al sacrificio?
Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,
Conduci la giovenca muggente, i fianchi
Morbidi coperti da ghirlande?
E quale paese sul mare, o sul fiume,
O inerpicato tra la pace dei monti
Ha mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?
Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre,
E mai nessuno tornerà a dire
Perché sei stato abbandonato.

5

Oh, forma attica! Posa leggiadra! Con un ricamo
D’uomini e fanciulle nel marmo,
Coi rami della foresta e le erbe calpestate –
Tu, forma silenziosa, come l’eternità
Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!
Quando l’età avrà devastato questa generazione,
Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai
<Bellezza è verità, verità bellezza,> – questo solo
Sulla terra sapete, ed è quanto basta.

John Keats citazioni
John Keats citazioni

Il poeta osserva un’antica urna greca, in mezzo alla natura.

Ma non soltanto la osserva: la vive.

Entra con tutto se stesso nelle storie che questa urna racconta, interrogandola senza posa, febbrilmente.

Una evocativa ed ispirata nostalgia, che traghetta il poeta nel passato, tuttavia conscio della distanza spazio-temporale.

Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci/ Ancora son quelle inascoltate. Su, flauti lievi,/ Continuate, ma non per l’udito; preziosamente/ Suonate per lo spirito arie senza suono.” (vv. 11-14)

Il silenzio racconta.

Il silenzio è il racconto e l’incontro tra le due dimensioni. Sono davvero separate?

Una scena d’amore, cristallizzata nel tempo: un giovane musico e la fanciulla amata, che rivivono nella palpitante poesia di Keats.

Un sacrificio. Un sacerdote che conduce al sacrificio una giovenca: che ne è, ora, delle strade percorse dal corteo, dai paesi da esso attraversati?

“Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre, / E mai nessuno tornerà a dire / Perché sei stato abbandonato.” (vv. 38-40).

Che ne ha fatto il tempo di tutto questo?

In un solo modo può tornare ciò che è stato: con il ricordo; ed il ricordo è il vero narratore, assieme al silenzio, del passato, unito, nel caso del poeta, all’immaginazione.

Sono voci lontane, echi dapprima indistinti, fantasmatici, che sfidano la ragione (“Tu, forma silenziosa, come l’eternità/ Tormenti e spezzi la nostra ragione.”, vv.44-45).

Quest’urna, infine, sfida il tempo stesso, come la Bellezza, di cui essa assurge a simbolo e a monito per noi: “Quando l’età avrà devastato questa generazione,/ Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori/ Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai/ “Bellezza è verità, verità bellezza” (vv.46-50).

Una poesia certamente molto evocativa, che va oltre una certa schematica e scolastica contrapposizione tra Neoclassicismo e Romanticismo: quest’ultimo, infatti, prediligeva il Medioevo, proprio in contrapposizione all’esaltazione dell’età classica tipica del Neoclassicismo.

Quale concezione del “classico” esalta quest’ultimo?

Esso volle recuperare la razionalità, l’equilibrio, l’armonia, portandole dal passato all’arte contemporanea del periodo (siamo tra la seconda metà del XVIII secolo e l’inizio del XIX), nel tentativo di colmare la distanza tra le due epoche. Distanza a cui guarda la malinconica immaginazione del poeta, realmente e profondamente conscio di essa e, tuttavia, allo stesso tempo, in un dialogo carico di pathos.

Una poesia non soltanto squisitamente intensa, ma anche importante per quel che concerne la dialettica tra “classici” e “romantici”, poiché contribuisce in maniera determinante a smorzare la (a volte forzata) contrapposizione tra le due concezioni e i due modi di sentire.

 

Riporto qui la suddetta poesia in lingua originale:

Ode on a Grecian Urn

1

Thou still unravish’d bride of quietness,
Thou foster-child of silence and slow time,
Sylvan historian, who canst thus express
A flowery tale more sweetly than our rhyme:
What leaf-fring’d legends haunts about thy shape
Of deities or mortals, or of both,
In Tempe or the dales of Arcady?
What men or gods are these? What maidens loth?
What mad pursuit? What struggle to escape?
What pipes and timbrels? What did ecstasy?

2

Heard melodies are sweet, but those unheard
Are sweeter; therefore, ye soft pipes, play on;
Not to sensual ear, but, more endear’d,
Pipe to the spirit ditties of no tone:
Fair youth, beneath the trees, thou canst not leave
Thy song, nor ever can those trees be bare;
Bold lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal-yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast non thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!

3

Ah, happy, happy boughs! That cannot shed
Your leaves, nor ever bid the spring adieu;
And, happy melodist, unwearied,
For ever piping songs for ever new;
More happy love! More happy, happy love!
For ever painting, and for ever young;
All breathing human passion far above,
That leaves a heart high-sorrowful and cloy’d,
A burning forehead, and a parching tongue.

4

Who are these coming to sacrifice?
To what green altar, O mysterious priest,
Lead’st thou that heifer lowing at the skies,
And all her silken flanks with garlands drest?
What little town by river or sea shore,
Or mountain-built with peaceful citadel,
Is emptied of this folk, this pious morn?
And, little town, thy streets for evermore
Will silent be; and not a soul to tell
Why thou art desolate, can e’er return.

5

O Attic shape! Fair attitude! With brede
Of marble men and maidens overwrought,
With forest branches and the trodden weed;
Thou, silent form, dost tease us out of thought
As doth eternity: Cold Pastoral!
When old age shall this generation waste,
Thou shalt remain, in midst of other woe
Than ours, a friend to man, to whom thou say’st,
“Beauty is truth, truth beauty,” – that is all.
Ye know on earth, and all ye need to know.
Written by Alberto Rossignoli

 

Bibliografia

John Keats, “Poesie. Con un saggio di Jorge Luis Borges. Testo originale a fronte”, Oscar Mondadori, Milano 1996.

 

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