"Faceless", di Claudio Cricca, Damiani

“Scattare una foto è facile, scattare una foto in faccia ad una persona è difficile, scattare una foto in faccia a chi soffre… è contro natura.Ho dovuto attraversare un processo di trasformazione interiore per poter controllare determinate emozioni.”

Claudio Cricca.

Seppure ogni genere di fotografia conserva una sua dignità, è innegabile l’esistenza di generi emotivamente più difficili e coinvolgenti: la fotografia sociale, quella di guerra, determinata fotografia introspettiva, hanno un taglio che non può non lasciare il segno nel suo fruitore e ancor prima  nel suo autore. Non fa eccezione Cricca, che con il progetto Faceless affronta un intenso viaggio all’interno degli OPG ( Ospedali Psichiatrici Giudiziari), una strada intrapresa dal fotografo certamente non facile, di cui già nell’introduzione non nasconde le difficoltà nel rapportarsi con carcerati così particolari.

Nonostante un’opinione pubblica schierata contro i manicomi, piaga a cui ha posto fine la legge Basaglia, vige un colpevole silenzio su queste strutture, che pur di natura in diversa, mostrano problematiche comuni a quelle dei manicomi: stiamo parlando di realtà molto più vicine a carceri da terzo mondo che ospedali veri e propri, luoghi dove la dignità è offesa e la desolazione è diffusa, dove è mancato la giusta attenzione da parte delle istituzioni; basti pensare a questo passaggio del libro: Gli infermieri, ma soprattutto i poliziotti, sono le figure di riferimento. Non hanno nessuna preparazione fornita dallo Stato. Il tutto è lasciato al buon senso ed al lato umano dei singoli individui. E ancora: questi luoghi rappresentano il capolinea della società, qui la gente vive tra deliri ed allucinazioni, ognuno con la propria storia di violenza e umiliazione.
Non è dunque un caso che una commissione parlamentare abbia affrontato ultimamente la cosa, divulgando un video agghiacciante, diretto, crudo. Di altro stampo Faceless, non solo per il supporto fisico differente, ma per la capacità di trasmettere la giusta tensione senza abusare dei pazzi. È un reportage in bianco e nero, che attraverso giochi di luci e ombre, riflessi su specchietti e pozzanghere, gestualità e dettagli dei soggetti, in una prospettiva quasi da “prima persona”, porta all’interno degli OPG. Sfioriamo passo dopo passo quei muri scrostati, camminando lungo i corridoi o nei giardini all’interno delle mura di cinta. L’obiettivo fotografico diventa il nostro punto di vista, le nostre dita lambiscono le sbarre, mentre respiriamo noi stessi il fumo delle tante sigarette che avvolgono volti di guardie e carcerati. Tra le mura c’è spuntano gatti, foto di donne nude da una parte e santini disposti in maniera da formare croci dall‘altra. Il nostro sguardo incrocia quello di un uomo che tenta di sbucare dalle sbarre, ma non vi riesce, ne rimane dietro, costringendoci a fissare i suoi occhi puntati su di noi, l’unica parte del corpo realmente esposta, gli occhi, lo specchio dell‘anima. Poco più avanti un altro tenta lo stesso gesto, sbuca dai tubi in acciaio con testa e mani, la posizione che assume è una via di mezzo tra un cristo in croce, ed un condannato a morte per mezzo della ghigliottina: a guardare bene sembra semplicemente un segno di resa. 

Sin dall’inizio del progetto, ho espressamente deciso di rendere i ricoverati pressoché irriconoscibili..per tutte le ragioni esposte mi sono impegnato in questi anni a documentare la realtà degli OPG, visitanto tutti e cinque gli istituti esistenti in Italia che dipendono dal Ministero della Giustizia. Per le stesse motivazioni ho intitolato il progetto: Faceless, senza volto.

Le immagini spesso sono confuse, mosse, tempi normalmente inappropriati per fissare degli uomini in movimento, una licenza poetica che in questo caso rende l’alta inquietudine, veicolando in uno stato emotivo ben preciso l’osservatore, sensibilizzato così ad una questione per lo più taciuta e non di rado messa da parte con un “se ha fatto del male bisogna pur metterlo in carcere”, secondo una logica che non tiene conto di troppi dettagli. Foto che creano un’empatia nei confronti della triste esistenza che devono affrontare questi individui, persone che si ritrovano quasi sempre più in uno stato di incoscienza: quando un ricoverato ha un momento di lucidità e/o consapevolezza, soffre enormemente, perché sa di pagare per una colpa che non gli è stata riconosciuta, mi dice un ricoverato. Non è raro che, in uno di questi stati di consapevolezza, un ricoverato tenti il suicidio.

Non solo storie sbagliate si trovano nelle pagine del libro, che regala anche la rinascita di Fabrizio. Innamorato del calcio, a diciassette anni vede i suoi sogni andare in fumo per un brutto infortunio. Da li il passo verso l’autodistruzione è breve: la droga per non sentire il dolore fisico e i brutti pensieri, e i furti per garantire questo status. Lo stesso Fabrizio parla del suo percorso verso la “normalità“: nella malattia migliori, mi sento più disponibile nei confronti degli altri e dei loro problemi. Ogni giorno di vita in più, è un regalo!

Se si pensa al fatto che tanti finiscono per vivere un ergastolo bianco, il fatto che oggi Fabrizio sia un uomo libero, con un lavoro, una compagna, una casa, dovrebbe far comprendere quanto si può fare per ridare speranza, vita e dignità a chiunque affronti il buio della malattia. Non può che essere un contributo Faceless ad un cambiamento necessario, un piccolo ma prezioso contributo, per sensibilizzare, per aprire gli occhi, per farlo sfiorando la corda emotiva più nobile delle persone, quella che realmente può generare un miglioramento della società.

 

Sito del fotografo Claudio Cricca http://www.claudiocricca.com/

Written by Roberto Montis

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