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“Il libro della giungla” di Jon Favreau: dignitoso remake che prende con coscienza le distanze dagli avi

Da qualche anno alla Disney si è intrapresa una complessamente pianificata rilettura in chiave live-action dei classici animati del secolo scorso: “Alice in Wonderland” (2010), “Biancaneve” e “Biancaneve e il cacciatore” (2012), “Maleficent” e “La bella e la bestia” (2014), “Cenerentola” e “Pan” (2015) ne sono un tangibile esempio.

Il libro della giungla

Prima dell’ennesimo “La bella e la bestia” (in uscita nel 2017) e dei remake su “Pinocchio”, “Dumbo”, “Peter Pan”, “La spada nella roccia”, “Winnie The Pooh”, “La sirenetta”, “Mulan”, perfino su “Fantasia”, accanto ad alcuni spin-off quali “Prince Charming”, “Tinker Bell” e “Cip e Ciop”, quest’anno il pubblico mondiale può approcciarsi alla visione del 13esimo lungometraggio tratto dalla celebre raccolta di racconti editi sul finire del XIX secolo dal britannico Rudyard Kipling.

Non è difficile appurare come quest’ottava opera per il cinema firmata Jon Favreau (“Iron Man”, “Iron Man 2”, ma anche “Chef – La ricetta perfetta”) non si presenti come un puro ricalco del più famoso degli adattamenti, ossia il 19esimo classico del 1967 diretto da Wolfgang Reitherman, l’ultimo prodotto sotto la supervisione del Maestro dell’animazione.

Il libro della giungla” assomiglia più a un colosso che a un film per ragazzi, più ad una grande avventura pluviale che ad un cimento dell’ilarità, abitato in netta maggioranza dagli esseri in CGI piuttosto che da attori in carne ed ossa.

In effetti l’unico che conceda sia voce che corpo alla macchina da presa è l’esordiente Neel Sethi, di origini indiane, che interpreta il famoso cucciolo d’uomo rimasto orfano e cresciuto da un branco di lupi sotto l’egida di Akela e la protezione materna di Raksha. L’intero ambiente che lo circonda, fauna e flora, è frutto di un capillare lavoro di digital design che interessa ogni elemento del visibile, dalle foglie più minute ai codici espressivi dei musi di Kaa e Re Louie, dai moti acquatici e franosi alla sensibilità luminosa delle pellicce, di giorno come di notte.

Insieme al tono moderatamente epico, rintracciabile nella costruzione delle sequenze come nei dialoghi, il quale in più momenti può richiamare le atmosfere atemporali di un Peter Jackson (si immagini a cosa potremmo assistere fra qualche anno se il progetto “The Adventures of Tintin: Prisoners of the Sun” andrà finalmente in porto, diretto e prodotto dal nume neozelandese), una così appariscente saturazione impegna inevitabilmente oltre gli auspici lo sguardo dello spettatore, col risultato di trattenere a volte il dinamismo di un racconto che un tempo possedeva molto più brio e scioltezza.

Il libro della giungla

L’approfondimento sui “trucchi” del giovane Mowgli, sul suo progressivo scoprirsi umano grazie alle sfide lanciate da Baloo, Bagheera e Shere Khan, mette invece alla luce il taglio saggiamente formativo di questo romanzo filmato, che nonostante la performance non brillante del protagonista costituisce l’elemento fondativo più appezzabile del soggetto: l’affetto familiare, il senso d’appartenenza ad una comunità, il rispetto delle leggi naturali, il coraggio di ammettere ciò che si è anche di fronte gli avversari più temibili, ognuno di questi topic è collocato con attenzione e incisività, in un complessivo equilibrio di forze tale da allontanare le ombre sempre incombenti (più che mai in kolossal come questi) di scostanti suggerimenti e paternalistiche forzature.

A sequel già in progettazione, avviate le trattative per un rinnovo di contratto che coinvolgerebbe nuovamente regista e sceneggiatore, resta da attendere un’ulteriore rivisitazione dello stesso “Jungle Book”, prevista per il 2018 e operata da Andy Serkis al suo esordio come regista.

 

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Written by Raffaele Lazzaroni