“Sotto falsa identità” di Caterina Falconi: la storia di quattro donne con le spalle al muro

“Sotto falsa identità” di Caterina Falconi: la storia di quattro donne con le spalle al muro

Mag 22, 2015

“Alle mie figlie, che stanno in cima al mio cuore, a Francesca Bonafini, che è mia sorella, a Romano De Marco, che è stato il primo a leggere il romanzo e, ancora una volta, a te.”

Sotto falsa identità

Ho ritenuto opportuno, per quanti di voi leggeranno questo articolo e non avranno il libro davanti agli occhi, riportare la dedica dell’autrice prima di parlare del suo romanzo. Perché dentro un libro, prima del primo capitolo, in quelle poche righe dedicate, è contenuto un mondo.

Nella pagina successiva un passo di Yukio Mishima (scrittore, drammaturgo, saggista e poeta giapponese), da Una virtù vacillante: “Pertanto io la esorto a una scelta etica; o, se preferisce che mi esprima diversamente, le consiglio di usare la forza che nasce quando si è con le spalle al muro. È tutto quello che sono in grado di dirle.

È la veste cartacea di ‘Sotto falsa identità’, l’ultimo libro di Caterina Falconi. Il romanzo racconta la storia di quattro donne con le spalle al muro, in uno specifico momento della loro vita, che non hanno la possibilità di difendersi e di salvarsi perché schiave delle proprie vicende personali, tutte in attesa di un segno decifrabile che possa portare un cambiamento. Reiko, la protagonista, è un medico di sangue misto. Ha lavorato in Benin con Medici per il Mondo.

Fu su una neonata immersa in una tinozza celeste che Francois baciò Reiko per la prima volta. Dopo poche ore facevano già l’amore: ‘Io e Francois avevamo accostato le brande al centro della mia camera.’ ‘Sentivo le dita del mio collega scorrere sulla pelle e individuare i punti sentibili con una competenza clinica.’ Reiko e Francois, oltre alle brande, avevano unito le mani e i loro corpi. Tra le righe della loro storia, la corporeità sembra un minuscolo granello di sabbia che assume la grandezza e la consistenza di una duna del deserto che travolge, e regala campo visivo alla parola appena arriva a rappresentare l’immagine della fusione ma anche dell’assenza quando di colpo, Francois sparisce.

Reduce dall’abbandono da parte del suo fidanzato e rassegnata per assenza di indizi a risolvere il mistero della sparizione di Francois, Reiko si ritrova incastrata in una nuova relazione sentimentale e accetta il rischio di perdersi e mortificarsi fino a compiere le azioni peggiori sbirciando il profilo dell’amante con la complicità di un suo amico: ‘Chi è quel signore dallo sguardo vellutato che abbraccia la moglie sorridente nella foto sulla bacheca di facebook?’, si chiede Reiko sotto falsa identità. ‘E perché Marco sorrideva in quel modo, abbracciando la moglie, nella foto di famiglia? Possibile che si possa fingere un simile appagamento? E se fosse realmente appagato, perche mi cercherebbe tanto?

Tra una domanda e l’altra, Reiko teme di trasformarsi in un’importuna lettrice della Aspesi. La definizione mi fa sorridere piacevolmente, non a caso la Aspesi, in una sua frase estrapolata da “Vivere in tre”, Rizzoli, 1981, la sa più lunga del triangolo tanto che vi aggiunge un lato in più: ‘Tra la coppia e il raggruppamento esisterebbero soluzioni meno pericolose e addirittura più vantaggiose: per esempio il dignitoso triangolo e il riposante quadrato, che permetterebbe rapporti più equi di spazio, solitudine, libertà, solidarietà e compagnia.’

E colpo di scena, il profilo fake creato da Reiko, aggiunge la foto del quarto elemento (in questo caso assente), la foto di Francois, il suo fidanzato scomparso anni addietro. Dentro una dipendenza amorosa le forme perturbanti che sembrano provenire dall’esterno, effettivamente riflettono la propria realtà interiore. In questo caso, la realtà interiore è un obiettivo: sedurre Luisa la moglie di Marco, intrufolandosi nell’intimità virtuale dei due coniugi con la complicità di Marco: ‘E lui ha accettato. Divertito. Forse perché ha intuito chi fosse quel conoscente. Nella perversione implicita della nostra condizione di adulteri, io ho barattato la memoria del mio grande amore scomparso col diritto a sbirciare in un presente altrui che dell’amore ha solo le movenze.

Caterina Falconi

Il meccanismo perverso e crudele (vestito da gioco) ideato dalla protagonista, ha lo scopo di sputtanare i partecipanti e capovolgere i ruoli. Tra Reiko, donna abbandonata e che riproduce l’assenza di Francois legandosi ad un uomo impegnato, e una Luisa dai seni generosi e gli abiti dai colori accesi, s’ interseca la figura di Marilena, ostaggio di sua figlia Elisabetta, costretta a vivere segregata in casa con il violento ex marito malato di Alzheimer dal quale si era separata anni prima.

Nel romanzo di Caterina Falconi in sequenza ordinata ci sono le donne: Fiore, Marilena, Luisa , Elisabetta, Rirì, sospese su un filo sottile che dondola sulla cruda realtà, aperta come un baratro sotto di loro: non resta che sperare che quel filo tenga, che non si spezzi lasciandole cadere. Proprio nel momento in cui tutto sembra perduto arriva il riscatto come un omaggio alla speranza e queste donne trovano la forza di reagire: Reiko trova la forza dalla verità, Marilena si salva da sola, nonostante la fragilità della sua età.

Il tempo non aiuta solo a dimenticare o a lenire le ferite. Il tempo è un meccanismo ciclico, uno scorrere di attimi chiamati secondi e poi minuti, fino ad arrivare ai giorni e agli anni. Il tempo si trasforma in realtà e la realtà ha un modo tutto suo di presentarsi, spesso è inaspettata, per questo può costringere a subire le proprie scelte, ma anche quelle altrui. Quando l’equilibrio cede non resta che agire, perché il mondo della finzione è una prigione, non un posto sicuro.

Alla fine del romanzo non è il riscatto il punto più importante, quanto aver compreso che non si può mentire a sé stessi troppo a lungo. Il mio filosofo e saggista preferito, tal Emil Cioran, invece, dopo aver letto il romanzo di Caterina Falconi, avrebbe concluso con questa citazione: ‘Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione.’

 

Caterina Falconi è nata ad Atri (Te) nel 1963. Laureata in filosofia, ha lavorato due anni nel reparto pediatrico di un ospedale africano come volontaria. Attualmente è educatrice in un istituto di riabilitazione di Giulianova, dove vive con le due figlie. Ha vinto il premio Teramo nel 1999. “Sulla breccia” è il suo primo romanzo.

 

Written by Carina Spurio

 

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