Intervista di Irene Gianeselli all’attrice Viola Graziosi

Intervista di Irene Gianeselli all’attrice Viola Graziosi

Nov 18, 2014

«Il Teatro è nell’atto, cioè nell’immediato, in quello che un filosofo chiamò l’immediato svanire, la presenza e al tempo stesso, assenza. Questo è il superamento del grande attore» Carmelo Bene

Figlia d’arte, Viola Graziosi nasce a Roma e si trasferisce all’età di sette anni in Tunisia. Vive per dieci anni a Parigi dove si diploma nel 2003 presso il Conservatoire National Supérieur d’Art Dramatique. L’incontro con il Teatro avviene però molto prima, quando a diciassette anni viene scelta da Carlo Cecchi nel suo Amleto per il ruolo di Ofelia al Teatro Garibaldi di Palermo.

Oltre al teatro si divide anche tra televisione e cinema. Nel 2013 è diretta da Pupi Avati ne “Il ragazzo d’Oro” e nel 2014 doppia per Mario Martone Anna Mouglalis ne “Il Giovane Favoloso“.

Sempre nel 2014 le viene assegnato il premio Adelaide Ristori come migliore attrice protagonista per lo spettacolo teatrale “Intervista”.

Per i lettori di Oubliette Magazine racconta il suo percorso di attrice.

 

I.G.: «È solo fortuna, tutto dipende dalla fortuna» (Malvolio – Atto II, Scena V – La dodicesima notte, William Shakespeare – traduzione di Patrizia Cavalli -). Lo scorso luglio Carlo Cecchi è stato Malvolio nel suo applauditissimo allestimento de “La dodicesima notte“. E proprio Carlo Cecchi è una importante figura di riferimento nel tuo percorso artistico. Fortuna e Teatro: quanto e in che modo l’una e l’altro hanno segnato la tua esperienza e la tua carriera?

Viola Graziosi: La Fortuna è importante e anche il Lavoro è importante, inteso come studio. Il Teatro è sicuramente il luogo più adatto allo studio dell’arte della recitazione. Perché in teatro non si può barare, l’attore è messo a nudo davanti al pubblico e lì fai i conti con le tue forze e le tue debolezze, che sono altrettanto importanti. Nel Teatro mi sono formata, la Fortuna mi ha assistito, Cecchi è stato il mio maestro e lo considero tutt’ora tale. Credo però che la Fortuna non sia solo una questione di casualità e che si possa imparare a far accadere le cose, tentando di rimanere strettamente collegati al proprio desiderio. In Teatro ciò che si cerca di più è proprio l’Accadimento, che richiede Presenza qui ed ora. È vero che non è possibile controllare tutto, ma si può tentare di mettersi sotto l’influenza migliore. Sono Tentativi. Come dice Beckett “tentare sempre, fallire sempre, fallire meglio”. Ciò che la Vita ti offre è sempre ciò che è più utile alla tua crescita personale.

 

I.G.: L’esperienza a Parigi è stata certamente formativa. Nell’intervista “L’attrice Intellettuale” – a seguito della quale Martone ti ha poi scelta per doppiare Anna Mouglalis ne “Il Giovane Favoloso” – hai raccontato che avresti preferito essere una “attrice francese”. Perché non essere una “attrice italiana”?

Viola Graziosi: Infatti sono tornata e sono felice di essere un’attrice italiana! Ho lasciato l’Italia all’età di 7 anni perché mia madre si è trasferita in Tunisia per lavoro, sono cresciuta lì frequentando le scuole francesi. Ho iniziato a lavorare in teatro con Carlo Cecchi quando ero ancora al liceo, a 17 anni, quella è stata la mia prima grande scuola. Dopo 3 anni nella sua compagnia avevo due possibilità: o continuare a lavorare o fare una scuola di teatro. Avevo visto che Carlo faticava molto con i ragazzi neo diplomati della compagnia perché li trovava troppo “impostati”, quindi temevo questa “formattazione”. Fu lui stesso, visto che parlavo perfettamente la lingua francese, a consigliarmi di andare via dall’Italia. Forse prevedeva già la grande crisi culturale che stiamo vivendo. Il Conservatoire di Parigi era una delle migliori scuole europee di recitazione, avrei fatto quella o niente… mi sono presentata al provino e mi hanno presa! Non so, forse essendo figlia d’arte avevo anche bisogno di fare un percorso “mio”. E credo che fare un’esperienza all’estero sia un grande arricchimento perché ti fa vedere le cose da un altro punto di vista allargando i tuoi orizzonti. Poi però ho capito che questo è un mestiere che va fatto nel proprio paese. Lì non accettavano che un’italiana recitasse Molière, e sono tornata in Italia quando Carlo mi ha chiamata per il Tartufo… appunto Molière. Quello che traggo da questa esperienza francese durata una decina d’anni, anche se ho ricominciato presto a lavorare in Italia, facendo viaggi continui, è che ho visto un Paese dove la cultura è al primo posto e le cose funzionano. Non riesco a credere che qui non possano funzionare, e quindi continuo a combattere.

 

I.G.: Puoi parlarci di questa tua esperienza di doppiaggio?

Viola Graziosi: L’esperienza di doppiaggio nel film di Martone è stata molto bella. Era la prima volta che doppiavo qualcosa che non avevo recitato io, e ho scoperto un mondo. Se quando doppi te stesso hai l’impressione di calcare i tuoi stessi passi fuori dal contesto del set e quindi del lavoro fatto, che per me parte dal corpo, doppiando un’altra attrice ho fatto invece lo stesso percorso, partendo comunque dal corpo, dell’interpretazione del personaggio tanto quanto lo avessi fatto davanti alla cinepresa. Ho scoperto che richiede la stessa energia, la stessa compromissione, solo che tutto passa dalla voce che è direttamente collegata all’anima, al sentire profondo. Il microfono è uno strumento delicatissimo in grado di cogliere ogni più piccola sfumatura, come la macchina da presa coglie ogni sfumatura dello sguardo. Cambia solo il mezzo, ma il lavoro è lo stesso. In questo caso invece di scrutare le tracce del personaggio sul copione le ho scrutate sul volto della Mouglalis, in un lavoro di simbiosi molto interessante. Così come il traduttore per essere tale deve essere un autore, così il doppiatore diventa l’interprete del personaggio. Si tratta proprio di interpretazione!

 

I.G.: Premesso che il vero Attore è un intellettuale, che significa per te essere una “attrice intellettuale”?

Viola Graziosi: Io non credo che l’Attore sia un intellettuale e pertanto non mi ritengo tale, benché questo sia stato il titolo di una mia precedente intervista, utilizzato in modo ironico e smentito dal giornalista stesso nelle prime righe. Potrei definirmi un’attrice appassionata, un’attrice dall’animo vibrante. Credo nello studio, nella preparazione, nell’intelligenza e soprattutto nella sensibilità come ingredienti necessari dell’essere Attore.

 

I.G.: Al Cinema sei stata diretta ultimamente da Pupi Avati, puoi parlarci della tua esperienza ne “Il Ragazzo d’Oro”?

Viola Graziosi: Beh, è una storia che per me ha dell’incredibile e ci tengo a raccontartela… Erano anni che sognavo di incontrarlo, e non sapendo come fare ogni tanto andavo a lasciare foto e curriculum alla Dueafilm… finché un giorno squilla il cellulare: era lui! Mi ha detto “sei diventata così famosa da non poter accettare una piccola parte nel mio prossimo film?” Così ci siamo incontrati e non mi ha nemmeno fatto un provino, abbiamo solo parlato un po’ e mi ha molto colpito il suo sguardo che vede in profondità, come le sue parole intime. Essere diretta da lui è stato bellissimo perché la sua esperienza e sensibilità messe insieme fanno di lui un artista vero. Ho imparato tanto. Poi mi ha richiamata per leggere brani della sua autobiografia per un evento al Maxxi, a cura di Roberto Ippolito. Un grande onore! Cosa ne pensi, è solo Fortuna?

 

I.G.: Recentemente ti è stato consegnato il Premio Adelaide Ristori – un premio tutto italiano! – come miglior attrice protagonista per “Intervista”, spettacolo tratto dall’omonimo film diretto da Theo Van Gogh, Potresti parlarcene?

Viola Graziosi: È stato un premio importante che mi ha dato grande soddisfazione anche perché questo spettacolo è nato dall’incontro con Graziano Piazza, regista dello spettacolo e mio partner di scena e nella vita. Un progetto che è stato come un bambino, che abbiamo portato avanti passo passo prima dalla visione del film di Buscemi (che ne ha fatto un remake americano), poi dell’originale di Theo Van Gogh. Abbiamo avuto subito una buona intuizione, abbiamo preso i diritti, poi abbiamo trovato una produzione, lavorato sugli adattamenti, poi sui personaggi. Insomma una grande avventura, anche questo un sogno diventato realtà. Ricevere un premio per questo lavoro è stato un coronamento di passione, dedizione, coraggio, fiducia, che sempre e ancor più di questi tempi sono gli ingredienti necessari per andare avanti nel modo migliore. Poi sai, il teatro è forse l’arte più effimera, finito lo spettacolo sembra quasi che non rimanga nulla se non il ricordo di ciò che si è vissuto. Un premio è una targhetta, un “oggetto” concreto che sta lì, e ogni tanto lo guardo e mi ricordo che tutto ciò è stato ed È.

 

I.G.: Teatro, Cinema o Televisione, qual è lo spazio che preferisci, e quali le differenze che ravvisi tra questi diversi luoghi di espressione?

Viola Graziosi: Io amo tantissimo il mio mestiere, in tutte le sue sfaccettature. Credo che non tutti gli attori siano in grado di fare tutto, ma per quanto mi riguarda mi diverto sempre altrettanto. Da un punto di vista interiore non vedo grandi differenze. La differenza sta solo nel mezzo di espressione che usi, e per me l’occasione migliore è proprio passare dall’uno all’altro, per non entrare nella meccanicità della ripetizione. Ultimamente però devo dire che il “mezzo” che mi attrae di più è quello cinematografico e televisivo, forse perché di teatro ne ho fatto tanto di più. Trovo che la macchina da presa sia in grado di cogliere le sfumature dell’anima più sottili, e questo per me porta a una sintesi dell’arte dell’attore. In qualche modo fare di meno di più. Ma quel “meno” è possibile solo perché dentro c’è tanto che è stato ed è “in movimento”. Il mezzo è la sensibilità. E come si dice al cinema: “Azione!”

 

I.G.: Progetti futuri?

Viola Graziosi: Spero di continuare a fare cose belle e diverse, come quelle che ho fatto finora! Ho appena finito di girare un film indipendente e sto finendo le riprese della nuova fiction della Casanova che si gira a Praga e andrà in onda in primavera. A dicembre invece presenterò una serata al Gran Teatro di Roma che si chiamerà “Emozioni dal mondo per un’Italia plurale”, dove si esibiranno sul palco artisti musicisti provenienti da tutto il mondo, il cui ricavato sarà devoluto a Telethon in beneficenza. Una cosa particolare per me, perché non ho mai fatto la presentatrice! Ciò che mi stimola è partecipare ad esperienze nuove che mi permettano di crescere sempre e confrontarmi con aspetti diversi della mia arte. Per i prossimi mesi ci sono bei progetti sia di cinema, che di televisione e teatro che si stanno concretizzando, un Cechov per esempio, che sognavo di fare da tempo, ma per ora non posso dire di più. Del resto un po’ di suspense ci vuole… prima dell’Azione!

 

Written by Irene Gianeselli

 

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