Pratiche di mummificazione in Africa, Asia, Australia ed Oceania: differenze e somiglianze

Pratiche di mummificazione in Africa, Asia, Australia ed Oceania: differenze e somiglianze

Ott 1, 2014

Credenze religiose, superstizioni, leggende, hanno intrecciato nel sorso dei secoli e in ogni dove le più belle, poetiche, terribili fantasie, cercando di dare una o più plausibili risposte al quesito della morte e alla questione dell’Aldilà.

In mancanza di una certezza assoluta, l’uomo ha inventato un modo per avere, se non la soluzione, almeno una speranza.

Noi sappiamo come stiamo qui, sulla Terra, e sappiamo di essere composti di un corpo e di una parte immateriale/spirituale; dopo la morte, lo spirito abbandona il suo involucro di carne. Si cerchi, dunque, di preservare dalla distruzione questo contenitore, auspicando che lo spirito, nell’Altro Mondo, possa godere di qualche favore in più. Questo ragionamento, classico per gli Egiziani antichi,  e che è stato combattuto anzitutto dal Sant’Agostino e da tutta la Chiesa, è però un modo di pensare abbastanza comune a molte società, primitive e non.

Ecco quindi che, in tutto il mondo si sono sviluppate le tecniche imbalsamatorie, soprattutto là dove le condizioni climatiche non permettevano una mummificazione naturale.

Africa

Partendo dal Continente Nero, sono state segnalate mummie, limitatamente ai membri di famiglie reali, in Guinea, Costa d’Avorio, Congo, Sudan centrale, Uganda, Madagascar ecc., preparate con le più svariate tecniche, che vanno dalla semplice essiccazione al fuoco, al Sole, anche con precedente eviscerazione, al riempimento della cavità addominale con miele, erbe aromatiche, cenere, ecc.

In Costa d’Avorio, si pratica una temporanea eviscerazione, poiché, dopo aver lavato e asciugato gli intestini, questi vengono rimessi al loro posto.

In Etiopia, l’imbalsamazione venne introdotta al momento della conquista egiziana, durante la XXIII Dinastia, utilizzando la stessa tecnica dell’Egitto, su cui intendo parlare nel prossimo articolo, dato che l’argomento è assai vasto.

I riti funebri fra le popolazioni di cultura primitiva del Centro Africa sono spesso complessi, poetici e talora raccapriccianti.

Così presso i Kirdi, i Mofou e i Namchi, i corpi vengono vengono per lo più sepolti con riti curiosi, la cui durata varia a seconda dell’importanza sociale del morto. Se si tratta di un capo o di uno stregone, le danze continuano anche per mesi e il corpo viene imbalsamato con procedimenti magici e secondo un’antica sapienza che gli stregoni si tramandano in gran segreto da una generazione all’altra.

Così troviamo che, presso i Bira dell’Africa centrale, il corpo dei personaggi importanti viene preparato lavandolo, ungendolo con olio e sottoponendolo ad essiccazione per dieci giorni. Poi il defunto viene bruciato e le sue ceneri sparse nelle acque.

Come si è visto, solo i corpi dei sovrani e delle personalità importanti possono godere dei trattamenti di cui sopra: il sovrano stesso, in particolare, rappresenta tutti i suoi sudditi che godranno, di riflesso, delle attenzioni portate al corpo del re.

Australia e Oceania

Presso alcune tribù australiane, il morto è spesso conservato in una capanna o sospeso a un albero, protetto da un involucro formato di cortecce, come avviene a Port Macquerie. Se spesso si cerca di affrettare la decomposizione esponendolo al Sole o alla pioggia o lo si brucia lentamente, si è dato anche il caso di madri affettuose che portano sulle proprie spalle i cadaverini dei figli fino alla completa decomposizione. Si sa anche di famiglie, soprattutto nomadi, che trasportano con sé il corpo imbalsamato di una persona cara. Più frequente del disseccamento e della cremazione è, però l’inumazione.

Presso i Papua ed i Melanesiani, le cose si svolgono diversamente. Ordinariamente lo si lascia decomporre nella capanna o appeso ad un albero, dopo averlo avvolto con foglie o cortecce, o se ne aiuta il disseccamento con fuochi che la moglie, se si tratta di un marito avviva e tiene accesi per più giorni. Il più delle volte  si conserva con cura il cranio, tenuto in speciale considerazione.

Ci sono delle caverne in cui si conservano, allineati, scheletri umani; tuttavia, nelle Isole Salomone e ad Aneityum si sbarazzano presto del cadavere gettandolo in mare, affinché raggiunga, attraverso le acque, l’Aldilà; i corpi dei capi, però, non subiscono questo trattamento. I riti funebri variano da tribù a tribù, pur adoperando, sostanzialmente, parametri simili.

La morte è detta, presso alcune tribù, con un’espressione poetica che significa “tramonto del Sole”.

A Tahiti, subito dopo il decesso, al defunto venivano estratti i visceri per via anale. Il ventre era poi riempito con stoffa e il corpo era frizionato con olio di noce di cocco e lavato, alternativamente, con acqua di mare. Così erano preparati i cadaveri dei grandi personaggi, per poterli poi esporre al popolo per molto tempo, prima di essere deposti dentro grotte.

Anche alle Hawaii i cadaveri, preparati e avvolti in stoffe, erano collocati seduti in caverne o in fosse scavate nella terra.

In Polinesia e Micronesia, i riti funebri variano da luogo a luogo; dappertutto, però, si cerca di conservare i resti mortali dei defunti il più a lungo possibile ed è quindi comune la lunga esposizione dei cadaveri.

Nella Nuova Zelanda, ad esempio, le teste dei capi nemici uccisi in battaglia erano appositamente preparate e imbalsamate per mezzo di lente e minuziose fumigazioni. Queste teste erano così ben preparate che conservavano tutti i lineamenti che l’individuo aveva da vivo; preservati dall’umidità, questi trofei potevano durare anche parecchi anni.

A Nuka-HIva i cadaveri erano conservati nelle case e le donne, nottetempo, li ungevano con olio di cocco, di giorno le esponevano al Sole e poi li fasciavano con bende.

Gli isolani di San Cristobal delle Isole Salomone deponevano i loro morti, imbottiti di trucioli di legno, in una fossa di calce, dopo che, naturalmente, erano stati eviscerati.

I Polinesiani di Samoa, invece, ricorrevano ad un trattamento della cavità addominale e toracica con sostanze balsamiche, olii ed essenze. Nella maggioranza dei casi, però, i cadaveri venivano gettati in mare, perché i parenti temevano che gli stranieri, passando, ne calpestassero le tombe e ne turbassero il riposo.

Asia

Elliott Smith (1929) è del parere che le tecniche di imbalsamazione si siano diffuse attraverso il continente asiatico a partire dall’Egitto per poi diffondersi anche alle altre popolazioni. Purtroppo non tutto è arrivato sino a noi, quindi di alcuni popoli abbiamo solo notizie e non reperti mummificati. È il caso dei Babilonesi e degli Assiri, che, nel secondo millennio prima di Cristo, avevano toccato i più alti vertici della civiltà.

La morte del re, in Babilonia e in Assiria, rappresentava per tutti gli abitanti un avvenimento di somma importanza, perché era un cattivo presagio per i destini del paese. Poiché il re era il naturale intermediario tra gli dei e gli uomini, è logico che la sua morte fosse un segno di sconvolgimento dell’ordine naturale delle cose.

Questo era il protocollo dei funerali assiri. Prima di tutto, in ogni parte del paese si iniziano le lamentazioni ufficiali. Poi il cadavere viene esposto per tre giorni o nel palazzo o fuori la cittadella, vicino alla porta, che doveva restare aperta per permettere agli abitanti di uscire a far lamenti davanti al morto. Il corpo del re, dopo essere stato immerso in un bagno di aromi, unto di raffinato olio, vestito di abiti regali, viene deposto in un sarcofago rettangolare di pietra chiuso da un coperchio che porta infissi enormi anelli, che servono per manovrarlo o con corde o con pertiche.

Sigillato il coperchio con ganci di bronzo, viene fissata al sarcofago (solitamente seppellito nel palazzo) una formula di maledizione contro chi osasse aprire la bara.

Riguardo agli Sciti, antica popolazione nomade, di stirpe iranica, che abitava l’odierna Russia meridionale, basandoci su quanto ci tramanda Erodoto, quando il loro re moriva, scavavano  una grande fossa quadrata per terra. Una volta pronta, tagliavano il ventre, lo ripulivano, lo riempivano di cipero tritato, di incenso, di semi di prezzemolo e aneto, e poi lo ricucivano; lo portavano quindi in giro su un carro presso gli altri popoli. Una volta terminato il giro, il cadavere si trovava a Gerro, all’estremità dei popoli soggetti, dove ci sono le tombe. Qui il cadavere veniva deposto nel sepolcro su un pagliericcio, e costruivano un grande cumulo, facendo a gara nel desiderio di farlo più grande possibile.

Passato un anno, prendevano i migliori servi rimasti e ne strangolavano cinquanta; strangolavano anche cinquanta bei cavalli, toglievano loro le viscere, li pulivano, li riempivano di paglia e li ricucivano.

Facendo un passo indietro nel tempo, ci rifacciamo a un ritrovamento avvenuto alla fine dell’Ottocento e che ha per protagonista un antico re fenicio, Tabnit, dell’XI secolo a.C., sovrano di quella popolazione semitica abitante la striscia costiera dell’attuale Siria, tra il Libano e il Mediterraneo orientale. Nel 1887, fu scoperto il sarcofago di pietra di questo sovrano, e il suo corpo si presentò molto ben conservato, cosa insolita, dato il clima caldo-umido della Fenicia, che non ha permesso la conservazione di un alto numero di reperti.

Il corpo era immerso in un liquido bruno e oleoso. La pelle era ancora intatta, elastica al tocco e recava tracce di vaiolo. Il naso era prominente ed aquilino, il mento sporgente, i capelli ondulati di un castano rossastro rivelavano segni di tintura. Gli era stata praticata un’incisione nel torace per asportargli lo stomaco, mancavano anche gli occhi, ma le complesso, salvo piccole parti del naso, delle labbra e del petto che erano state esposte all’aria, il corpo era in ottimo stato di conservazione. Cosa ancor più sorprendente, gli organi interni si presentavano in buone condizioni.

Quello strano liquido oleoso, oltre ad una certa quantità di sabbia fine in cui era parzialmente immerso il  corpo di Tabnit al momento della sepoltura, ne aveva evidentemente reso possibile un’eccellente conservazione per centinaia di anni. Hamdi Bey diresse le operazioni di trasporto del sarcofago di Tabnit, attraverso la galleria, ma, assentatosi momentaneamente, alcuni maldestri operai inclinarono la bara e tutto il liquido andò perduto.

In Siberia sono famose le tombe congelate della valle di Pazyryk, nell’Altai, subito a nord del confine tra Siberia e Mongolia. Tra i cadaveri congelati che ivi riposano vi era quello di un capo dalla robusta costituzione, sulla sessantina, il quale si era fatto coprire il corpo di tatuaggi; il capo, come gli altri cadaveri dell’ Altai, era stato imbalsamato con gran cura. Il processo consisteva nell’asportare il cervello, le viscere e parte della muscolatura (quest’ultima forse usata per riti cannibalici). I cadaveri erano poi riempiti di erba, muschio ed erbe aromatiche; le incisioni venivano ricucite con capelli o tendini. La testa era parzialmente o completamente rasata, così come il volto dei maschi. Le donne venivano sepolte con le trecce intonse e ad alcuni uomini venivano apposte delle barbe finte. Una curiosità il cui significato sfugge ancora agli studiosi: alcuni uomini sono stati trovati con la mano destra cucita sulla zona pubica.

Nel IX secolo, a Ceylon, l’olio distillato di sandalo era comunemente usato per l’imbalsamazione e nel X secolo Alzaharavius dava un’esatta descrizione dei metodiper distillare quest’olio.

Nel Tonchino (Indocina settentrionale), quando moriva il re, il suo corpo veniva imbalsamato ed esposto per sessanta giorni su un catafalco, tempo in cui veniva riverito e servito come fosse ancora in vita; la metà dei cibi, però, veniva data ai sacerdoti e l’altra metà ai poveri. I funerali si svolgevano poi con grande pompa e il carro con il corpo del monarca defunto era tirato da otto cervi. Giuntoin un luogo segreto, la sepoltura era affidata a sei eunuchi di corte, che giuravano di mantenere il segreto, pena la morte.

Cinquanta corpi perfettamente conservati sono stati ritrovati recentemente nella regione cinese dell’Uygur. Questi corpi, risalenti a circa tremila anni fa, sono mummificati naturalmente grazie al clima secco della zona e hanno ancora i loro indumenti.

Nel 1972, un gruppo di archeologi cinesi scoprì, nei dintorni di Tchancha, nella provincia di Hounan, una tomba vecchia di oltre duemila anni, intatta e perfettamente conservata; il sarcofago si trovava in una camera sepolcrale al fondo di un pozzo di 16 m. L’enorme sarcofago era un vero gioco di scatole cinesi, perché era formato da sei casse una dentro l’altra, e vi era solo uno spazio tra la prima e la seconda, contando dall’esterno. Questo spazio era pieno degli oggetti più disparati, come: dipinti su seta, vasi di argilla cotta, oggetti finemente laccati, figurine di legno dipinto rappresentanti musici, cantori e danzatrici ed una specie di kimono fatto di seta, che, pur misurando 128 cm di lunghezza e 190 cm da un’estremità all’altra delle maniche, pesava solo 49 grammi.

Il tutto era perfettamente conservato grazie a molteplici fattori: il particolare tipo di suolo, con un’umidità e una temperatura pressoché costanti all’interno dei sarcofagi, mantenute tali grazie a uno strato di 30-40 cm di carbone di legno, a sua volta ricoperto da argilla bianca, che ricopriva le casse, per un totale di 5000 chili.

Il vero e proprio sarcofago interno conteneva il corpo di una donna alta 1, 54 m, di circa cinquant’anni, avvolto in venti strati di abiti di varia foggia; gli studiosi sono quasi certi si tratti della sposa del principe Litsang, nobile di Tai, vissuto tra il 193 e il 141 a.C.

In questa mummia, il tessuto connettivo sottocutaneo era ancora elastico; le fibre intatte e  le arterie femorali avevano quasi lo stesso colore di quelle di un cadavere fresco. Iniettando poi degli antisettici nel corpo esumato, si constatò che il tessuto molle si gonfiava al passaggio del liquido, il quale si disperdeva negli spazi intracellulari: siamo ben lontani dalle dure, secche, talvolta scure e irriconoscibili, mummie egiziane.

La Germania nazista  andò a cercare le origini della razza ariana sino in Cina.

Situata nella sponda del lago Lop Nur, nella Cina nord-occidentale, la città sepolta Kroraina fu scoperta dall’esploratore svedese Sven Hedin proprio durante uno dei suoi viaggi compiuti per incarico di Hitler. Ma in seguito, su questa città, tornarono il silenzio e la polvere del deserto del Taklamakan, una delle zone più aspre e inospitali del mondo.

Recentemente, però, alcuni archeologi cinesi, memori della scoperta avvenuta, hanno ripreso gli scavi e hanno appurato che lo Stato di Kroraina e la sua capitale omonima sorgevano, un tempo, in una zona fertile e ricca di vegetazione. Ma la scoperta che ha più impressionato gli archeologi è stata quella di una mummia, datata al 4431 a.C. Si tratta di una giovane donna, avvolta in tessuti di lana e in fasce di cuoio, tutto perfettamente conservato grazie al clima secco del deserto. La donna presenta capelli biondi, ben diversi da quelli delle popolazioni prototurche, turche, mongole e cinesi insediatesi poi in questa zona, sulle rive di Lop Nur.

Oggi la donna di Lop Nur è a Shanghai e sottoposta ad accurati studi e indagini antropologiche, anatomiche, istologiche e biochimiche.

In Thailandia, il corpo della regina morta il 22 aprile 1984 è stato subito imbalsamato, poi dopo circa un anno è stato cremato, perché, secondo la tradizione, deve passare un certo lasso di tempo tra la morte e la cremazione.

Nel Laos, per imbalsamare un corpo si versavano circa 300 grammi di mercurio nella bocca del defunto. Questo metallo liquido, scendendo lungo le vie digerenti, assicurava una perfetta conservazione del cadavere.

Nel Tibet, sovente il cadavere è abbandonato a se stesso, come pasto per gli animali, tuttavia alle personalità religiose e civili vengono imbalsamate. Dato il clima freddo e secco della regione, i corpi dei Lama si mummificano naturalmente senza bisogno di alcun intervento.

Anche in India, anticamente, si procedeva all’imbalsamazione dei defunti, ma oggi, a seconda della casta e della religione alla quale appartiene, per lo più il morto è lasciato in pasto agli avvoltoi nella Torre del Silenzio o è bruciato su un rogo e le sue ceneri sparse al vento o nel sacro Gange.

Il Giappone ha una sua antica tradizione di conservazione dei cadaveri. Il Buddhismo è la religione fondata dal Buddha e la sua dottrina è, nella sua forma primitiva, un ateismo che si risolve in una moralr del dolore. Di dolore è impregnata la vita, e ci si libera di esso solo liberandosi dal desiderio di vivere. Il Nirvana è il raggiungimento di uno stato di perfetta pace, dove ogni individuo si confonde e si identifica con la verità universale.

Alcuni bonzi si automummificano già in vita. Diminuendo progressivamente l’assunzione del cibo (nell’ordine: cereali, verdura, frutta, acqua) il corpo del bonzo si disidrata lentamente, e alla sua morte è praticamente già secco, per cui la putrefazione è quasi impossibile.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

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