Intervista di Irene Gianeselli all’attore e regista Paolo Panaro

Intervista di Irene Gianeselli all’attore e regista Paolo Panaro

Gen 13, 2014

Attore e regista, Paolo Panaro si diploma nel 1988 presso la Scuola di Interpretazione ed Espressione Scenica diretta da Orazio Costa Giovangigli. In seguito, collabora con registi ed attori come Luca Ronconi, Walter Pagliaro e Roberto Herlitzcha. Prende parte a diversi sceneggiati radiofonici prodotti dalla RAI. Da qualche anno lavora stabilmente come attore e regista con il Centro Diaghilev a Mola di Bari presso la Casa dei Doganieri fino al 2006 e tutt’oggi presso il Teatro Van Westerhout.

Ha preso parte come attore a diverse produzioni teatrali tra cui: “Assassinio nella cattedrale” di T.S.Eliot per la regia di Orazio Costa Giovangigli; “Corrispondenze pericolose” da Baudelaire, Poe, Hoffmann, Labiche diretto da Walter Pagliaro con cui ha lavorato anche in “Timone d’Atene di W. Shakespeare”, produzione del Teatro Stabile di Torino.

Parallelamente all’attività teatrale Paolo Panaro conduce un’accurata ricerca sulla narrazione scenica. Rifacendosi alla tradizione canterina degli antichi e affabulatori è divenuto uno dei migliori specialisti del raccontare orale. Ha realizzato alcuni spettacoli narrativi ispirati ai classici della letteratura italiana (“La favola de Zoza” da Giambattista Basile, “Le Mille e una Notte” di autore anonimo, “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso, “Baldus” da Teofilo Folengo), prestando attenzione anche alla letteratura contemporanea (“Perros de España” di Fabrizio Dentice). Per il Centro Diaghilev ha firmato la regia della “Commedia del Convento di Santa Pasca”, tratta da “Le religiose alla moda” di Giocchino Dandolfi. Con la regia di Simona Gonella ha interpretato “I Viceré” di Federico De Roberto, “La zia d’America” di Leonardo Sciascia, “Un amore di Swann” di Marcel Proust, “Anfibi Rossi” da “Dei bambini non si sa niente” di Simona Vinci. Con la regia di Daniele Abbado ha preso parte agli spettacoli “Zarathustra” da Friedrich Nietzsche e “Dialoghi con l’angelo” da Gitta Mallasz. Per il Grinzane Puglia Festival ha partecipato al progetto “Autoritratto di un festival” su testi di Arnaldo Colasanti insieme a Laura Curino, Lucilla Piagnoni, Elena Bucci, Marco Sgrosso, per la regia di Enzo Toma.

Con i suoi spettacoli narrativi ha effettuato diverse tournées nelle principali città italiane e negli Stati Uniti, dove i suoi lavori sono sempre seguiti con un certo interesse. Ha avviato delle proficue collaborazioni con la New York University, la Columbia University e l’AAIS (Associazione di Italianisti del nord America).

 

I.G.: La ringrazio per la cortese disponibilità. Come prima domanda vorrei chiederle cosa spinge a fare Teatro oggi.

Paolo Panaro: Tutto nasce dall’urgenza di esprimersi e di incontrare gli altri. Potremmo dire che la produzione è impostata su due differenti livelli: quello di creare e interpretare uno spettacolo – in questo caso agisce la figura del drammaturgo – e quello di proporre il lavoro di altre compagnie – come fa il centro Diaghilev che porta a Mola di Bari, insieme alla nostra, Compagnie di tutta Italia. Nel primo caso produciamo spettacoli per il piacere di metterci in gioco, di scommettere: si può vincere la partita, ma la si può anche perdere. L’esito dipende dalla capacità di riuscire a creare un movimento che avvicini le persone a te e a ciò che stai esprimendo. Riguardo il secondo livello – cioè la proposta di un lavoro di altri – è molto difficile prevedere se l’azzardo fallirà o meno: certo l’esperienza gioca un ruolo importante per capire quali spettacoli funzioneranno e quali significheranno ben poco, ma c’è un altro fattore che incide notevolmente sul risultato: la moda. Si possono mettere in scena storie di grande impatto sociale, piene di luoghi comuni e presentarle come il frutto di una vera e propria ricerca e tuttavia anche se così il successo è spesso assicurato, non sempre questi sono gli spettacoli migliori. L’anticonformismo è anche e soprattutto nel Teatro non contemporaneo che non cerchi ostinatamente di sperimentare.

 

I.G.: A quale pubblico si rivolge il suo Teatro e qual è la sua poetica?

Paolo Panaro: È molto difficile al giorno d’oggi fare del Teatro un luogo di massa e non è neppure corretto cercare di portare più pubblico possibile nei palchi proponendo spettacoli mediocri. Registi, attori, quando si impegnano per coinvolgere più persone possibili, fanno sicuramente del loro meglio per creare progetti efficaci ed educativi, ma il rischio di cadere nel Teatro-luogo comune è sempre minacciosamente presente. Io credo nelle parole, nel significato che queste hanno, nell’importanza che assumono nella comunicazione e nella relazione con gli altri, per questo cerco di proporre a Teatro parole che possano cambiare la sensibilità delle persone: nuove, antiche, non ha importanza, ciò che conta è la bellezza del loro significato e delle idee che esprimono.

 

I.G.: Crede in un Teatro che educa?

Paolo Panaro: Il pubblico, a volte, ormai troppo più spesso, vuole spettacoli terribilmente banali e insignificanti. Credo in un Teatro divulgativo, che renda il pubblico attivo, partecipe. In venti anni, il nostro pubblico – mi riferisco a quello barese e molese – si è preparato con noi a fruire di un Teatro fatto di storie che magari debba, per forza di cose, sacrificare la scenografia o avere un solo attore che porta avanti l’intero spettacolo, pur di accostarsi al meglio della letteratura mondiale (e mi riferisco alle mise en space dei poemi di Tasso, Ariosto o delle opere di Proust). Il nostro, il mio Teatro educa e allo stesso tempo offre al pubblico la possibilità di rileggere le opere fondamentali della storia dell’umanità.

 

I.G.: Un Teatro che racconta.

Paolo Panaro: Esattamente: proprio in Italia nel periodo medioevale è rinata – perché anche il Teatro nasce e rinasce – l’oralità. Quello che vado a proporre è l’attore che si fa narratore portando nel corpo il segno della parola che dalla carta si trasferisce nella voce e risplende di una forza diversa. Un cantastorie sulla linea di Ciullo d’Alcamo o di Ruzante che porta sulla sua pelle e nelle sua voce la letteratura.

 

I.G.: Com’è è nata questa poetica? Come ha cominciato a fare Teatro?

Paolo Panaro: Il potere della parola mi ha sempre affascinato e forse avrei dovuto fare lo scrittore, ma ho l’abitudine di partire dalle origini per arrivare al presente: parto da Tasso per fare Shakespeare e per raccontare le storie che sento in me sono partito dalla letteratura e quale posto è il migliore per farsi ascoltare se non il palco?

 

I.G.: E proprio così nasce il Centro di Produzione e Organizzazione Spettacoli Diaghilev?

Paolo Panaro: Fondatore e direttore del Centro Diaghilev dal 1986 è Guido Pagliaro che ha avviato questa attività di produzione diretta di spettacoli di prosa mettendo in scena lavori proposti su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di attori e registi di riconosciuto valore e talento. Con Guido Pagliaro abbiamo cominciato nel 1995 proprio a Mola di Bari in un teatrino d’essai recuperando un’antica fabbrica abbandonata che si affaccia sul porto: si chiamava “La casa dei doganieri” dove, oltre a una intensa attività laboratoriale, si proponevano i lavori di alcuni tra gli artisti più interessanti e significativi del teatro contemporaneo italiano. Al giorno d’oggi tutti i nostri spettacoli, compresi quelli della stagione 2013-2014 vanno in scena al Teatro Van Westerhout, sempre a Mola. 

 

I.G.: Per i giovani il Centro propone diversi laboratori, ce li descrive nelle linee essenziali?

Paolo Panaro: Sebbene sia un momento difficile e investire la propria carriera a Teatro è da scoraggiare, i nostri laboratori, come quello che parte il 13 gennaio  sono corsi propedeutici dove si impara a “leggere”: attraverso la costituzione di un apparato critico avviciniamo i giovani – e chiunque altro voglia avvicinarsi alla letteratura che proponiamo – al testo: lo smontiamo e lo ricostruiamo insieme con la voce e con il corpo, riscriviamo in qualche modo le pagine più belle della letteratura mondiale e riscopriamo il significato profondo del raccontare e dell’ascoltare, del capire le parole che leggiamo, studiamo e usiamo per comunicare.

 

I.G.: Cosa direbbe ad un giovane che vuole fare Teatro?

Paolo Panaro: A volte il mio mestiere mi sembra del tutto inutile, altre volte fondamentale. Il Teatro è destinato a morire: tutti noi che lavoriamo dietro le quinte e sul palco (o dietro una macchina da presa) abbiamo la terribile sensazione dell’agonia che la politica e la conseguente cattiva organizzazione italiana – che non so spiegarti per quale ragione veda il Teatro e l’arte in genere tanto male – hanno inflitto alla cultura. Ma così come è destinato a morire, il Teatro è destinato a rinascere. Perciò se questo ipotetico giovane ha la volontà e il talento io gli dico di lavorare in questa direzione, di stupire: se da ragazzo leggendo la letteratura non avessi “sentito la meraviglia”, oggi non la porterei in scena. Perciò ai giovani dico di meravigliarsi: è l’unico modo per meravigliare.

 

Written by Iene Gianeselli

 

 

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