Sliding down the surface of things … oppure no? – parte 5

Sliding down the surface of things … oppure no? – parte 5

Ott 21, 2011

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 Mysterious Ways. “La canzone parla di un uomo che vive in fuga da ciò che non conosce, senza aclun’ romanticismo” … E, come in altri pezzi del disco, di una donna che lo domina dall’alto. Ricorda Edge “Bono inventò questa parte vocale da filastrocca che mi piacque molto. Ma il pezzo nacque in modo disordinato, e non ne sono stato convinto fino alla fine. Ci furono molte discussioni”. Secondo LarryA un certo punto Bono cercò di spingere il pezzo verso una certa direzione col cantato, e noi volevamo andare in un’altra. Ci fu una lunga e amara discussione tra lui e Danny (Lanois, il produttore n.d.r.) e forse vennero addirittura alle mani. Quello fu il punto più basso!”. Ma Bono oggi ammette “ Daniel Lanois è come la musica stessa.

Crede profondamente in quello che fa e cerca sempre di far uscire l’anima della band dal nostro lavoro. D’altronde se sei nel gruppo e credi in ciò che fai devi essere pronto ad affrontare ogni discussione!”. Mentre Adam svela “Stavamo lavorando a una cover di ‘Night And Day’ di Cole Porter per l’album benefico RED HOT & BLUE. Stavo giocherellando in studio a rifare la parte di basso e per caso ne tirai fuori un’altra, un bel funky, ma per molto rimase in giro negli studi come una promessa.

Cercammo più volte di metterci mano senza successo, finché Edge non elaborò questa distorsione di chitarra che ci indicò la strada, così venne fuori Mysterious Ways!”. Peculiarità del chitarrista che Bono elogiaMolti chitarristi in studio passano il tempo a ‘fare i compiti’ sulla tastiera della chitarra, elaborando scale e sequenze di accordi, poi passano agli effetti sonori. Edge fa spesso il contrario, non cerca la cosa più ovvia. Lui gioca con mixer e pedaliere come fossero degli strumenti, e da un suono ‘eccitante’ riesce a dar vita a un riff o una sequenza musicale!”.

Questo pezzo, nato assolutamente per caso, racchiude insieme rock e funk in una miscela che, forse grazie anche la testo, contiene elementi esotici. Una canzone molto innovativa eppure squisitamente pop, col cantato a filastrocca che ricorda molto Obladì Obladà dei Beatles. Il fulcro di tutto viene dalla personale illuminazione del cantante dopo la nascita della primogenita Giordan, e ancor di più quando poi, nell’estate del 1991, in piena registrazione del disco, arrivò la seconda, Eve.

L’evento del parto e della nascita, tanto quanto la fine delle storie d’amore, ha segnato profondamente l’album Achtung Baby  e questo pezzo non fa eccezione. Quando si parla di modi misteriosi in cui Lei si muove, si fa riferimento all’immagine divinizzata della donna che Bono porta nei suoi testi da sempre e che si ravviva del mistero della nascita e del concepimento. Eppure, ecco l’elemento di contrasto che rende tutto meno scontato e luminoso! C’è sempre l’idea del dominio e della sottomissione, e dell’uomo  inconsapevole e sconfitto “Johnny fatto un giro con tua sorella la Luna, lascia che la sua luce entri a riempire la stanza, hai vissuto sotto terra, mangiando da una scatoletta, sei fuggito da ciò che non conoscevi (Amore). E va bene, va bene, Lei si muove in modi misteriosi/ Sei vuoi baciare il cielo farai bene a imparare a stare in ginocchio (sulle ginocchia ragazzino!)/ Lei scorge l’uomo dentro il bambino…” . Piccola, importante curiosità.

Quando mai, prima di quest’album, si è sentito Bono cantare cosette pop come baby o it’s all right!? Tutto logicamente fatto a posta, parte di una rivoluzione estetica per confondere le acque:  stessa spiegazione per la copertina, un collage fotografico fatto di pose tanto ordinarie quanto stravaganti! Bono sintetizza bene il tutto “Quando, provando,  cercavamo il giusto feeling per il pezzo, Edge se ne uscì con questo ritornello buttato per caso, ‘It’s all right’, e serviva un po’ di ottimismo/ L’espressione ‘Achtung Baby’ era molto usata dai nostri tecnici in quel periodo, ed era una delle loro gag preferite del film ‘Per favore, non toccate le vecchiette!’, e siccome la ripetevano spesso discutemmo di usarlo come titolo. Avevo avuto la mia prima figlia, Giogiò, e mentre lavoravamo al disco arrivò Eve. Prima di allora non avevo mai permesso che il gruppo usasse la parola ‘baby’! Ma ora aveva un senso. Nell’album viene pronunciata 27 volte, anche da qui viene il titolo, ma nessuno ha mai fatto questo collegamento…  Arriva il bambino!”.

Tryin’ to throw your arms around the World. Pausa. Un momento luminoso e leggero in mezzo a tanta malinconia e cupezza. “Una canzone sulle ‘ambizioni da ubriaco ’, come ‘I’ll Be Home Soon’. Il tizio torna a casa all’alba dopo una notte di bevute e striscia tornando dalla sua bella. C’è solo giovialità in quell’immagine. Ero con la band, lontano dalla mia donna. Stavamo vivendo tutti assieme, in questa grande casa di Losa Angeles, lontani dalle vie del centro. Incontravamo gente, diversissima tra loro, dagli uomini d’affari ai vagabondi. Le cose che fai a diciotto o vent’anni, io mi ritrovai a farlo a trenta, dopo tutti quegli anni passati a spingere la macchina su per la collina. Era una fase che avevamo bisogno di vivere: cose del tipo non preoccuparsi di dove ti svegli la mattina. La mia Ali fu molto comprensiva a riguardo. E nella canzone si parla anche di lei/ Sono specializzato ormai nelle canzoni di scuse”. Una ballata dolce, sostenuta da un ritmo leggero e andante e da una musicalità minimale.

Nient’altro che una canzone sullo stordimento da sbronza. Un inno alla spensieratezza, al romanticismo puro e alla gioia, che ricorda quanto gli U2 siano irlandesi. Infondo si tratta di una riproposizione del personaggio di The Fly, ma in una veste meno sarcastica e cupa e assai più affabile e simpatica. Un’ ennesima maniera del cantante di svelare il proprio desiderio di libertà e irresponsabilità “Sei del mattino, sei l’ultimo a sentire la campana, hai cercato di gettare le braccia intorno al mondo. Stai cadendo dal marciapiede, le labbra si muovono ma non riesci a parlare/ Tornerò da te, tornerò da te, resta. L’alba come un naso sanguinante, la tua testa duole e non riesci a respirare/ Quanto lontano dovrai andare prima di perdere la strada di casa?”. Come disse Bono “Ci sono personaggi che desiderano solo fuggire, e altri che non potrebbero fare a meno di restare con i propri doveri e la famiglia. Io cerco di costruire la mia ‘casa sulla roccia’ e di restare con la stessa piccola comunità con cui sono cresciuto e che mi ricorda chi sono. Questo perché ho un lato estremamente selvaggio che tende a uscire”.

L’innovazione di questo disco continua a leggersi anche nei testi, come ad esempio qui, dove lo strano e surreale verso da poeta metropolitano “la notte scorsa ho sognato Dahli con carrello della spesa, cercava di gettare le sue braccia intorno al Mondo”, richiama proprio le filosofie scontate ma pungenti di The Fly, con un nonsense che, come in Zoo Station, suggerisce il desiderio di gettare le braccia intorno al mondo nell’accezione di riprendersi la propria libertà artistica. E verso la fine, ecco tornare l’immagine dell’uomo adorante e della donna divina/dominatrice espressa nella strofa “una donna ha bisogno di un uomo come un pesce ha bisogno di una bicicletta”, vecchio slogan femminista degli anni ’70 di cui Bono si è appropriato. Ma come canta la Mosca “ogni artista è un cannibale, ogni poeta un ladro”. Detto, fatto!

Ultraviolet (Light my way). Dei quattro pezzi nati dalla scissione di Lady with the spinnin’ head, Ultraviolet è quello più vicino alla fonte d’origine. “In quel periodo io e The Edge consideravamo la musica come una materia plasmabile. Con il precedente album RUTTLE AND HUM arrivammo a un punto di saturazione: in America ci stroncarono perché quattro giovani irlandesi pretendevano di insegnare il blues agli americani, e avevano ragione! Pura presunzione. Quindi, se per tutti gli anni ’80 abbiamo fatto rock ricercando le origini, le sue radici, arrivando fino in America e scordandoci di essere europei, era arrivato il momento di riscoprirlo e soprattutto: o fare davvero musica innovativa, ‘nostra’, o sloggiare!”. Anche se Larry e Adam premevano per fare quello che gli U2 sapevano fare meglio, il rock,  Bono e The Edge invece cercavano qualcosa che li portasse oltre, nel ‘futuro’. Prendere ciò che sai e gettarlo via.

Con un ritmo agile e ballabile, un sintetizzatore che dà il clima della notte più buia e la chitarra ritmica pulsante in primo piano, Ultraviolet è un pezzo elegante sulle relazioni e sul prezzo che gli innamorati pagano: il tempo, i compromessi… “Quel pezzo è il culmine di una serie di ‘baby’ all’interno del disco/ Io e i produttori eravamo in disaccordo: loro volevano esaltare le qualità del gruppo, io volevo esaltarne i difetti. A un certo punto si sente la bacchetta di Larry che cade, e lui che la recupera e continua a suonare/ In quel periodo a Berlino venne fuori la nostra inadeguatezza, e i nostri limiti come gruppo e come esecutori. Fu dura arrivare infondo/ il periodo peggiore che attraversammo. Nella nostra carriera ci sono stati momenti molto difficili, ma nient’altro si avvicina a quello!”. Come in One, in questa canzone il dialogo tra gli amanti, perduti e logorati da un amore ormai masochistico, si confonde con quello dei componenti della band tra di loro.

Compreso l’intro aritmico dove Bono canta da bluesman del suo desiderio di fuga dalle conseguenze e dai doveri, quel “A volte mi sento, non so dire come. A volte mi sento come, non so… Vorrei sbagliare. Non posso sempre essere forte. E l’amore non durerà a lungo”… Siamo distanti anni luce dalla così detta  virtuosità dei vecchi U2! “Cercavo di raccontare la mia ipocrisia, quella dell’ego. Il Bene contro il Male? Terribilmente noioso! Il cuore che lotta contro l’ego: questo è interessante! La lotta del desiderio contro il senso del dovere.”  La voce del cantante, come in pochi altri momenti in questo disco, si fa passionale e urlante, ma al contempo rotta e volutamente malferma. Come il sound prodotto dagli strumenti, anche Bono adesso cerca di non brillare troppo, di evitare luminosità e soprattutto  la sensazione di troppo bello. Ma paradossalmente è così che gli U2 producono tanta bellezza, tanto più forte perché cerca di celarsi! E Ultraviolet è parte di questa produzione: emotiva e passionale, ma capace con eleganza di non eccedere nella virtuosità.

Parla di amore con profondità e maturità, soprattutto con moltissima disillusione, come mai prima. Rifugge le soluzioni troppo altisonanti, da inno, eppure, alla fine, come One, lo è diventato!  Anzi, più tenta di restare sull’industrial, più risuona come un grande pezzo rock. Tutto questo dimostra quanto fosse giusta questa crociata estetica del gruppo: dimostra che le definizioni di genere, così come l’immagine, non significano nulla. Significano tanto, eccome, le parole, così vibranti “Oh dolcezza non piangere. Oh piccola asciugati queste lacrime. Sai che ho bisogno che tu sia forte. E il giorno è oscuro così come questa notte è lunga. Mi sento come spazzatura, tu mi fai sentire pulito/ Baby, illuminami il cammino!/ Seppellisci il tuo tesoro dove non può essere trovato, e il tuo amore è come un segreto che è stato portato in giro. C’è un silenzio sulla casa dove nessuno riesce a dormire, credo sia il prezzo dell’amore, e non costa poco”. Già, il prezzo dell’amore.

La parte sulla casa in cui nessuno riesce a dormire è ispirata al verso di una poesia di Raymond Carver, Souspenders. La letteratura contemporanea e la bibbia fanno spessissimo capolino nei testi di Bono. Cercare di riconoscersi in definizioni anti-definizione come spazzatura, trash, cool, style, industrial, dance, techno, overgorund, indossando occhiali scuri e abiti alla moda, aveva un senso. Trasformare i concetti e i sotto-temi del disco in una enorme stazione televisiva itinerante come lo show di ZOO TV, grande spettacolo audio-visivo che per due anni ha bombardato gli spettatori di tutto il Mondo con un mix afrodisiaco di immagini televisive, rock dal vivo, messaggi subliminali utili a ritorcere il potere di alterazione della verità dei media contro i media stessi, aveva un senso… Tutto questo venne fatto consapevolmente dagli U2 , così come i remix dei propri pezzi e l’immersione nella cultura della notte, dei dj e delle modelle. Tutto per un solo motivo: entrare nel futuro  e smontare per sempre l’idea di rock band! Eppure, proprio in ACHTUNG BABY, che è l’album della disintegrazione, ci sono parecchi buoni motivi per ricordarsi cosa sia una rock band: One è il primo; e uno degli altri è sicuramente Ultraviolet!

 

Written by Fabio Orefice

 fabio.orefice@hotmail.it

Fonte

“Into The Heart” di Niall Stokes (2003)

U2 by U2” raccolta di interviste dal 1979 al 2006 ( 2006)

 

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