“Tabula Rasa Elettrificata” album dei C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti: uno stato mentale?

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“Se la musica racconta, interpreta, anticipa il gioco della vita (gioco come lo intendono i bambini, cioè una cosa maledettamente seria) i C.S.I. sono sotto stimati, sconosciuti, incapaci di arrivare al loro vero pubblico.”Giovanni Lindo Ferretti

Tabula Rasa Elettrificata C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti
Tabula Rasa Elettrificata C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti

Ci sono dischi che sembrano arrivare da un altrove, come se fossero stati registrati in una terra di confine tra il mondo reale e una visione spirituale, sciamanica, tra collassi e la steppa della Mongolia, come l’ultimo grande miracolo dei C.S.I. ‒ Consorzio Suonatori Indipendenti,[1] “Tabula Rasa Elettrificata”, pubblicato nel 1997.

Un documento spirituale, politico e sonoro che nasce quando Giovanni Lindo Ferretti[2] e Massimo Zamboni[3] partono per la Mongolia nel 1996, il loro non è un viaggio etnografico né turistico. È una sorta di pellegrinaggio dentro le macerie del Novecento.

5700 chilometri sulla Transiberiana attraverso il collasso dell’ex impero sovietico, tra pali elettrici senza corrente, monasteri distrutti, steppe infinite e città che sembrano sopravvivere alla propria stessa fine.

“Tabula rasa” come la steppa mongola, spazio assoluto, vuoto fertile, orizzonte mentale prima ancora che geografico. “Elettrificata” come quei tralicci sovietici disseminati nel nulla, simboli di una modernizzazione imposta e fallita, elettricità che non arriva mai a destinazione. Dentro questo “titolo” vive tutto il disco, spiritualità e rovina industriale, misticismo orientale e rumore occidentale, silenzio.

La Mongolia osservata da Ferretti e Zamboni è lo specchio di un territorio al collasso delle ideologie del Novecento e la stessa fragilità occidentale. Ferretti rimane sconvolto dalla brutalità di quel paesaggio umano, aquile e cavalli nella piazza principale di Ulan Bator[4] convivono con i resti della devastazione sovietica, con monasteri come Ongijn Hijd[5] ridotti a macerie per fare spazio ai simboli della modernità comunista.

“È stato una specie di fiammata, questo viaggio in Mongolia. Ci arrivò un telegramma, improvvisamente, tra capo e collo… C’era tempo solo per una discussione molto animata al nostro interno.”Massimo Zamboni

Da queste visioni, i testi di Ferretti diventano più scarnificati, visionari, brutali. La Mongolia entra nel disco come una sorta di stato mentale. Il viaggio geografico si trasforma in viaggio interiore, il vuoto della steppa diventa uno spazio di proiezione spirituale e politica.

Musicalmente i C.S.I. traducono tutto questo in una lingua sonora irripetibile. “Tabula Rasa Elettrificata” è contemporaneamente il disco più rock e più etnico della loro carriera. Rock per l’impatto fisico delle chitarre, dei bassi e delle ritmiche, etnico perché l’intera struttura musicale nasce dal contatto reale con i suoni raccolti in Mongolia. Massimo Zamboni registra ogni cosa durante il viaggio, voci, rumori ambientali, strumenti tradizionali, canti rituali, frammenti di quotidianità.

Gianni Maroccolo,[6] intuendo il potenziale di quell’esperienza, gli aveva affidato DAT[7], microfoni professionali e registratori affinché nulla andasse perduto. E con Zamboni nulla si perde! Quelle registrazioni diventano la materia viva dell’album.

Per registrare il disco i C.S.I. scelgono l’agriturismo “Le Scuderie” a Carpineti, sull’Appennino Reggiano, a pochi chilometri dalla casa di Zamboni. La scelta non è casuale, perché il gruppo rifiuta completamente l’ambiente sterile e regolamentato degli studi di registrazione tradizionali. Non sopporta orari, schemi, compartimenti tecnici.

I C.S.I. vogliono vivere insieme il disco, abitarlo fisicamente. “Le Scuderie” diventa così un luogo di isolamento creativo dove musica, quotidianità e convivenza si fondono. Lo studio viene allestito in modo informale addirittura nel bar dell’agriturismo! Per settimane la band registra lunghe jam session senza testi né strutture definitive. Tutto viene improvvisato, accumulato, lasciato sedimentare. È qui che il ruolo di Gianni Maroccolo diventa decisivo.

Maroccolo prende in carico ore di materiale grezzo e lo setaccia meticolosamente, costruendo le fondamenta sonore dei brani. Coordina l’ingresso dei testi di Giovanni Lindo Ferretti e delle melodie vocali di Ginevra Di Marco,[8] insistendo ossessivamente sul lavoro dinamico: “pianissimi” improvvisi seguiti da esplosioni, “vuoti e pieni” orchestrati con una sensibilità quasi progressive.

Non a caso il batterista Gigi Cavalli Cocchi[9] definirà quei C.S.I. un gruppo di “progressive rock inconsapevole”.

“La nostra vita è cambiata decisamente dopo quel viaggio, direi una svolta decisiva sia per me che per Giovanni, nelle nostre esistenze.”Massimo Zamboni

Anche le scelte più strane contribuiscono alla creazione dell’identità sonora del disco. Zamboni, ad esempio, detesta profondamente il suono dei piatti della batteria, soprattutto il Ride, e chiede esplicitamente a Cavalli Cocchi di limitarne drasticamente l’uso. Una decisione apparentemente assurda che invece genera ritmiche asciutte, marziali, essenziali, lasciando spazio al vuoto e alla tensione.

Nel libretto del disco compare un termine enigmatico: “Magnellophoni”!

Con questa definizione vengono indicati gli strumenti utilizzati da Francesco Magnelli[10], ma il significato è più profondo. Magnelli non agisce semplicemente come tastierista, orchestra il tessuto elettronico e melodico dell’intero album. Attraverso tastiere, campionatori e sintetizzatori crea veri paesaggi sonori. Il celebre loop iniziale di “Forma e Sostanza”, spesso scambiato per una chitarra “wah-wah”, nasce in realtà da una Korg M1 programmata da Magnelli.

In “Unità di Produzione” costruisce impasti di violini campionati e sintetizzatori etnici. In tutto il disco segue attentamente le linee vocali, lavorando fianco a fianco con Ferretti e Ginevra Di Marco per creare melodie che sappiano reggere il peso dei testi.

Se Ferretti rappresenta il lato visionario e spirituale di “T.R.E.”, Ginevra Di Marco ne è la dimensione emotiva e umana, il suo ruolo nell’album è enorme. Non è soltanto interprete, partecipa direttamente alla costruzione melodica dei brani insieme a Ferretti, isolandosi con lui durante le sessioni di registrazione mentre il resto della band lavora alle basi strumentali. La loro diventa una simbiosi perfetta. La voce cavernosa di Ferretti e quella limpida di Ginevra smettono di essere principale e controcanto, diventano due presenze autonome essenziali che convivono dentro la stessa narrazione.

In “Matrilineare” è proprio Ginevra a intuire il potenziale del canto registrato da un bambino mongolo, trasformandolo nella melodia portante del pezzo.

In “Bolormaa” la sua interpretazione diventa il tramite ideale per raccontare la leggerezza e la malinconia della giovane contorsionista incontrata nella steppa.

Persino nei momenti più duri del disco, la sua voce riesce a introdurre fragilità e respiro dentro la massa sonora costruita dalle chitarre noise di Zamboni e la violenza elettrica rock di Giorgio Canali.[11]

Dentro l’anima spirituale di “Tabula Rasa Elettrificata” esiste infatti anche una componente violentemente fisica, gran parte di questa energia arriva da Giorgio Canali, che porta nel disco un approccio fatto di distorsioni, saturazioni e impatto frontale.

In brani come “Unità di Produzione” le sue chitarre si inseguono con quelle di Zamboni in un continuo gioco di collisioni sonore. Il brano “M’Importa ’Na Sega” porta chiaramente il suo marchio, caos controllato, ironia punk e devastazione elettrica. Canali contribuisce anche ai cori e porta nel gruppo la sua esperienza tecnica come ex fonico dei Litfiba e produttore navigato. Eppure, mentre tutti gli altri sembrano trovare ispirazione nella dimensione rurale de “Le Scuderie”, lui resta quasi estraneo a quel contesto naturale, diventando una presenza ironicamente dissonante dentro il microcosmo creativo del disco!

“Col cazzo che ci vado in Mongolia!”Giorgio Canali

Quando “Tabula Rasa Elettrificata” esce nel 1997 accade qualcosa di impensabile. Il disco arriva al primo posto in classifica il 1° settembre, scalzando addirittura “Be Here Now” degli Oasis. Per una band nata dall’esperienza underground dei “CCCP ‒ Fedeli alla Linea” e cresciuta lontano dalle logiche commerciali, è un evento surreale. Gigi Cavalli Cocchi ricorderà quello shock con stupore, aveva già ottenuto dischi d’oro e di platino con Ligabue, ma non aveva mai visto un progetto così radicale arrivare al vertice assoluto delle classifiche italiane.

Quando iniziano a circolare voci secondo cui il risultato sarebbe stato causato da errori di catalogazione Polygram, la band reagisce con fastidio. Cocchi liquida tutto come “fregnacce”, mentre Giovanni Lindo Ferretti difese pubblicamente il primato su La Repubblica, affermando che solo un mercato provinciale poteva stupirsi del successo dei C.S.I. e che tale risultato era “doveroso” per la musica italiana.

Eppure proprio quel trionfo contiene il seme della distruzione. I C.S.I. passano improvvisamente dai piccoli teatri ai palazzetti. Lorenzo Cherubini, ‒ Jovanotti ‒ fan dichiarato del gruppo, li invita ad aprire alcune date del suo tour negli stadi ancora prima dell’uscita del disco. Il successivo “M’importa ’na sega tourcolleziona cinquantatré sold out.

“Da bambino la Mongolia era per me uno spazio di fantasia totalmente mio… l’ultimo luogo al mondo dove c’erano ancora i nomadi, dove gli uomini sono tutti pastori, allevatori e cacciatori, dove il cielo è pieno di aquile e la terra è piena di animali.”Giovanni Lindo Ferretti

Ma la popolarità si rivela incompatibile con la natura stessa della band. L’esposizione mediatica travolge gli equilibri interni. Ferretti vive il successo come una deformazione del progetto originario. L’amicizia storica con Zamboni si incrina progressivamente fino alla rottura definitiva avvenuta a Berlino il 22 settembre 1999.

Gianni Maroccolo tenterà di mantenere unito il gruppo, intuendo i primi segnali di cedimento, ma ormai la pressione esterna ha alterato irrimediabilmente l’equilibrio che teneva insieme i C.S.I.. Maroccolo ha ricordato che nonostante i suoi sforzi per agire come collante, la situazione era diventata difficile da gestire. La magia e la potenza dei C.S.I. erano legate a un equilibrio che la popolarità ha finito per alterare irrimediabilmente.

In un articolo su La Repubblica, Ferretti espresse l’idea che, se la musica è una cosa seria, i C.S.I. fossero in realtà sottostimati e incapaci di raggiungere il loro vero pubblico, quello che non compra dischi perché disgustato dalla superficialità trasmessa da radio e televisione.

“Per noi la Mongolia non è mai stato un luogo esotico ma è stato piuttosto il luogo dove riconoscere le appartenenze… quello che Giovanni e io abbiamo visto in Mongolia è stato il nostro mondo, non una ricerca del loro mondo.”Massimo Zamboni

Analizziamo ora i brani del disco:

01 ‒ Unità di Produzione: il disco si apre con una delle composizioni più devastanti dell’intera carriera del gruppo. “Unità di Produzione” è una marcia funebre per il sogno sovietico. Le chitarre avanzano pesanti, mentre il basso di Maroccolo trascina il brano dentro una tensione che ricorda davvero il movimento lento di un carro armato. Ferretti canta il collasso con lucidità dolorosa, “atea mistica meccanica” resta una delle definizioni più spietate mai dedicate alla modernità ideologica del Novecento. Gianni Maroccolo spiegò che il brano aveva bisogno di un “carro armato rock” per sostenere il peso delle parole. Un arrangiamento puramente etnico sarebbe stato insufficiente. Per questo le chitarre di Zamboni e Canali diventano quasi industriali, mentre Magnelli inserisce campionamenti e sintetizzatori che amplificano il senso di alienazione. È rock politico. Una canzone “col pugno alzato e le lacrime agli occhi”, come la definirà Ferretti.

02 ‒ Brace: con “Brace” il disco rallenta improvvisamente, come se dopo il fragore iniziale restasse soltanto cenere ancora viva sotto la superficie. È uno dei brani più divisivi dell’album, alcuni lo considerano un momento contemplativo e struggente, altri ne criticano l’andamento lento. Eppure proprio questa sospensione ne costituisce il fascino. La voce di Ginevra Di Marco entra come un respiro limpido dentro un paesaggio immobile, quasi immaginario. Le dinamiche orchestrate da Maroccolo lavorano per sottrazione assoluta, lasciando spazio ai silenzi e alla sensazione di vuoto.

03 ‒ Forma e Sostanza: poi arriva la detonazione! “Forma e Sostanza” è probabilmente il vertice comunicativo dell’intero disco, il momento in cui i C.S.I. riescono nell’impresa quasi impossibile di trasformare un pensiero in un inno generazionale. Il brano nasce quasi casualmente durante le jam session notturne a Carpineti. Francesco Magnelli costruisce con una Korg M1 il loop che diventerà la colonna vertebrale del pezzo, un suono ambiguo, nervoso, spesso scambiato per una chitarra “wah-wah”. Gigi Cavalli Cocchi modellerà poi la ritmica ispirandosi a certe strutture new wave degli XTC dei primi anni Ottanta. Il ritornello nasce invece in automobile, Magnelli trova la melodia e Ginevra Di Marco la porta a Ferretti, che la trasforma nel cuore emotivo del brano. Sopra quella pressione sonora, Ferretti pronuncia una delle frasi più feroci degli anni Novanta italiani: “Voglio ciò che mi spetta.” In quel verso c’è solo avidità contemporanea, consumo elevato. Sebbene il disco nasca dal viaggio in Mongolia, il brano parla soprattutto dell’Occidente e della sua fame permanente. Nel 1997 un brano così riuscì a entrare nelle radio italiane come una bomba aliena. Ancora oggi resta inspiegabile. Fu proprio “Forma e Sostanza” a trascinare il disco in cima alle classifiche, aprendo ai C.S.I. le porte delle grandi arene e dei palazzetti.

04 ‒ Vicini: brano spesso sottovalutato, rappresenta invece uno dei momenti più ipnotici del disco. Parte quasi in sordina, per poi aprirsi lentamente in una tensione rock trattenuta e nervosa. La voce di Ferretti rimane volutamente arretrata nel mix, quasi nascosta dentro il suono, come se il senso delle parole dovesse emergere più per suggestione che per chiarezza. Una scelta che aumenta ulteriormente la sensazione di straniamento. Qui emerge chiaramente la capacità “progressive” dei C.S.I., la libertà di muoversi tra stili differenti senza perdere identità.

05 ‒ Ongii: il brano prende il nome dal fiume Ongiin Gol e scorre davvero come acqua dentro il deserto, lento, liquido, contemplativo. Le tastiere di Magnelli costruiscono una corrente morbida sopra cui Ferretti deposita immagini di carovane, mercanti, attraversamenti. Non c’è linguaggio esotico in questa scrittura. La Mongolia raccontata dai C.S.I. è un luogo mentale, vissuto, goduto, assaporato, dove il tempo sembra dissolversi. Il brano è uno dei momenti più contemplativi dell’intero disco.

06 ‒ Gobi: è il cuore spirituale di “Tabula Rasa Elettrificata”. È difficile dire quale sia il brano che preferisco dell’album, ma “Gobi” si contende senza dubbio il primo posto con “Matrilineare”! Qui le registrazioni ambientali raccolte in Mongolia si fondono definitivamente con gli strumenti elettrici della band, creando una sorta di trance sonora. Il mantra buddhista “Om Mani Padme Hum”, nella variante mongola “Um maani badmi khum”, emerge come un’eco lontana dentro una struttura musicale che non appartiene più né al rock né alla world music. Ferretti riteneva impossibile realizzare un disco sulla Mongolia senza inserire quel mantra. Lo considerava una necessità artistica e spirituale. Maroccolo dovette affrontare un lavoro tecnico complessissimo per amalgamare le registrazioni raccolte da Zamboni con le tracce registrate successivamente a Carpineti. Il risultato è una vera preghiera elettrica. La musica diventa mantrica, immersiva. “Tabula Rasa Elettrificata” si trasforma in rito.

07 ‒ Bolormaa: dedicata a una giovane contorsionista mongola incontrata durante il viaggio, è uno dei brani più delicati mai scritti dai C.S.I. La voce di Ginevra Di Marco qui raggiunge una grazia quasi infantile, mentre Ferretti osserva il dolore e la felicità come movimenti naturali del corpo e dell’esistenza. “Splendida Bolormaa arresa all’amore/ fluida contorta molle resistente.” La leggerezza del brano è solo apparente. Sotto la dolcezza continua a vibrare una malinconia sotterranea. Nelle note del disco il brano viene dedicato a Mara Redeghieri degli Ustmamò. Zamboni parlerà di un gesto di affetto profondo, mentre Ferretti immagina il brano come un invito a lasciare fluire il dolore, accettando il movimento naturale della felicità che “va e viene”.

08 ‒ Accade: pochi pezzi dei C.S.I. riescono a essere tanto minimali e insieme così magnetici. “Accade” vive di ripetizione, di mantra. “Ciò che deve accadere, accade”. La musica costruisce un movimento circolare quasi ipnotico. Magnelli lavora sottilmente sulle texture elettroniche, mentre il resto della band rimane essenziale, quasi immobile. È uno dei brani in cui il silenzio pesa quanto il suono. Sembra una riflessione pronunciata davanti a un orizzonte immobile.

09 ‒ Matrilineare: uno dei momenti più sorprendenti del disco. Nata dal frammento vocale di un bambino mongolo registrato da Zamboni durante il viaggio, “Matrilineare” diventa un tribal-punk acido, capace di collegare improvvisamente la steppa asiatica alle montagne emiliane di Ferretti. Senza quella registrazione la canzone non sarebbe mai esistita. Ginevra Di Marco prende quasi per gioco il frammento raccolto da Zamboni e lo trasforma nella voce guida del pezzo. Attorno a quella melodia la band costruisce una struttura nervosa, tribale, sporca, che recupera perfino il punk dei CCCP trasformandola però in qualcosa di più rituale. Il testo mette in relazione la società mongola e la storia familiare di Ferretti, creando un ponte inatteso tra Appennino e steppa. Due mondi lontanissimi che finiscono per riconoscersi nella stessa idea di radice, appartenenza e trasmissione familiare.

10 ‒ M’Importa ’Na Sega: il finale arriva come un’esplosione liberatoria! “M’Importa ’Na Sega” recupera apertamente l’anima punk e sarcastica delle origini, trascinata dalla chitarra di Giorgio Canali ‒ avevate dei dubbi?! Adoro quest’uomo! ‒ e da un caos sonoro volutamente euforico! Dopo tutta la tensione spirituale e politica accumulata nel disco, il brano sembra voler distruggere ogni residua forma di solennità… il Grande Giorgione ci riesce sempre! Eppure sotto il sarcasmo resta una lucidità profondissima, imparare a distinguere ciò che conta davvero dal rumore inutile del mondo, fatto di tristezze, abbandoni, incomprensioni, intolleranze e intollerabilità. La canzone è costruita come una liberazione collettiva, quasi una risata isterica dopo l’attraversamento del collasso. Le chitarre diventano “rumorismo” e umorismo puro, la band suona come se stesse smontando il disco pezzo dopo pezzo.

Riascoltato oggi, “Tabula Rasa Elettrificata” conserva intatta la sua forza profetica, non perché racconti la Mongolia o la fine del millennio, ma perché riesce ancora a parlare del presente, dell’uomo contemporaneo perso dentro il rumore, della spiritualità ridotta a spettacolo, a merce, all’apparenza, del desiderio disperato di autenticità. Pochissimi album italiani hanno trasformato il viaggio, il paesaggio e il collasso storico in materia musicale viva, un album da attraversare.

“Tabula rasa, su cui non c’è nulla… un vuoto che non è assenza, ma uno spazio purificato in cui la mente può proiettare liberamente visioni, pensieri e suoni.”Giovanni Lindo Ferretti

E oggi, a quasi trent’anni dall’uscita di questo capolavoro musicale, quel linguaggio continua incredibilmente a sopravvivere al tempo, perché il mondo raccontato dai C.S.I., il collasso delle ideologie, la saturazione del rumore mediatico, la ricerca disperata di autenticità, è forse ancora più vicino al presente di quanto non lo fosse nel 1997.

Anche per questo il ritorno sul palco di certe storie assume oggi un peso particolare. Dopo l’enorme risonanza del tour celebrativo dei CCCP ‒ Fedeli alla Linea dello scorso anno, il 2026 segna un altro passaggio storico, il ritorno live ‒ prima data ad agosto ‒ del Consorzio Suonatori Indipendenti.

Una notizia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile, proprio perché i C.S.I. non sono mai stati una semplice band da reunion. Troppo fragile l’equilibrio umano, troppo profonde le fratture consumate dopo il successo di T.R.E., troppo importante il peso simbolico di quel silenzio durato decenni. Eppure proprio il tempo, forse, ha permesso alle macerie di diventare paesaggio, memoria, invece che ferita aperta.

Resta da capire quale forma avranno oggi quelle canzoni. Se suoneranno ancora come marce elettriche dentro le rovine del Novecento o se, inevitabilmente, porteranno addosso il peso del tempo trascorso. “Tabula Rasa Elettrificata” ha sempre parlato di trasformazione, di attraversamenti, di identità che mutano.

Resta da capire se quelle canzoni cambiano, come cambia chi le ascolta.

Quasi con tristezza arrivo alla fine di questa “recensione”, che forse recensione non è mai stata davvero… è Amore. È ciò che ho vissuto e ripercorso durante queste lunghe ore fatte di ricerche, di distaccamento dalla realtà, di letture, ascolti, viaggi mentali attraverso la steppa, attraverso ricordi, dentro una personale “Transiberiana sarda” dell’anima.

È amore perché questo disco mi restituisce, con malinconia, frammenti di vita quasi lontani, strade percorse, ascoltando “Tabula Rasa Elettrificata” dentro una vecchia Ford bianca, silenzi, paesaggi, pensieri che sembravano non finire mai. Ed è passione. Una passione ostinata, viscerale, destinata a non smettere mai di ardere.

Buona lettura, buon ascolto del disco, buon Amore e Passione anche a voi, e… Grazie!

 

Written By Aldo Turnu

 

Note

[1] Chi sono i C.S.I. 
[2] Chi è Giovanni Lindo Ferretti
[3] Chi è Massimo Zamboni 
[4] La capitale della Mongolia
[5] Le rovine di Ongiin Khiid
[6] Chi è Gianni Maroccolo
[7] Digital Audio Tape
[8] Chi è Ginevra Di Marco
[9] Chi è Gigi Cavalli Cocchi
[10] Chi è Francesco Magnelli
[11] Chi è Giorgio Canali  

 

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