“InterNati” di Cecio Bonomo e Mam Gagliani: l’interismo è meravigliosa malattia?

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Essere interisti è come uscire con una persona meravigliosa, bellissima, intelligente, ma che ogni tre giorni sparisce senza motivo. E tu non solo la perdoni: le compri pure dei fiori.”

InterNati di Cecio Bonomo e Mam Gagliani
InterNati di Cecio Bonomo e Mam Gagliani

Cecio Bonomo e Mam Gagliani sono interisti fin nel DNA. Sono cresciuti a pane, sofferenza e Triplete. Da anni condividono con il Profeta, Junior, Henry e una ristretta e selezionata cerchia di amici la loro fede nella chat WhatsApp InterNati: un segretissimo e animatissimo covo di animi impavidi, ironici e irrimediabilmente malati d’Inter.

Tra esultanze al cardiopalma, crisi di nervi al novantesimo e litri di caffè, i due autori conducono il lettore in un viaggio esilarante dentro la mente e il cuore del tifoso interista. Storie vere, aneddoti assurdi, superstizioni inspiegabili e battute al vetriolo si intrecciano in un racconto corale che celebra la passione più irrazionale e bellissima del mondo: quella per l’Inter.

InterNati (Rizzoli, 2026) non è un libro sulla storia dell’Inter, ma un libro pieno di storie “da Inter”. Ed è soprattutto un inno all’amicizia, alla follia calcistica e a quella fede indelebile che, nonostante tutto, non si spegne mai. Perché essere interisti non è una scelta. È una condanna meravigliosa. Una condanna che nasce sempre da una domanda: “Vi siete mai chiesti quando avete capito di essere irrimediabilmente interisti?

Magari per una figurina Panini in cui spiccavano quelle misteriose strisce nere e azzurre, colori della notte e del cielo; oppure per una partita ascoltata a “Tutto il calcio minuto per minuto”; o ancora per quella prima volta allo stadio San Siro, accompagnati da vostro padre…

Suddiviso in trentacinque capitoli ‒ si parte da Vienna, città del primo successo europeo del 27 maggio 1964, per approdare a Monaco di Baviera il 31 maggio 2025, giorno della disfatta contro il Paris Saint-Germain ‒ le 252 pagine del libro accompagnano il lettore in un ideale viaggio a tinte nerazzurre durato sessantuno anni.

Nel mezzo, tappe che consentono di familiarizzare con episodi, personaggi e frammenti di vite trascorse con l’Inter: intense, balzane, divertenti o avvilenti, ma sempre intrise di quell’ironia che anima ogni InterNato.

C’è il bambino in pigiama al quale, in via eccezionale, viene concesso di assistere alla finale di Coppa dei Campioni Inter-Real Madrid, con le immagini rigorosamente in bianco e nero e l’inconfondibile voce chioccia di Nicolò Carosio a scandire i tre gol nerazzurri. La fede che nasce a rovescio, godendo delle disgrazie altrui, come nel maggio del 1982, quando il Milan retrocesse in serie B proprio al 90° minuto dell’ultima giornata di campionato. Già: la fede. Quella che si manifesta sventolando una sciarpa neroazzurra nello stadio dei Rangers Glasgow, in mezzo ai tifosi ubriachi, come “un macarone urlante in mezzo ai protestanti”.

C’è il sogno del castello simile a un museo delle cere, dove se ne stanno immobili e fieri Pancev, Vampeta, Gresko, Vastola, Doldi, Libera, Cirillo, Taremi e tutti gli altri giudicati da un feroce semidio al grido di: “Non siete da Inter!”.

E poi le città simbolo: Vienna, Madrid, Bucarest, Glasgow, dove il brivido della trasferta univa nell’attesa cuori e destini. Le passioni racchiuse in una sciarpa, il mito della celebre rovesciata di Bonimba in Inter-Foggia 5-0, dopo una sensazionale rimonta in campionato ai danni dei cugini milanisti; le scaramanzie di chi officia riti, “perché quando c’è l’Inter si diventa come un frate medievale in ansia per l’eclissi”.

E naturalmente la favola del Triplete di José Mourinho, con una Milano “più bella che mai: sudata, rumorosa, viva”.

Ma ci sono anche le delusioni. Cocenti. Su tutte, il 5 maggio 2002, con Cuper allenatore, “l’Hombre vertical”, a cui si aggiungono i recenti scudetti persi per un solo punto a vantaggio del Milan e del Napoli.

Perché è proprio nella sconfitta che muore e rinasce lo spirito InterNato. Nella normalità e nella stravaganza, tutti insieme a inseguire il nero della notte e l’azzurro del cielo. In fondo, “un vero InterNato si accorge che per vincere è necessario saper perdere con dignità”.

E ora che questa recensione volge al termine, mi sia consentito aggiungere un mio personale capitolo: il trentaseiesimo. Lo intitolerei Bisogna saper perdere. Sì, come quella canzone dei The Rokes che andava di moda negli anni che furono. Quelli dei ghiaccioli colorati che costavano trenta lire, delle partite giocate nei prati di periferia fino al calare del buio, con il portiere volante e ogni tre corner un rigore; della TV dei ragazzi, dei caroselli e poi a letto.

Ricordi di un mondo che non esiste più e che, eppure, è esistito davvero, perché era la tua infanzia.

Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere…” cantavano i Rokes in quel 1967. E nel mio caso di InterNato tutto è partito da lì: da una notte afosa e insonne seguita al pomeriggio del primo giugno 1967[1]. Una notte in cui un bambino di otto anni comprese per la prima volta gli effetti collaterali della sua passione, intuendo ciò che quei colori così misteriosi avrebbero rappresentato per il suo futuro: una costante fonte di sofferenza, quasi una sottile forma di masochismo.

Ma ormai la frittata era fatta, e non importava. Perché sessantun anni dopo, con il ventunesimo scudetto e la decima Coppa Italia in archivio, quell’ex bambino ha finalmente compreso ciò che la fede interista ha significato per lui: un ottimo allenamento alla vita.

Bisogna saper perdere”, non sempre si può vincere come vuoi e quando vuoi…

Lo confesso: non sono mai riuscito a odiare i Rokes. Certo, ogni volta che ripenso a quelle note, l’effetto madaleine suscitato nel sottoscritto è tutt’altro che dolce, ma che volete farci? Forse sarà perché, oltre ai tormenti di un bambino innamorato dei suoi miti, quelle note hanno il potere di evocare altri momenti. Quelli dei ghiaccioli colorati che costavano trenta lire, per esempio, o delle partite giocate nei prati di periferia fino a quando veniva buio, col portiere volante e dove ogni tre corner guadagnavi un rigore; e della tv dei ragazzi, e dei caroselli e poi a letto; e di tutte le gare di figurine, e delle strisce dei fumetti, anche quelli un po’ scollacciarti, che sbirciavi di nascosto all’edicola.

Ricordi di un mondo che non esiste più, e che eppure è esistito, perché era la tua infanzia.  e forse, mentre scrivo queste righe, non cerco solo di ricordare, ma cerco ancora idealmente di esserci, in quel mondo.

Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere…

Tutto è partito da qui, da questo ritornello, e ora la mia storia sta per terminare. Fu una notte afosa e insonne quella che seguì il pomeriggio del 1° giugno 1967, una notte in cui un bambino di otto anni comprese per la prima volta gli effetti collaterali della sua passione, intuendo ciò che quei colori così misteriosi avrebbero rappresentato per il suo futuro: una costante fonte di sofferenza, quasi una sottile forma di masochismo.

Ma ormai la frittata era fatta e non importava, perché sessantuno anni dopo, ora, con il 21esimo scudetto in archivio, quel bambino ha finalmente compreso ciò che la fede per l’Inter ha significato per lui: un ottimo allenamento alla vita.

In fondo, un vero InteNato si accorge che per vincere è necessario saper perdere con dignità.

 

Written by Maurizio Fierro

 

Note

[1] Ultima giornata di Serie A: Mantova-Inter 1-0. Dopo aver perso sette giorni prima la finale di Coppa campioni per mano del Celtic Glasgow, l’Inter perde lo scudetto per un punto, dopo essere stata in testa per tutto il campionato.

 

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