“Il tram di velluto” di Francesco Auteri: la Postfazione di Maria Porcellotti
“In ogni caso guerra e pace sono binomio inscindibile, senza ipocrisia non si può considerare “di pace” un tempo in cui è presente la guerra. Per questo è potente riportare alla coscienza lo sgomento di fronte agli avvenimenti che ancora troviamo ad avvenire nel presente scisso e controverso. Ogni conflitto riguarda tutti, anche chi non si trova a esserne direttamente vittima, ogni perdita umana è necessariamente irriducibile al pretesto di qualsiasi (e sicuramente, di fronte a tali orrori) sciocca contesa.” ‒ dalla Postfazione di Maria Porcellotti

“Il tram di velluto” pubblicato da Tomarchio Editore nel novembre 2025 racconta la Seconda guerra mondiale con gli occhi dell’allora bambino Francesco Auteri.
Strutturato in ventinove capitoli il volume apre con dall’Introduzione curata da Alessia Mocci a cui segue la Prefazione curata da Giulia Sattibaldi e chiude con la Postfazione curata da Maria Porcellotti, la Nota dell’Editore curata da Rosario Tomarchio, i Ringraziamenti, e la Bibliografia. A corredo del romanzo autobiografico due inseriti di fotografie d’epoca che presentano ai lettori la famiglia dell’autore.
“Il tutto comincia nella terra dei nonni – o, meglio, per me, dei bisnonni – la Sicilia, e, pagina dopo pagina, si fa strada fino a Genova. Come si scoprirà, la terra protagonista della storia non è però questa bellissima città, ma una piccola collinetta a Massa Macinaia, frazione del Comune di Capannori a sud di Lucca, dove il nonno trascorre parte dell’infanzia. Qui i giorni sono speciali, quasi sospesi, come sospesi sono i ricordi dei bambini, che sembrano sempre vaghi ma in realtà sono così concreti che basta un suono o un profumo per ridestare immagini ed emozioni.” ‒ dalla prefazione di Giulia Sattibaldi
Per gentile concessione della casa editrice si pubblica sottostante la Postfazione redatta da Maria Porcellotti.
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Postfazione di Maria Porcellotti ‒ “Il tram di velluto”
Quando si legge qualsiasi libro, i personaggi non sono che personaggi, l’autore non è che l’autore, tutti sono sconosciuti e lontani. Se l’autore invece è il Nonno, proprio lo stesso che racconta a lungo (e la nonna alza gli occhi al cielo) che alle superiori non riusciva proprio a confrontarsi con i fogli bianchi durante il tema, l’esperienza di lettura si fa ben diversa. Allora in questa contemporaneità sempre più dimentica e distratta, in cui non si può, come qualcuno aveva già detto, che osannare il nuovo, viene una grande voglia di fare un passo indietro, sedersi, ascoltare. Perché forse se non posso affermare dove voglio arrivare, chi diventare, chi essere, almeno posso conoscere da dove (con un po’ di presunzione forse, ma di certo orgoglio) sono venuti quei ricordi, quegli echi e quelle corrispondenze che, mescola e rigira, hanno fatto chi sono io.
Sono sospesi i tempi che corrono, fatti di nuovi squilibri, eventi eclatanti che pure si dimenticano girando canale, sofferenze certo indicibili che, in quanto tali, rimangono “sapientemente” non dette. Ancora risuona, ma troppo debolmente, la tromba trionfale della democrazia: voto agli uomini, alle donne, a tutti i cittadini, coscienza non solo di classe ma di un popolo intero, voglia di fare dell’Italia un paese nuovo, più ricco certo, ma moderno, più libero, più vero. La fiducia non fu mal riposta, e da un’ideale la “nuova Italia” discese nel mondo nelle solite consuetudini di concordati, compromessi e qualche sotterfugio che rendono la politica un’invenzione del tutto umana. Giunto quel futuro agognato, dopo il lungo impegno di ricostruzione ora, è lecito il riposo? Che cosa significa pace, adesso?
Volubile, temporaneo e talvolta contradditorio è tutto ciò che concerne l’uomo e così, anche riguardo pace e guerra, non si può da ogni tempo che contrattare. “Si vis pacem, para bellum”: per alcuni è inaccettabile, per altri imprescindibile la necessità di rispondere all’evenienza della guerra con la preparazione a essa. In ogni caso guerra e pace sono binomio inscindibile, senza ipocrisia non si può considerare “di pace” un tempo in cui è presente la guerra. Per questo è potente riportare alla coscienza lo sgomento di fronte agli avvenimenti che ancora troviamo ad avvenire nel presente scisso e controverso. Ogni conflitto riguarda tutti, anche chi non si trova a esserne direttamente vittima, ogni perdita umana è necessariamente irriducibile al pretesto di qualsiasi (e sicuramente, di fronte a tali orrori) sciocca contesa. Il progresso, colmato di fiducia da coloro che lo esaltano, disconosciuto da chi teme eventuali conseguenze future, porta in ogni caso con sé un composito novero di vantaggi e pericoli: tra questi, nuovi modi di far guerra. Se nelle guerre passate la tragedia riguardò maggiormente i soldati, giovani perlopiù inconsapevoli, con il progredire della tecnologia bellica le vittime si fanno sempre più numerose tra i civili, i carnefici sempre più impersonali. Quando si tratta di crimini, la prima conseguenza è il bisogno di trovare un colpevole, poi punirlo. Tralasciando il lungo discorso di come la “pena” dovrebbe trattarsi non di mera punizione, ma di riadattamento alla società e di rinascita, la “colpa” è in ogni caso precedente a essa.
Se commettere crimini contro l’umanità è sempre più facile e immediato, diminuisce la colpa connessa a tali reati? Fino a che punto è accettabile l’offesa?
Forse non si dovrebbe temere il progresso, ma affrettarsi nel prendere provvedimenti di prevenzione, nel limitare illeciti sotterfugi che sbalzano la “colpa” da un imputato all’altro all’infinito, fino alla resa. Nel crimine presente non deve esistere conveniente indifferenza e distacco, esso non può essere nascosto fino a cadere nella dimenticanza e poi in “prescrizione”. Perciò è la pace che bisogna preparare continuamente, esercitandola nella pretesa di diritto, nell’adempimento di dovere, parlandone a gran voce, abbandonando i semplicismi, mai la speranza. La sfiducia porta facilmente all’inerzia, nemica primaria di ogni democrazia. La sensibilità comune va allenata, e nulla è meglio di autentiche storie.
“… chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori del campo della lotta…”[1]
Nell’esistenza umana, così come nei rapporti geopolitici e in ogni relazione generale o particolare che riguarda il presente, è impossibile “trarsi un istante fuori”, porsi con un occhio giudicante sì, ma anche oggettivo, conoscere davvero le cause profonde, le motivazioni superflue, la mira reale di ogni azione e manovra. Uno sguardo autentico si può avere solo su di sé, sulle proprie azioni e suggestioni, seguendo la trama degli avvenimenti a partire da quelli più impressi, ricostruendo a distanza di anni le memorie del prima, dopo e “contemporaneamente”.
Così assisto al processo in cui il Nonno, tornato bambino, racconta della guerra nella sua prospettiva: lo sfollamento e la libertà bambinesca che dona la campagna, gli zoccoletti e la tinta verde, il rituale della pigiatura dell’uva. Si intrecciano poi in questa “piccola personale storia” le vicende che riguardarono tutti: il fascismo, Hitler e le invasioni, gli sbarchi alleati, la fine della guerra.
In un ormai lungo tempo di “generale” corsa al nuovo, fermarsi, tornare indietro nel “particolare” proprio o altrui, è compito arduo di ogni storia, di chiunque legga, di chiunque scriva. La velocità comune può entro certi limiti convivere con la lentezza personale: prendere tempo e ascoltare, riflettere e poi soppesare. Avere opinioni dimostra interesse attivo e consapevolezza, ma solo riguardo quello che davvero è da ritenere importante. È dunque solo il libro che permette di tornare indietro e rileggere, di soffermarsi e indugiare, talvolta anche rinunciare. Il presente slanciato sul futuro che tutti viviamo fa dimenticare con troppa leggerezza il passato che, pezzo per pezzo, ci ha costruiti. La vergogna del “nostro” fascismo non è da seppellire insieme a tutte le macchie che hanno sporcato il nostro paese: non c’è nulla di più dannoso della dimenticanza in merito di fatti che ci riguardano in quanto italiani, in quanto uomini. Il dovere nei confronti del passato è imprescindibile, sia nella nostra storia personale, sia in quella della nostra nazione.

Il compromesso (il cambio di alleanze, la sottomissione, la resa), il caso o la provvidenza (un cappello bianco, una nave si avvicina, la salvezza) sono promemoria all’uomo della sua instabilità. Il passato però è un punto fisso, una radice, il luogo di partenza da cui comprendersi e costruirsi. Il pensiero scritto ferma nel tempo idee di cui è sempre utile farsi pubblico, forse seduti in una stanza dimessa (ma dall’aspetto ancora signorile), con le piastrelle traballanti, una credenza antica, alcune sedie imbottite, un vecchio “tram di velluto”…
La Sicilia è madre di questa storia: la terra dell’isola, i suoi abitanti, il dialetto che si mischia all’italiano, le tradizioni antiche che si affacciano sull’eterno mutare del mare, finestra sul continente. I ritornelli ricorrono e tornano a far parte, a distanza di anni, di qualche ricordo nella mia infanzia: “C’era una volta un Re/ seduto sul sofà…”, perdono il loro senso originario e si trasformano, ancora. Così ogni “energia culturale” non si distrugge e si trasforma, sfugge di nuovo alla tanto temuta omologazione, fino a sparire forse, o a convogliarsi in nuovi detti, nuovi modi, sempre figli o nipoti lontani di un’antica matrice originaria.
Al tempo non sfuggono i ricordi, sbiadiscono un poco ma persistono: “… che chiese alla sua serva/ raccontami una storia/ la serva incominciò:/ C’era una volta un Re…”
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Info
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Note
[1] Giovanni Verga, I Malavoglia, prefazione.
