Carlo Cassola: il narratore delle emozioni quotidiane
“… Se poi mi si vuole appiccicare un’etichetta, allora mi si appiccichi quella di ‘subliminale’. Qualsiasi altra la rifiuto…” ‒ Carlo Cassola

Parlare oggi di Carlo Cassola è riconoscere in lui non soltanto un narratore, ma un esploratore dell’animo umano. Uno scrittore che ha saputo scavare in quella zona d’ombra dove si nasconde l’essenza della vita: il subliminale. Ovvero, quella zona che si trova sotto la soglia della percezione cosciente, ed è rispondente agli stimoli che operano in quello spazio psicologico.
“Subliminale significa sotto il limite, cioè il limite della coscienza pratica.” ‒ Carlo Cassola
Nato a Roma il 17 marzo 1917, sono le origini geografiche di Cassola a segnare in qualche misura il suo destino: il padre è lombardo, la madre di Volterra. Città, che con il suo territorio circostante saranno per lo scrittore oltre che paesaggi letterari, anche luoghi dell’anima.
È il 1940 quando Carlo Cassola si laurea in Legge, sebbene la sua vocazione sia prettamente letteraria. Che, durante gli anni universitari lo spinge a scrivere racconti e a collaborare con riviste, confrontandosi con la grande tradizione narrativa italiana.
In raccolte come La visita (1942) e Alla periferia (1942), già straordinariamente mature e tendenti a una narrazione essenziale, la critica riconosce la su scrittura singolare volta a dare forma a trame misurate, atmosfere sospese e personaggi appena delineati.
Gli anni della giovinezza di Cassola coincidono con uno dei momenti più drammatici della storia europea: la Seconda guerra mondiale, vissuta nelle sue opere come una ferita morale. Segnato dalle vicende belliche, è dopo l’8 settembre del 1943 che prende parte alla lotta partigiana: esperienza da cui nasceranno le opere come Fausto e Anna, e più tardi La ragazza di Bube.
Ma, a differenza di altri intellettuali che come lui hanno partecipato alla lotta di liberazione, Cassola non trasforma la sua esperienza in un racconto intriso di retorica e neppure in un manifesto politico. Non è uno scrittore epico della Resistenza, in quanto prima di tutto considera l’esperienza come un evento marcato da paure individuali, da sentimenti privati e dal silenzio dell’attesa.
I suoi personaggi, rappresentativi di questo momento storico, non sono eroi gloriosi. Ma uomini e donne che portano dentro di loro il peso della storia, la memoria della violenza e il desiderio di tornare a una vita normale. Raccontati con sguardo umano e disincantato, che è la cifra distintiva di Cassola, rispetto ad altri narratori del dopoguerra.
“Cassola ha fatto di questi luoghi non una provincia, e sia pure la sua provincia, ma un luogo, anzi il luogo dell’anima.” ‒ Mario Luzi
Terminato il conflitto, Cassola sceglie di vivere in provincia e dedicarsi all’insegnamento. Senza trascurare la sua passione letteraria. Che alimenta frequentando ambienti di intellettuali, e collaborando con diverse riviste letterarie. Mentre l’Italia del boom economico, proiettata verso il cambiamento e tesa ad uno sfrenato consumismo, si rifugia in Maremma per condurre una vita appartata. La provincia, suo spazio elettivo, è assunto a microcosmo per raccontare la condizione umana della gente comune. Nei paesaggi della Maremma, tra paesini e campagne silenziose, Cassola scopre l’ambientazione ideale che si conviene al suo narrare.
Spazi misurati, che sollecitano la sua vena creativa guidata da una dedizione che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Luoghi, che non sono per Cassola una seconda scelta, ma territori in cui esprimere la propria inclinazione letteraria, basata sull’osservazione dei comportamenti umani legati alla quotidianità.
Nel 1949 Cassola scrive quello che molti considerano il suo capolavoro assoluto: Il taglio del bosco, pubblicato solo nel 1954. È un racconto lungo, provvisto di una trama misurata che racconta di un boscaiolo rimasto vedovo, che immerso nel silenzio della natura, giorno dopo giorno continua il suo lavoro. Tuttavia, in questa semplicità apparente si nascondono emozioni profonde.
Il dolore, la solitudine, il rapporto con la natura, il senso del tempo che passa: un racconto struggente e potente al tempo stesso, descritto con una particolare sobrietà. Dove c’è solo la vita nei suoi elementi fondanti, semplici ma colmi di grandezza. Il taglio del bosco è l’opera che rappresenta il momento di massima adesione di Cassola alla sua poetica del subliminale.
“La ragazza di Bube è il romanzo che fa conoscere lo scrittore all’Italia degli anni ’60.” ‒ Carlo Annoni
Mentre il suo romanzo più famoso, che gli vale il Premio Strega, La ragazza di Bube (1960), è un racconto in cui la Resistenza è presentata attraverso un modello narrativo già conosciuto: la separazione di due ragazzi innamorati, in attesa di ritrovarsi alla fine della guerra. Un racconto, che non è tanto un romanzo sulla Resistenza, quanto piuttosto una storia d’amore e di attesa, dove lo sfondo storico è funzionale a mettere in luce i sentimenti dei protagonisti. Ambientata negli anni immediatamente successivi alla guerra, il protagonista maschile, Bube, è un ex partigiano coinvolto in un omicidio politico. Quando viene arrestato e condannato, Mara, la sua fidanzata, lo aspetta in silenzio fino al termine della sua detenzione. Ed è proprio sulla lunga attesa della donna che si concentra il focus del racconto, ovvero l’evoluzione di Mara, la sua crescita, a cui segue il suo cambiamento irto di difficoltà. La forza del libro sta nella delicatezza con cui Cassola descrive i sentimenti di Mara, che non è un’eroina, ma una donna fedele al suo patto d’amore, gravida di una dignità silenziosa. Il romanzo è diventato in seguito anche un film diretto da Luigi Comencini e interpretato da Claudia Cardinale nel ruolo di Mara.
Negli anni Settanta, la poetica di Cassola si apre a nuove dimensioni. La sua insofferenza per le ideologie e per la politica tradizionale lo porta a un impegno rivolto a due grandi battaglie civili: l’antimilitarismo e la lotta contro il nucleare. All’impegno pacifista a cui dedica gli ultimi decenni della sua vita, Cassola presta la sua voce per denunciare il pericolo delle armi nucleari. Invitando, attraverso i suoi scritti, a riflettere sul rischio di autodistruzione. La pace non è per lo scrittore soltanto un tema politico, ma una necessità morale, da cui si evince la predisposizione personale tesa a difendere il bene collettivo.
Il suo pacifismo è radicale, quasi utopico, che trova origine nella stessa radice della sua poetica: la convinzione che al di sopra di tutto ci sia il valore della vita, della sopravvivenza e della dignità umana. Anche in questa fase della sua vita, la posizione di Cassola rimane autonoma e originalissima. Senza allinearsi ad alcun partito non accetta nessuna etichetta. Dopo una vita dedicata interamente alla letteratura e a forte un impegno civile, trascorre anche gli ultimi anni della sua vita nella sua amata Toscana, circondato da quei paesaggi che avevano ispirato gran parte della sua narrativa.
Quando muore, il 29 gennaio 1987, lascia una produzione artistica vasta e articolata da cui si evince la grandezza di uno scrittore che ha raccontato eventi straordinari con un’esemplare linearità.
La produzione letteraria di Cassola è attraversata da tematiche piuttosto ricorrenti. Al centro di ogni sua opera, innanzitutto, c’è il valore fondante di ogni cosa: la vita. Intesa come un susseguirsi di consuetudini, di gesti ripetuti, di gioie e dolori. Non la vita intesa come un’esperienza eroica o eccezionale, ma in stretta relazione con la felicità. Che non è un traguardo da raggiungere, e neppure uno stato permanente. Ma piuttosto una circostanza che si coglie quasi per caso, ma che purtroppo è fuggevole. Idea questa di cui i suoi personaggi sono rappresentativi: alla ricerca di una felicità, che quasi sempre si rivela vischiosa.
C’è poi il tempo, altro tema frequente nella poetica di Cassola. Condizione che scorre inesorabilmente e tutto trasforma, è specchio dei diversi tipi narrativi rappresentati della sua produzione. Che invecchiando si portano dietro i loro sogni affievoliti, così come le loro speranze trasformate in ricordi. Sebbene in questa consapevolezza non ci sia disperazione, piuttosto una dolce e malinconica accettazione.
Infine, il paesaggio maremmano, che amplifica le emozioni dei personaggi, è volto ad assumere una dimensione quasi cosmica, con la sua luce particolare, una luce che è al tempo stesso nitida e malinconica. Ed è la stessa luce che si staglia sui cipressi solitari, sulle pinete di Marina di Cecina, sulle strade bianche che da Volterra scendono al mare. Ed è la stessa luce che pervade ogni pagina della poetica di Cassola.
La Maremma non è solo sfondo delle opere dello scrittore, ma un vero e proprio elemento poetico fondante. Lì, dove i luoghi descritti diventano ‘correlativi oggettivi’ degli stati d’animo dei personaggi: la spiaggia deserta d’inverno, la pineta al tramonto, le colline assolate d’estate.
Nelle opere raccontate da Cassola non accadono cose spettacolari. Ciò su cui lo scrittore focalizza il suo narrare sono i moti segreti dettati dalle emozioni: la discrezione di amori timidi, la malinconia del tempo che passa, la solitudine che accompagna spesso l’esistenza. Perché la poetica di Cassola si fonda su una scelta precisa: raccontare la vita interiore delle persone comuni. Con le loro attese, il senso della perdita, la nostalgia e non ultima la solitudine. Elementi tutti, che si fondono nella dimensione più semplice e quotidiana della vita, dove i sentimenti si manifestano con un certo riserbo.
Per questo i romanzi di Cassola hanno un ritmo lento, meditativo, durante i quali la narrazione segue il flusso dei pensieri e delle sensazioni dei personaggi: come se il lettore potesse entrare direttamente nella loro coscienza.
Parlare dello stile di Cassola significa parlare di un modo di scrivere immediato, spontaneo, non legato a stereotipi precostituiti. Lontana da virtuosismi, da metafore ardite o sperimentazioni linguistiche innovative, questa sorta di semplicità non è improvvisazione o mancanza di idee. Ma il risultato di un lavoro incessante, della ricerca della giusta parola, della frase che dice tutto senza bisogno di gridare. Il suo registro è limpido, quasi essenziale; tuttavia, sotto questa apparente linearità si nasconde un grande scandaglio psicologico, che trova la sua ragione d’essere nei personaggi, che vivono esistenze ordinarie, ma non per questo meno significativi. Semmai, sono dotati di ampia universalità.
“Il linguaggio di Cassola è organizzato in un periodare breve e paratattico, capace di creare un ritmo che è insieme narrativo e musicale, realistico e lirico.” ‒ Giulio Ferroni
Negli anni Sessanta la letteratura italiana vive un periodo di grandi sperimentazioni. Sono anni di profonde trasformazioni per l’Italia dell’epoca: industrializzazione, conflitti ideologici, nuovi movimenti culturali. Molti scrittori cercano nuove forme narrative e linguistiche. Si sperimentano linguaggi complessi, strutture innovative e una letteratura politicizzata. La domanda che attraversa tutta la cultura italiana del dopoguerra è una, ovvero, che cosa deve rappresentare la letteratura?
In questo contesto Cassola viene stigmatizzato, considerato uno scrittore troppo tradizionale, con opere troppo lontane dalle avanguardie e dalle sperimentazioni linguistiche che caratterizzano la nuova stagione letteraria.
Secondo alcuni intellettuali lo scrittore dovrebbe interpretare il cambiamento con una narrativa più aggressiva e sperimentale. Uno dei critici più severi è lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini, che rimprovera a Cassola una narrativa che definisce ‘consolatoria’ e troppo legata a una visione sentimentale della realtà. Con l’idea che le opere dello scrittore toscano rappresentino una sorta di rifugio emotivo per i lettori. Secondo Pasolini, la letteratura dovrebbe confrontarsi più duramente con i conflitti sociali e con le trasformazioni della società italiana. Sostenendo, che le sue storie, fatte di sentimenti privati e di vicende intime, esulino i grandi problemi politici e sociali dell’Italia del Novecento.
La polemica si inserisce anche nel confronto con i movimenti letterari più sperimentali dell’epoca, in particolare con il cosiddetto Gruppo ‘63, che propone una narrativa radicalmente innovativa. Gli scrittori della neoavanguardia vogliono rompere con la tradizione realista e con la narrativa lineare. Cassola rappresenta quasi l’opposto di questa tendenza: la sua scrittura è limpida, lineare, concentrata sull’interiorità. Per questo motivo diventa, suo malgrado, il simbolo di una narrativa considerata “classica” o “tradizionale”. Cassola, invece, rimane fedele alla sua poetica.
Reagisce alle critiche con grande fermezza, e difende con forza la propria idea di letteratura. Per lui la letteratura non deve necessariamente inseguire le mode culturali o le avanguardie. A suo dire il compito dello scrittore non è stupire con tecniche sofisticate, ma raccontare con sincerità la vita delle persone e la verità dei sentimenti umani. La sua posizione è molto chiara: la semplicità non è una debolezza, ma una scelta consapevole.
Alla fine di questo viaggio nell’universo di Carlo Cassola è inevitabile chiedersi: perché uno scrittore di tale levatura è stato spesso trascurato dalla critica accademica? Perché le sue opere, pur continuando a essere lette e ristampate, non hanno ricevuto l’attenzione che meritano?
La risposta a cui viene naturale rispondere è una: a Carlo Cassola non si può dare alcuna etichetta, classificarlo entro certi canoni conosciuti non gli rende merito. Non era un neorealista, non era uno sperimentalista, non era un intellettuale organico. La sua voce era troppo originale per potersi adattare alle mode del momento. E poi è la sua determinazione a parlare per lui: ha continuato a scrivere romanzi quando la critica affermava che il romanzo era morto, e scrivere romanzi non aveva più ragione di essere. Cassola, invece, ha creduto in una narrativa che parlasse direttamente al cuore delle persone. Perché la sua idea di letteratura non aveva bisogno di essere urlata. La vita vera, quella raccontata dallo scrittore con delicatezza, non è quella che finisce sui giornali, ma quella che scorre silenziosa nei gesti di ogni giorno.
Cassola sosteneva che spetta alla letteratura il compito di portare alla luce con pazienza, con umiltà e con amore ciò che sta sotto la soglia della coscienza, in quella zona d’ombra detta subliminale, lì, dove si nasconde la verità più autentica dell’animo umano. Il cantore dell’anima subliminale, così come è stato definito, merita oggi di essere riscoperto e celebrato come uno dei veri maestri del Novecento italiano. Perché la sua lezione sulla vita, sulla letteratura, sulla ricerca della felicità è più viva che mai. E l’apprezzamento gli viene dai molti lettori che a tutt’oggi trovano nei suoi romanzi un qualcosa che la letteratura più sperimentale spesso non possiede e non sa raccontare. Ovvero, la vicinanza emotiva con i personaggi. Ed è forse in questo che sta il segreto della persistenza delle opere di Cassola nel tempo.
“Mi ritengo uno scrittore realista nel senso che amo la realtà e non desidero evaderne. Nel senso che amo il mio tempo…”
Written by Carolina Colombi
