“L’opera struggente di un formidabile genio” di Dave Eggers: necessariamente incapibile?
L’opera struggente di un formidabile genio di Dave Eggers è struggente? È Dave un formidabile genio? Esistono quesiti più stupidi? E se dicessi che un parmigiano correttore di bozze della traduzione effettuata da Giuseppe Strezzeri correggerebbe infinite volte la traduzione di Cock!, o più probabilmente di Damn!, con quella dolcissima parolina che inizia con F e si conclude con un’eternamente sospirata… a?

Tale battuta sarebbe in assonanza con lo spirito del romanzo L’opera struggente di un formidabile genio, qualunque esso sia, che io non l’ho mica capito. Perché occorre capire lo spirito di un romanzo e non semplicemente leggerlo, come se fosse una serie televisiva o… una puntata di un reality show?
Ho in casa altre due opere di Dave Eggers. Mi toccherà ingurgitarle? Non sia mai! Ok! Lo farò! Non so quando! Ne ho troppi, troppi, di libri che bramano d’essere fagocitati! Per la cronaca si tratta di Zeitoun e di Conoscerete la nostra velocità… Speriamo che siano più facili e brevi!
Tanto per dirne una. La mia prima nota al libro occorre a pagina 63: mio sangue!, poiché m’ero rasato nervosamente la barba, colpa tua Dave, e m’ero ferito la parte superiore del labbro, dove degli ispidi peli s’illudevano di crescere da circa tre giorni.
Nella mia vita, sempre che non sia essa stessa una fiction, ho letto di tutto: dai Canti orfici di Dino Campana, all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, ai poemi di Omero, a quello di Dante Alighieri, alle tragedie di William Shakespeare, ai noir di Cornell Woolrich, al romanzo storico di Silverio Scognamiglio, e chi più ne ha scritti e letti più ne infili uno dentro l’altro…
Non so perché, essendo diversissimo da te, leggendoti penso a Jack Kerouac, forse perché il tuo romanzo è on the road, scritto mentre cammini, sospiri, hai le tue paturnie, patologie, paranoie, assurdità, falsità, sincerità immotivate. Pare che tu le scriva camminando, davvero, non conto balle. Un giorno, se passi in via Adua, ti presento il mio amico detto al Cûnta Bâli, uomo spassoso, ti giuro… Il suo epigono tu sei, o lui è te, questo è poco ed insicuro… Niente… ora ti saluto, perché devo leggere, le ultime settanta pagine, gli ultimi tre capitoli de L’opera struggente di un formidabile genio, non meno assurdi e gratuiti dei precedenti.
Acquistai L’opera struggente di un formidabile genio in un mercatino a Novellara, dall’amico Roberto, mantovano… Per essere tassonomici, è anche insegnante di scienze, come lo è, tassonomico intendo, Conseil, il fido cameriere di Pierre Aronnaux, amici verniani che da un mese circa mi stanno aspettando presso l’abitazione di una mia consanguinea, dove sorbisco la loro avventura a mo’ di ammazzacaffè, al termine di ogni pranzo: un capitolo al giorno del loro diario di bordo.
Due opere più difformi non si possono concepire! O forse sì.
Le noti editoriali, i due eserghi basati sulla stanchezza di cuore, preannunciano le note introduttive, il Kaos, intendo, la loro consapevole e ossimorica demenza.
Un esempio è la nota: “5. In definitiva, i primi tre o quattro capitoli sono quelli che tutti voi potreste prendervi la briga di leggere. ciò vi porterebbe a pagina 104 o giù di lì, che è poi una discreta lunghezza, più o meno quella di un racconto lungo.” – e io non mi stancherò mai di ripetere che Ulisse di James Joyce è il tipico esempio di racconto lungo, con un’unità di tempo e di spazio e di non ricordo che, come nelle tragedie greche. Casa d’altri di Silvio D’Arzo è un romanzo perfetto, non un racconto, come soleva dire Eugenio Montale.
Sarà anche ingiusto, per carità, eppure a me sono piaciuti, anche se mi hanno fatto un po’ male, gli ultimi tre o quattro capitoli, in cui si scopre l’assassino, che è ovviamente il tempo che è occorso per leggerli. Ergo, le (per altro) brevi e icastiche Regole e suggerimenti per apprezzare al meglio questo libro lasciano il tempo che trovano: iniziate in un umido autunno e in tale liquida stagione concluse.
Fagocitata la Prefazione alla presente edizione, per quanto oblunga da interiorizzare, assimilato con simulato interesse l’Indice, la cui lettura era stata resa facoltativa, ma io non posso ideologicamente evitarlo, nonché le 19 pagine di Ringraziamenti, sfociati in tutt’altro, serenamente inizio la lettura del capolavoro di Dave. E segnalo, immediatamente, un microscopico refuso a pagina 73.
Due pagine dopo, finalmente compio un riporto: “Sto facendo della mia vita un videoclip, un gioco a premi in prima serata…” – una ruota della fortuna, che è l’umana esistenza, no? Ruota e non aratro tracciante in quanto il cosmo, spazio-tempo intendo, è curvo, non lineare; per andare da qui a lì, zompettando da una geodetica all’altra. Il che è un dato assodato, e poi ci penserà qualcun altro a dissodarlo. La scienza non è tale se non è falsificabile. Ulteriore, microscopico e assurdo refuso balza all’occhio a pagina 87, poco prima della parola “FIN” (posta al centro).
A pagina 93 de L’opera struggente di un formidabile genio si parla strambamente di un’“iguana”.
A pagina 115: “… il lettore dovrebbe mandare al diavolo noi.” – ma potrebbe consigliare di sedersi, aspettare il servizio a tavola, ché la vita è un perenne pasto da ordinare su uno schermo elettronico, a meno che qualcuno che necessita dei tuoi soldi o anima non si presenti personalmente a ricevere le tue ordinazioni.
Vorrei discorrere sullo strambo e a commovente rapporto che lega i due fratelli, che mi pare l’aspetto più bello e commovente del… stavo a dire del lungometraggio… del lungo romanzo. Sento che non m’è concesso di farlo, ché in tal modo negherei al lettore lo ius primae noctis con i due protagonisti. Ogni lettura è un atto coniugale da consumare prima che si raffreddi.
“E la ragione per cui mi stai raccontando tutto ciò?” – l’unica risposta che mi sorge in mente è quella a me elargita: “Non so…” – e questo mi casca in testa a pagina 166.
“Io racconto, e un secondo dopo tutto è sparito.” – in fondo alla pagina 182 de L’opera struggente di un formidabile genio c’è la mia nota beffarda: reality show, genere filmico che conosco bene, anche se non lo pratico da decenni, dai tempi classici del bel Taricone, per intenderci. Ora i reality sono interpretati da personaggi famosi (o tali un tempo, o che stanno per diventarlo, o ridiventarlo grazie a questa messa in onda delle loro prodezze, chiamiamole così); eppure qualcosa è andato storto; sono sinceri o no?
Si disse a suo tempo che uno o due degli abitanti di quel condominio fossero dei rompiballe prezzolati, con lo scopo di catalizzare e deformare in nome del l’audience le singole storie di ciascuno.
M’astengo da ulteriori commenti; no, non ce la faccio e dico la mia: anche questi che sanno a cosa vanno incontro, un rinnovo della loro pregressa notorietà, non sempre reggono la parte: ex-agerano, escono dagli argini, e a fatica rientrano, non sempre e mai del tutto. È quel che capita a te, io narrante e peregrinante, in perenne bilico fra sincerità menzognera e falsità cristallina.
A pagina 183: “… più si sanguina, più si dà…” – questo è il burden dello scrittore, come suggeriva Ernest Hemingway: sedersi, foglio e biro in mano, e iniziare il versamento ematico. La lettura è un’attenta autoanalisi bio-umorale.
“Sono nato in una città e in una famiglia, e questa città e questa famiglia mi sono capitate.” – è il destino di ognuno, o no? Non tutti sentono il bisogno di giustificarsi, di discolparsi, di accusare… Ogni romanzo è un processo, dove l’assassino non si ricorda più se ha compiuto un reato e quale esso sia stato. O se a commetterlo è stato un avatar.
Le verità: “Non le possiedo. Sono di tutti. In condivisione” – tremenda ‘sta pagina, suggerisco di saltarla e di leggerla semmai alla fine, quando gli anticorpi sono organizzati e pronti a per-donare la loro morte in nome della tua speranza di vita.
A pagina 201 ho segnato una linea verticale che la comprende per intero: è essenziale da (non) leggere!
Quella che segue così la sintetizzo: “e tuttavia io sono il prodotto del mio ambiente, e perciò rappresentativo, e in quanto tale devo pertanto essere esibito, in quanto parabola ispiratrice ma anche ammonitrice.” – etimo da monere, avvisare.
Segnalo il termine “falafel” a pagina 209 de L’opera struggente di un formidabile genio. E una metafora poco illuminante tre pagine dopo: “… ogni compromesso è un’autostrada a cinque corsie che ci attraversa l’anima…” – fatico a capire, ma il senso è forse questo: siamo noi a percorrere questa strada, o è lei che ci compenetra? È sempre il Tao, il cammino che ci conduce lassù, o laggiù. È lei, l’iguana, il miraggio, la macchina che ci precede e che non ci decidiamo a superare, perché ne idealizziamo le terga e la targa.
“Ma certo la gente è scema.” – ed è questo il male, accettare la definizione che ci è data, perché la gente non siamo un astratto noi: singolarmente, sono io, sei tu, è il tale professore emerito e ognuno dei suoi seguaci; il che vale per chi è posto in tal momento in alto, e che tratta colui che gli sta sotto quale pecora da condurre al pascolo, non per elargirgli dell’erba, o dell’aria buona, bensì per poterla tosare e deprivare dei suoi liquidi ricchi di lattosio. Una spiegazione che ci dà il Potere è che, qualora non ci fossi io a farlo, voi vi scordereste d’assaporare i cannoli siculi, che come si sa necessitano di ricotta pecorina sarda a chilometri zero!
Ogni volta tu parli “con voce calma e suadente, come se stessi leggendo Chaucer all’università degli anziani…” – ma la tua fortuna è che calmo non lo sei affatto e che tratti con violenza verbale il tuo più giovane fratello, che è, grazie a te, più maturo di te, mentre tu non lo sei affatto, a causa di quel tuo disgraziato fratello maggiore, che brilla per la sua assenza, o perché tua sorella è impegnata in altri casini, e non è colpa sua, ché anche lei, dà ogni volta il suo contributo, quando serve.

“Cerco vari modi per tentare di conservare calore…” – per evitare quella gelida entropia che ti tramuta dapprima in un semifreddo, poi in un ghiacciolo al pistacchio, quando ti va bene… Il Kósmos, poveretto anche lui, è quel portentoso caldofreddo che Tonino mi fece assaggiare a San Vito Lo Capo; oppure quella focaccia bollente con la granita al gusto di gelsomino, no, non dico gelso nero, dico gelsomino!, quella di gelso nero è fantastica, ma quella di gelsomino di più, e solo a Trapani l’ho assaggiata!
L’ordine è colmo di disordine. Come una coppia è fatta di due torri gemelle che non sanno di esserlo. Iguana mia! Torna a casa tua!
“Aveva una scrittura talmente bella mio padre…” – anche il mio, sai, una calligrafia da vero studioso. Chissà se ogni tanto si vedono, colà, nel caso papà mio insegnerà al tuo a giocare a bocce e a boccette, mentre il tuo gli insegnerà a usare il frisbee.
Sempre che tu abbia avuto il tempo di insegnarglielo.
Non dico nient’altro a proposito di ‘sto frisbeeiano capitolo. È da leggere, con tutte le sue divagazioni improvvise e salvifiche, che sono quelle che danno un senso a tutto il libro e che lo tramutano, dopo l’ennesima virgolettata, l’ultima aerea virata, ne L’opera struggente di un formidabile genio, che di fatto è…
Non ho davvero capito che cosa! Mi perdoni, mio genio? Alle prossime tue due opere, nel caso!
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio, Mondadori, 2001

