“Cuba Libre” di Elmore Leonard: un romanzo da leggere in un rifugio antiaereo?

La domanda più sciocca e inquietante che mi pongo allorché mi mancano all’incirca una cinquantina di pagine per finire Cuba Libre di Elmore Leonard è: trattasi di un libro brutto o bello? In genere fatico a rispondere a tale vana domanda.

Cuba Libre di Elmore Leonard
Cuba Libre di Elmore Leonard

Brutto deriva dal latino brutus, sgradevole.

Bello deriva da bellus, che è un diminutivo di bonus, buono. Bello vuol dire buonino da vedere, da assaggiare. Ogni scarrafone è bello a mamma soja. Non solo lo scarafaggio, anche la mantide religiosa, che, per poter figliare l’amata prole, piamente sacrifica il donatore del seme, il maritino, slurpandoselo con devota passione, il quale maritozzo non credo sia completamente d’accordo, ma almeno una volta nella vita (che poi sarà l’ultima) deve subire la volontà della Storia genetica. La Storia è maestra di vita, si dice: ed è, in pratica, la nostra famelica Genitrice. E noi siamo degli autentici figli di… no… non lo dico.

La protagonista de Cuba Libre, storia narrata da Elmore Leonard, tale Amelia, si comporta più o meno come una meretrice, cercando d’ottenere del denaro dal suo amante riccone, che più orridamente fine e imperturbabile non può essere: uno che pare non emozionarsi mai, ma che cerca ogni volta di scegliere la cosa che meglio gli si adatta al momento, Enten/Eller, nel senso di o dentro o fuori. Per riavere la sua concubina è disposto a fare una donazione a fondo perduto. Che forse non gli servirà a nulla. Fra mezzo centinaio di pagine lo scoprirò. Sempre che un drone di origine ambigua non caschi sulla mia testolina innocente e dai radi capelli, ormai. Speròm ed no!

Caro il mio Elmore, se può parere che la mia esegesi sia leggermente confusa, invito l’eventuale lettore del tuo lettore a commentare da sé il tuo Cuba libre, dicendo sia a te che a me che ne pensa.

A furia di sparare sciocchezze sono giunto a uno straccio di definizione: il presente romanzo, né brutto né bello, è bellico. E anche qui si scatena il conflitto. C’è chi fa risalire l’etimo della parola a bèllua, belva feroce. Altri, meno fantasiosi, indicano che la madre di bèllum è il duèllum, dvèllum, dbèllum, bèllum. Questa è l’escalation del conflitto etimologico. Duello pare che derivi da dúo, due. Mentre altri combattono tale tesi, facendo risalire l’origine del termine dal greco dàiô, incendio. Il bello e il brutto dell’etimologia è che, se da una parte non ti fa mancare niente, dall’altra ti riempie la testa di troppe ipotesi, alcune delle quali gratuite. Se giudichiamo bella la nostra Italia si pensi per una miriade di attimi quanti uomini sono rimasti bell(ic)amente uccisi durante il Risorgimento. Si legga, a proposito, Napoli sfregiata di Luigi Iroso. E per avere un’idea del crollo delle illusioni successivo all’Unità d’Italia consiglio la lettura de Lo sgoverno d’Italia, del medesimo autore.

Fino a pochi attimi fa ero in una sala buia, che è la location preferita per scrivere le mie idiozie, con etimo da ídios, particolare, colui che vive nel suo privus, nel suo essere singolare, il suo cercare di non fraternizzare se con degli altri idioti, altri privati uomini, e non con la politikè, la pòlis, se non quando gli tocca di andar a votare i propri cosiddetti rappresentanti o di scendere in piazza sbraitando contro il potere.

Il furto è l’anima del commercio – era il titolo di un celebre film del ‘71 di Bruno Corbucci. Si vis pacem para bellum è un detto latino, ispirato da un saggio di Vegezio. Vegezio, chi era costui? – una frase simile la disse don Abbondio in un celebre passo de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Ora, se ho finito le citazioni, provo a spiegare i fatti principali.

I più simpatici dei personaggi del tuo romanzo, Elmore, sono ladri e truffatori. Lo è anche il più antipatico in assoluto. Gran parte degli altri sono guerrafondai e assassini. Per sommi capi, questa è la descrizione dei Sommi Capi del pianetino in cui vivacchiamo. Ve ne sono due o tre che, più di tutti, in questi torbidi anni, sono saliti agli onori delle cronache come i più puzzolenti. Da sempre si stermina il prossimo per appropriarsi delle sue risorse. O perché ci hanno spiegato che dobbiamo andare ad ammazzarlo se vogliamo che le persone a noi care usufruiscano delle risorse che, se rimanessero di proprietà altrui, sarebbero sprecate. Chi crede, annuendo, in tali verità e poi viene ucciso, diventa automaticamente un eroe della fazione che lo sosteneva, che ne osservava i comportamenti con occhi ammirati. Non credo che esista una specie animale in cui al gregge viene richiesto di annuire col capo ai capi. Se due lupi si affrontano per dominare un branco, quello che rimane sconfitto offre la propria gola alle zanne del vincitore. Il quale poi finge di morderlo, ma infine lo grazia. A tale grado di civiltà l’homo sapiens stultus non è mai arrivato. Dubito che ci riuscirà almeno per qualche millennio. Ci vuole pazienza con ‘sta scimmia nevrotica. La genetica è la genetica. La Storia è la Storia. Amen.

Ho accuratamente segnato tutte le descrizioni di omicidi e di eccidi, ma non credo che me ne servirò se non in casi particolari.

Confesso che io credo nella bontà d’animo di Tex Willer come altri confidano nel Redentore. In un migliaio di fumetti egli e i suoi pard hanno ucciso una miriade e mezza di cattivi. In Tex Willer – Analisi semiseria del più popolare fumetto italiano, Rudi Bargione ed Ercole Lucotti hanno quantificato il numero di nemici fatti fuori dai nostri eroi: per quanto riguarda Tex, sono 1232; i suoi tre pard, insieme, ne hanno spacciati altri 705, totale: 1937 nei primi 200 numeri, quasi dieci a numero. E senza contare le centinaia e centinaia di picchiati a sangue e lacero-contusi! È più o meno allucinante… Un lettore fedele come il sottoscritto continua a leggerne le gesta e a dirsi: era un fatto inevitabile eliminarli. Il nostro eroe, anche qualora estragga la pistola dopo l’avversario, lo colpisce prima che egli possa sparargli. La vita è la vita. Tex è immortale. Cominciai a leggerlo tardi, quand’ero alle medie.

Ben Tyler aveva imprestato dei soldi a delle persone e non riusciva a riaverli indietro. E cosa decise di fare? Assaliva la banca dove quelli avevano depositato i loro denari. Una frase che ripeteva era: “Rapinare una banca è veramente facile.” – basta volerlo. Se l’amico Charlie Burke gli diceva che non avrebbe dovuto farlo, quello rispondeva: “Grazie per avermelo detto”.

Arbitrariamente, estraggo da pagina 89: “Ecco l’idea, metterci dentro un po’ di emozioni, ma non in modo che il lettore provasse compassione per Teo, uno spagnolo.” – e lo pensa uno dei personaggi, non tu, Elmore. Secondo me, tu punti proprio a questo: far provare com-passione a chi legge la storia di questi disgraziati a qualunque fazione essi appartengano. E se “il prigioniero grida: ‘Viva Cuba Libre!’” – significa che poco dopo egli non potrà più far alcunché. Ed è spesso il destino di chi va a combattere. I casi sono due: o potrà continuare a farlo oppure la sua amena storia si conclude lì. La pace non è contemplata nel ragionamento. Qualora accada, oh, un incidente di percorso può sempre succedere.

La citata Amelia narra che la “domestica” di casa sua: “La sera, per farmi addormentare, mi raccontava storie sugli anarchici…” – e poi creava una classifica di “criminali” – i peggiori dei quali “erano quelli della Guardia Civil.” – e il perché lo si legge a pagina 124 de Cuba Libre, stando comodamente seduti sul sofà.

A pagina 137 colgo ‘sto fiore succoso: “… e mentre la gente stava guardando lo spettacolo hanno sparato nel mucchio, uccidendo decine di uomini, donne e bambini.” – e vien qui da dire che l’orrore non è tanto odierno quanto geneticamente datato. Poco o nulla è cambiato nell’anima umana: “… metà dei Volontari continuarono a puntare i Mauser su di loro, mentre gli altri tirarono fuori i machete e li fecero a pezzi, nonostante fossero disarmati…” – di tutto, tranne della loro anima, che non riesce più né a offendere né a difendersi. Una domanda cretina (il cui etimo è terribilmente religioso): ce pauvre Christ dove s’è andato a ficcare in questi duemila anni?

Boudreaux – il cattivo dei cattivi – uomo ricco anziché no, che riesce a dire: “Credo che sbarcheranno vicino all’Avana. Spero abbastanza da potermi godere lo spettacolo, da poter vedere le cannonate con un buon sigaro e un bicchiere di rosso della casa. Ti manderò un telegramma non appena si potrà tornare senza rischi.” – è uno dei tanti amorosi coglioni che hanno ciascuno la loro passione. La sua principale, ma non la sola, è quella traditrice di Amelia…

Ogni tanto devo alzarmi dal sofà e intridere uno straccetto d’acqua ossigenata per sterilizzare le ferite per lo più mortali, che stanno lordando ogni paginetta. Un “cowboy” di nome Fuentes – un vero dritto – dà un consiglio alla ragazza, ricordandole: “… i due innocenti uccisi da Tavalera. Ricordati di quei due se vuoi smettere di tremare. Usa quello che hai visto per trovare la tua rabbia dentro, così non avrai paura. Se vuoi far parte di questa guerra, adesso devi venire con noi.” – e se tu, me stesso, vuoi far parte di quella pace, continua a leggere ‘sto bel tomino intriso di sangue e poi scegli con cura chi merita di rappresentarti (il meno delinquente).

Questo pare anche un pensiero di Tex, ché solo in tal modo è arrivato all’albo numero 779: “Quando hai la possibilità di uccidere uno della Guardia, non fermarti a pensare, spara. Tira fuori la pistola, ragazzina, o te ne torni a casa.” – sì, e se torni, non so se ci sarò io ad attenderti. Non sarebbe, la nostra, una vita affascinante, però… vedi tu, Amelia. Mai ti offrirò questo: “… il cubano, in abito scuro e cappello alzò il revolver e gli sparò dritto al cuore.” – ma questo: siediti accanto a me e, come prima cosa, parliamo, spariamo… sciocchezze… e poi si vedrà. Sto pensando a quei “pacificos, cioè contadini che cercavano di essere neutrali, ma ciò era impossibile a Cuba.” – la mia ipotesi è che quell’isola ha sempre attirato tanti avventurieri proprio perché, essendo separata dalla terraferma, quello che in essa capita, rimarrà lì per sempre. Dice Amelia: “Oggi ho ucciso un uomo.”e Fuentes le dice: “E sei stata molto brava.” – bene, brava, sette più!

Pagina 198 è zeppa di orrore. La guerra è un patto d‘acciaio fra ricchi e poveri: “Gli uomini di Islero sembravano tutti dei mendicanti, alcuni non avevamo nemmeno le scarpe o i sandali, anche se erano armati fino ai denti e non gli mancava mai un machete.” – sponsorizzati in modo corretto.

Così tu, mio autore, definisci il ricco e opimo Boudreaux: “Il compiaciuto figlio di puttana. Il compiaciuto figlio di puttana dai capelli a onda.” – e mi ricorda qualcuno! Così cinico, così tronfio! Coi capelli così ondeggianti!

L’eroico Ben sta ormai crescendo:Aveva ucciso quattro uomini, no, cinque, ma non aveva mai detto ‘Ti amo’ a una ragazza o a nessun altro.” – io zero morti ma qualche raro ti amo m’è scappato.

Altra strage a pagina 248: “… uccisi sul colpo, mutilati o fatti a pezzi dall’esplosione, gli altri, oltre settanta, erano a terra urlanti, quelli che Talavera poteva sentire, senza braccia e gambe, alcuni già…”: andati. Dove? E chi lo sa? Esiste un “San Lázaro” per tali poltiglie umane?

Elmore Leonard citazioni Cuba Libre
Elmore Leonard citazioni Cuba Libre

Lo sai, Elmore Leonard, che anche a Reggio il “lebbrosario” era dedicato a San Lazzaro. Poi diventò un manicomio. Ora è una sede universitaria. Un bel progresso, eh?

A quel Boudreaux – che sempre più somiglia a quel Tronfio Tale – dicono delle cose cattive e poi gli rivolgono una domanda: “Credo invece che lei li conosca bene, ma che non le importi niente di chi vincerà. Non è vero?” – e quel dritto maldito di “Boudreaux rimase zitto.” – ma poi, sollecitato in modo aspro, dice: “Certo che mi interessa. Voglio che vinciamo noi.” – plurale maiestatico! La querelle si accende, ma poi quel porco orwelliano spara la sua tipica bordata di amena furbizia: “… perché non torniamo all’Avana e aspettiamo che le acque si calmino?” – sì, che tutto vada bene per tutti, è impossibile.

Quel Tyler ha però i suoi sogni: “… credo che Amelia potrebbe rapinare banche e vivere bene.” – una vita da borghesuccia! Lui e lei, i nostri improvvisati eroi, sono colti da un attacco non di dissenteria ma di passione amorosa, a pagina 302. Questo mi fa venir in mente un detto reggiano, che non traduco per discrezione: l amòur e al caghèt chi a‘n la prōva a ‘n la crèd!

Com’è cinematografico il tuo romanzo, Elmore… Ne ho la prova provata a pagina 317.

Dopo una battaglietta che dura “dalle undici della mattina a metà pomeriggio, quando li misero finalmente in fuga e fecero saltare il pozzo” – bum! – dopo quel cruento capitoletto, il Ventisei, si conclude o, meglio, prende una pausa la sanguinosa epopea cubana. Ma tornerà, sì, tornerà…

Elmore Leonard. Ho visto il tuo viso su linea. Sembri una gran brava persona. Non so se leggerò a breve un altro tuo romanzo, ché questo mi ha quasi dissanguato, caro fittizio Lupo de Lupis.

Sai cos’ho scritto alla mia amica poetessa Filomena Gagliardi? Questo: Per me la scrittura è un conflitto che aspira alla pace… La lettura è come un bombardamento che si patisce all’interno di un rifugio condominiale. Prova a rileggere il suo Cuba Libre e poi mi dici. Alla prossima!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Elmore Leonard, Cuba Libre, Il Saggiatore, 2004

 

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