“Origini” di Amin Maalouf: scrivere è evadere?
Pur talvolta dubbi, i ricordi sono la cosa più certa che c’è. Da qui sorge la necessità di una loro ri-lettura e ri-scrittura.

Questa è l’origine di Origini di Amin Maalouf. Lego, scribo, existo. Existo, scribo, lego. Non c’è (forse) di meglio da fare: infinite volte. Finché si legge e si scrive, si esiste.
L’uomo tende ogni volta a ex-agerare. È legato, intrecciato, avvischiato alla carta che compone i libri. Sto dicendo di me. Altri prediligono i testi elettronici, oppure gli audiolibri. L’amico Antonio non esce mai di casa senza un’agenda, su cui appunta le note con cui dovrà rapportarsi nella sua quotidianità. Anche questa è la scrittura. Altri si affidono a un’app del cellulare: anche in tal caso si può redigere un testo. Non dubito che sia ipotizzabile una futura tecnologia grazie a cui sarà sufficiente fissare mentalmente un appunto. Nell’attesa continuerò a leggere. L’uomo non è ancora multitasking. Scrivendo, egli fatica persino a ipotizzare di leggere (e viceversa). Di doman non c’è certezza. Né di ieri. Di oggi si può (provare a) scrivere delle note. Scrivere è cercare di scrivere. E ci si riesce (a fatica). Leggere è più immediato (non sempre). Prova ad assimilare La società dello spettacolo di Guy Debord, di mattina. Poi, verso sera, inizia ad abbordare Diario di un pazzo di Lu Xun: due esperienze atrocemente difformi.
Questo testo inizia così: “Qualcun altro avrebbe parlato di ‘radici’… Non fa parte del mio vocabolario… – per cui, in giornata, prelevo dal garage Radici di Alex Haley, con l’intenzione di leggerlo presto, appena mi riprendo da Origini. Le radici fissano la pianta, incatenandola. Le origini sono un quid che esiste nel ricordo: per cui vanno ricercate. Dopodiché ti ri-fisseranno al suolo. Non muta l’esito, che si rinnova. La parola serve a fissare il concetto: a volte va cercata, a volte è lì, ai tuoi piedi, che ti fissa, quasi fosse un cagnetto che attende che il padrone si ricordi d’accompagnarlo a perlustrare il territorio, e a fare pipi.
“Gli avi sono i nostri figli, e attraverso un buco del muro li guardiamo giocare nella loro camera, mentre non possono vederci…” – però possono sorgere dei dubbi. Similmente, nonna Linda chiedeva a papà se i tipi che apparivano nel teleschermo potessero a loro volta spiarci.
Amin è uno scrittore e giornalista libanese, uno che ama studiare le carte per capire le persone.
“Siccome la lettera era datata 11 ottobre, si può ragionevolmente supporre che il figlio ribelle fosse partito dal villaggio poco prima l’inizio dell’anno scolastico…” – le fonti storiche ci dissetano e ci si augura che l’acqua non sia infettata da microrganismi che potrebbero albergare dentro di noi.
“Quanti poemi, quanti racconti, veridici o immaginari, sono finiti in polvere per il fatto di non essere stati messi per iscritto…” – per caso (o per necessità), “Botros”, il nonno dell’autore, era un prolifico scrittore di poesie e di lettere, i cui testi si agiteranno nella memoria del nipote ricercatore (e di chi saprà rinnovarne la lettura).
“Se il mio zio Gebrayel avesse seguito la medesima strada di mio nonno…” – se si fosse fermato a scrivere anziché a compiere altre imprese – “… non sarebbe emigrato, e la pagina cubana della nostra storia di famiglia non sarebbe stata scritta.” – da Botros, per esempio: e trascritta, tradotta (tradita?), ora da te, Amin, che talvolta temi “che i materiali siano stati smarriti prima di arrivare fino a me.” – chiamala, se ti va, entropia, che, se non ci fosse, non ti costringerebbe a scrivere. Essa svolge la funzione di farti agire. Se tutto fosse lampante mancherebbe lo stimolo a descrivere quello che sarebbe perciò noioso. Oggi è giovedì. Tutti lo sanno. Ma domani avrà senso scrivere: ieri era giovedì (oggi non più). Tempus fugit… e i cocci sono suoi. Nel raccoglierli, ri-diventano nostri.
“Dovevo ritrovare le sue carte segrete per scoprire che, in gioventù, aveva avuto ben altre aspirazioni.” – conferendo il senso al tuo conato descrittivo. È ciò che manca che stimola la ricerca. Allorché è rinvenuto, si dice: Ah! Ora finalmente capisco! Quante volte t’è capitato, eh?
Esplorazioni, Longitudini, Luci, Lotte, Dimore, Rotture, Impasse, Epilogo, Note e ringraziamenti: sono le sezioni del tuo romanzo familiare.
A esse il traduttore Egi Volterrani aggiungerà una Postfazione. Le prime otto sezioni sono divise in capitoli (ma non l’ultima). In esse tu effettui disamine, confronti, riporti testi di lettere, di poesie: di monumenti, il cui etimo è monēre, ricordare.
Ora risplende una tua allegoria: “Immagino le loro facce rischiarate da qualche lampada tremolante, e tutt’attorno la sonnacchiosa città ottomana.” – il luogo dove si compie la commedia. Ma a volte è il turno del dramma e della tragedia: ogni cosa si verifica nel suo tempo finalmente determinato.
Apprezzo il pensiero (attualissimo) che colgo a pagina 168 de Origini: “il nazionalismo era esattamente il contrario del patriottismo. I patrioti sognavano un impero dove avrebbero potuto coesistere…” – uomini diversamente originati, ma simili ovunque. Sogno una patria, non una nazione. Siamo o no figli della medesima coppia di animali? La nostra madre-patria è l’umana. Se poi ci si vuol allargare alle altre specie, va bene. Ma il discorso si fa insidioso. Per cui taccio.
Che mondo assurdo è quello in cui viviamo e in cui siamo così ferocemente affamati?!
Della mia nonna materna… – questa diversamente conosciuta – “… rimane il ricordo incerto di averla vista una volta…” – io ho conosciuto quell’ava, Linda, per dieci anni. Era sempre seria.
“… gli esseri umani erano fondamentalmente identici…”: il popolo più eletto della storia biologica.
“… scorrendo i quaderni lasciati da mio nonno, ho finito per imbattermi in alcuni passaggi rivelatori…” – hai tolto loro il velo e l’hai deposto nell’alveo del romanzo.
Talvolta lasci le tue tesi a mezz’aria, a volte rinnegandole con antitesi, producendo alcune sintesi. Questa è la vita. La tua azione è meritoria. Sei un uomo onesto. Uno studioso non dona certezze, si limita a verificare: quel che esce esce. Il resto è invenzione. Qualcosa avrai pur creato di sana pianta, inconsciamente. È legittimo, la scrittura è anche questo: fiction. L’attestazione di verità ha una percentuale di falsità. Similmente, nella peggior carogna umana si rilevano tracce d’oro, di platino e di stronzio. Anche in me, in te e in chi mi sta ora leggendo.
“Se si privilegia troppo il momento vissuto, ci si lascia assediare da un oceano di morte. Al contrario, rianimando il tempo trascorso, si allarga lo spazio di vita.” – dalla rinuncia si acquisisce il valore della ricchezza. Tutto quello che tuo nonno ti donò scrivendo, tu lo ricrei ri-vivendolo. E io ri-leggendolo. Rinunci a te, ri-esistendo in lui. È uno scambio di informazioni. È la scrittura che, ri-scrivendosi, ri-crea la vita. Che è sempre la medesima, magica illusione.
Accade ora un miracolo: “Con un solo colpo d’acchio, si poteva cogliere tutta la tragedia della nostra famiglia cubana.” – che tu sai re-interpretare e donare ai noi attoniti spettatori. E la vita ri-è!
“Eppure. Eppure ho attraversato mezzo mondo per venire a contemplare questa tomba!” – che ti affida uno degli horcrux di quell’uomo che fu e che torna a essere tra noi, grazie al tuo attuale viaggio. E ora grazie al mio. È un passaggio di testimone fra staffette. La direzione è la medesina.
“Dunque mi chiudo in camera per tutta la giornata in modo da immergermi di nuovo nelle carte che ho portato con me.” – io rimango silenzioso, alle tue spalle, e attendo l’esito della tua ricerca.
Poi, come capita talvolta, accade “L’oblio, soltanto l’oblio” – per cui “anche Cuba scompare”.
Oggi “quei mucchi di carta sono emozionanti come rovine antiche…” – similmente, nell’antica Elea, m’immagino d’ascoltare quel noto filosofo che, camminando insieme a me, m’insegna a capire. Anche tu, mentre ti sposti nei vari continenti, senti la presenza dell’Altro. Con quel che resta del suo respiro, e delle sue tracce scritte, tenti finalmente di ri-comporne il ritratto.
“L’anima della leggenda non ha mentito, e la tragedia è là, e culmina – come spesso accade ‒ in un sacrificio tragico.” – che è l’evento che accomuna noi viventi: più o meno doloroso e fatale.

“Negli ultimi tempi, stimolati entrambi dalla comodità della posta elettronica, ci scrivevamo spesso lunghe lettere. Io in francese e lei in inglese…” – altro miracolo della cultura. A volte si nasce parlando una lingua, poi si cambia luogo a due anni, o a sei, o a otto. E si scordano quasi del tutto i pregressi idiomi. Dacia Maraini a due anni parlottava in nipponico. Ora in italiano. La lingua è un abito, che serve a coprire i pensieri… e nulla più? Non sono riuscito a evitare il punto di domanda.
Volo ora a pagina 473 de Origini: “Posseggo tutti i suoi archivi, dei quali non intendo fare uso, perché questa è la storia dedicata a Botros e a quelli della sua generazione, e gli altri membri della famiglia c’entrano solo marginalmente.” – ma quante vite dovrò consumare per vivere ogni altrui esistenza?
Fine del libro (si fa per dire): “Scritto a Parigi, Beirut, L’Avana e Ker Mercier tra il settembre del 2000 e il dicembre del 2003” – senza punto finale. Infatti, continui nella pagina a fianco, di cui confesso un mio disguido: leggo la frase in fondo, convinto che sia un’affermazione; girando la parte m’imbatto in un punto interrogativo. Uno dei tanti tuoi. Per cui rimango così: né bene né male. Poi citi le tue fonti principali. I tuoi predecessori hanno scritto davvero tanto. Non so se augurarmi che le loro opere siano tradotte nella mia lingua. Qualora succedesse, ne riparleremmo…
Nella Postfazione, tu, Egi (da Egisto?), riporti una cosa che è incredibilmente significativa, quasi madornale, nel senso etimologico di matronale, materno, onnicomprensivo. Parli del “vivo ritratto che l’Autore fa di se stesso, scoprendo emozione e lacrime, fierezza e amore profondo e riconoscente per il processo intricato che ha formato la sua identità molteplice, cosmopolita e iper sensibile: come può essere quello che soltanto nella diaspora – e proprio nell’opposto di ogni nazionalismo – ritrova i valori fondamentali dei legami del sangue…” – dopodiché prevedi l’ovvio: anche “il lettore” è destinato a entrare in quella formidabile famiglia di letterati.
Similmente, mi trovai compagno di lager di Primo Levi in Se questo è un uomo, o di Franz Kafka di Nella colonia penale, o di Felix Milani in Il forzato e di Henri Charrière in Papillon.
In ognuno di noi alberga un Conte di Montecristo. Ne convieni, Alexandre (papà Dumas)?
Se ogni vita è una costrizione, deve permanere nell’anima il sogno dell’evasione: per poi tentare di narrarla.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Amin Maalouf, Origini, La nave di Teseo, 2016
