“La lunga ritirata” di Boris Kagarlickij: alcuni salvifici incidenti?
Il 19 febbraio 2025 presso la Biblioteca Rosta Nuova di Reggio Emilia ho assistito a un incontro con Yurii Colombo, curatore dei libri di Boris Kagarlickij, tra cui “La lunga ritirata”, in dialogo col sociologo Algo Ferrari.

La discussione su “La lunga ritirata” s’è subito animata grazie ad alcuni vivaci, seppur civili, interventi, in cui si sono state prese in esame varie questioni politiche. Di Yurii, figlio di una russa e di un italiano, ho letto il saggio URSS, un’ambigua utopia – Cause e conseguenze del crollo dell’impero sovietico (Massari Editore, 2021), opera che m’ha permesso di avvicinarmi ad alcune questioni politiche che normalmente sfuggono a chi vive dall’altra parte di quella cortina che, contrariamente a quanto ci si auspicava qualche decennio fa, si sta sempre di più infittendo.
La Russia non può essere considerato uno stato come tanti altri, anche per la sua estensione geografica. Come gli Stati Uniti, la Cina e l’India, è da considerarsi un continente, termine che fa riferimento al verbo latino continere: tenere insieme delle parti che hanno motivi analoghi ma non omogenei, eterogenei ma non opposti. Questo lo dico io che sono italiano e che, tra i connazionali, può elencare etnie diverse, fra cui, per citarne alcune: aostani, friulani, campani, pugliesi, siciliani, pisani, livornesi, reggiani, parmigiani, correggesi, carpigiani. È ovvio che nella frase ho inserito delle freddure (in arşân ‘s dîş masêdi, ammazzate. Si sappia però che, nel giorno di Sant’Andrea, ad Atrani pregano che tempesti nella limitrofa (distante alcune centinaia di metri) Amalfi, di cui quell’Apostolo è il Patrono. La differenza e la similitudine, non tanto fisica quanto culturale, sono due aspetti ricorrenti nelle comunità umane.
Una volta sentii qualcuno accennare al Continente Henri Michaux: lo scrittore, poeta e pittore, autore di Altrove, e che fu definito psichedelico. Se ognuno di noi si considera un ricercatore di un Altrove, significa che in alcun luogo si senta a casa sua. A me intrigherebbe, e chissà quanto inquieterebbe, l’idea di passare alcune ore o un annetto presso i pigmei baka, che vivono in comunità del tutto diverse dalle nostre, in cui… ma non vorrei perdermi, come spesso mi capita, anche perché pare che, per quei negletti umani, non vi sia mai stato il riconoscimento di un diritto territoriale. Quelli si limitavano a convivere paciosamente. Se qualcuno gli avesse spiegato che l’uomo, Altrove, si faceva la guerra, quelli probabilmente gli avrebbero chiesto: Perché? Ho usato il verbo al passato in quanto, oggi gran parte della loro terra ancestrale è utilizzata come parco naturale o come safari di caccia, meta di chissà quanti Francis Macomber provenienti dall’intero pianeta. L’uomo è un animale culturale e imperiale, per cui tutto scorre, in primo luogo i confini patrii.
Joseph Conrad è uno scrittore polacco naturalizzato britannico, nato a Berdyčiv, città allora polacca, oggi ucraina, qualche decennio fa dell’URSS, qualche decennio prima della Russia Zarista (dalla fine del secolo XVIII). Scordavo di dire che, prima del 1430, essa apparteneva a un duca lituano, che in quella data ne cedette i diritti a non so chi. Ma per quanti fossero interessati alla questione, su linea è disponibile l’elenco di conflitti che ne caratterizzarono la storia. Andiamo oltre. La Storia è bella quando è corta, e se è altrui.
Qual è stata la mia prima reazione ai libri di Yurii e di Boris? Andare nell’ufficio postale più vicino e chiedere un nuovo passaporto, che quello che ho, mai utilizzato, è scaduto negli anni ‘90. In quegli anni avevo accarezzato l’idea di partire in vaporetto con l’amico Tonino dalla sua Tcrapani, direzione Tunisi. Poi qualcosa andò storto e fece rimandare il viaggio. Ma la costa africana è ancora là, come anche la steppa russa. Ma qualcosa sta andando orridamente a livello planetario…
Nella Prefazione de “La lunga ritirata” leggo: “Nel corso della sua lunga ritirata, essa ha cercato di abbandonare una sgradevole realtà, sta cercando di adattarsi al…” – tralascio di dire a che cosa, essendo più importante la definizione di quel pronome: essa. Trattasi della “sinistra”, questa ormai sconosciuta.
Il saggio “La lunga ritirata” di Boris è diviso in varie parti. Nella Parte I è esaminato Il socialismo come problema.
Ogni problema conduce, se non alla soluzione, almeno alla ricerca della stessa. Scrisse Karl Kautsky: “… Non c’è socialismo senza democrazia…” – intesa nel senso moderno di libera espressione delle parti sociali. Quando e dove ognuno può dire la propria e tentare di farla approvare dalla maggioranza? Forse! Lenin scrisse a sua volta: “La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta.” – entrambe le teorie avevano la loro ragion d’essere (e d’essere convalidate o falsificate).
Scrisse ancora Karl: “La Repubblica Sovietica ha eliminato la burocrazia zarista, ma l’ha sostituita con una nuova burocrazia.” – il che mi fa pensare a quanto pensava della prima John S. Mill, in La libertà, quando, parlando dei burocrati russi, scrisse che erano in grado d’inquietare lo Zar.
A pagina 85 de “La lunga ritirata” leggo: “La relatività di ogni successo ottenuto non elimina la necessità di consolidarlo nelle istituzioni e nelle relazioni sociali.” – perché tutto scorra occorrono fluidi collegamenti fra i vari, essenziali, elementi.
Il saggio di Boris è così completo che ogni sinossi non può che risultare manchevole. A pagina 99 leggo l’espressione: “… gli anni della stagnazione di Brežnev…” – quasi fossero una specie di pausa bilanciata tra il tempo che fu e quello che sarà.
Il tuo libro, Boris, è tanto interessante quanto meritevole di un saggio altrettanto intricato. Il mio articoletto punta ad essere un conato di reazione letteraria. Non mi posso permettere né di approvare né di contraddire alcunché. Posso suggerirne la lettura a chiunque sia interessato non solo alla questione russa, ma al futuro del pianeta. Interessante è, per esempio, questa “transizione verso il capitalismo” – che, pare inevitabile, almeno per “i nuovo padroni” – la cui “età dell’oro era stata raggiunta una volta per tutte” – e non credo proprio che tu, Boris, possa non aver letto quel romanzo storico di Gore Vidal (L’età dell’oro, appunto), ambientato negli States tra l’inizio della Seconda guerra mondiale e il ‘54, anno della guerra coreana.
Leggo, a pagina 114 de “La lunga ritirata”: “Le riforme neoliberali in Russia hanno dato vita a un’élite che si aggrappa disperatamente al potere, ma che non ha bisogno del potere in quanto tale.” – un salvagente serve per principalmente per galleggiare, non per essere esibito e adorato.
Pagina 149: “Come scrisse Marx nel Capitale, tutta l’economia ha a che fare con l’economia del tempo…” – la frase è bella e se ne può discutere a lungo, ora pure quei pigmei estraniati dal loro eremo frondoso lo potrebbero (temo). La socialità moderna e civile ha i suoi piani a lungo termine, non solo quinquennali. Quel che conta oggi è la previsione del domani, realizzata tramite la disamina dello ieri.
Nel tempo attuale, noi “Non dobbiamo lavorare meno, ma lavorare in modo diverso, superando l’alienazione attraverso la combinazione di lavoro e di creatività.” e – poiché affermi che “La tecnologia moderna lo rende possibile.” – occorre aggiungere che serve la giusta dose di onestà intellettuale, per saper andare dove si deve andare. Sei d’accordo? Difficile che, al momento, tu possa rispondermi dal luogo in cui sei stato relegato dal potere che vige nel tuo paese!
Leggo su linea che nel 2024 sei stato condannato a cinque anni di reclusione per motivi collegati alla tua dissidenza. A pagina 156 leggo qualcosa che illumina e al contempo oscura il cammino della verità (credo che l’inconveniente sia inevitabile): “… non basta un semplice cambio di governo, ma è necessario un cambiamento sistemico del potere stesso. In altre parole, la rivoluzione…” – quella necessità che Lev Trockij definiva permanente. In altre parole, non sei uno che la mandi a dire, la tua franca opinione: tu la esprimi con la massima chiarezza. Per quanto le fonti che citi mi siano parse talvolta contorte, la tua successiva definizione non lo è stata mai. Anch’io, che poco seguo la sociologia e la politica, non stento a capirla: almeno lo spero!
Pagina 219: “Caratteristicamente, le guerre culturali non analizzano i problemi, tanto meno li risolvono, ma al massimo li denominano e li descrivono.” – se sono intesi come conflitti, essi possono addirittura servire ad uscirne (ci si augura vivi), in quanto venti forieri di energia dinamica, oppure di tempeste distruttive, a seconda del caso, quando mirano “a trasformare disaccordi personali secondari in grandi questioni politiche.” – This is the problem!
Mancano cento pagine al termine della lettura de “La lunga ritirata”. Sono giunto alle soglie della Parte V: Il crepuscolo della democrazia. – vedremo dove mi condurrai, amico prezioso (per capire tutti quei misteri!).
Tornando al pronome rinvenuto nella Prefazione (essa: la sinistra), a pagina 234 leggo: “Pertanto, un teorico socialista che non è disposto né preparato a essere allo stesso tempo un politico è un cattivo teorico.” – la politica, che secondo un detto delle mie parti, è una cattiva bestia, ché talvolta compie il male, può anche essere un buon animale, utile nei campi, in grado di donare affetto e cibo.
A pagina 250 si parla delle vicissitudini dell’“elettorato centrista” al sorgere della “crisi”: non si nutre più, decresce, s’esaurisce, “mentre in anni tranquilli” – mette su pancetta, s’adagia, a volte fischietta. Durante le crisi si siede a destra, dove il divano pare meno usurato (le metafore sono mie). C’è poi sinistra e sinistra, destra e destra, indubbiamente. Chi rimane al suo posto è “la macchina burocratica che mantiene in funzione le strutture politiche” – quella non l’ammazza (forse) nessuno. Inoltre: “Il capitalismo utilizza l’informazione come risorsa…” – che tende a scadere in “rumore” – specie nei cosiddetti social. In inglese rumour vale per chiacchiera, gossip. A volte la Storia è edificata su delle maldicenze, come insegna Luigi Iroso in Napoli sfregiata.
Leggo, a pagina 265: “… a differenza dei liberali che cercano di limitare il ruolo dello Stato, la sinistra…” – questa ormai sconosciuta – è volta a “… cambiare la natura dello Stato stesso” – in modo che pare in-naturale.
Il “… capitalismo non solo innesca meccanismi di autodistruzione…” – con fini catartici – “… ma paradossalmente mina anche la possibilità di una riflessione critica all’interno della cultura e della coscienza sociale dominante.” – en passant mi viene da dire che cunpâgn nel mio dialetto arşân significa, semplicemente, uguale (valendo anche per gli oggetti, non solo per le persone). Oggi compagno è solo il proprio con-fedele, che però si può chiamare anche con-nazionale, col-lega etc. L’etimo è colui con cui dividi fraternamente il pane. Non colui che si teme sia venuto, da chissà dove, a rubartelo. Un’azione del “capitalismo” è di troncare “una riflessione critica all’interno della cultura e della coscienza sociale dominante”. – ostacolando la vista di quello che vige dentro di me, storpiando la consapevolezza del mio sé. Potrebbe anche esserci un conflitto armonico, utile per effettuare nuove e diverse connessioni, entanglement, con l’Altro. Le questioni sociali “vengono assorbite da mercato e ne diventano parte.” – sopravvivendo una speranza: “Il sistema cambierà radicalmente solo quando le nuove istituzioni e regole cominceranno a funzionare, creando insieme una nuova logica di sviluppo.” – in cui tutto s’innesta con tutto, in infinite sinapsi.

Il titolo che colgo a pagina 282 de “La lunga ritirata”: Cosa fare? – così leniniano – m’impone una risposta: cercare una collaborazione. Kôsmo è Ordine, ma si sa che la funesta Entropia tende ad allontanare gli elementi della materia, opponendosi alle Singolarità attrattive! Quale tendenza sarà la più pre-potente? In attesa di una risposta, riporto una recente scoperta della fisica: pare che, in ambito locale, la gravitazione e gli effetti del secondo principio della termodinamica, miracolosamente, riescano a collaborare (per un po’). Che sia questa la via migliore da percorrere? Cercare un accordo fra il naturale egoismo umano e l’altrettanto naturale altruismo?
Leggo a pagina 282 che alcune “misure di sostegno statale” – e altre benigne benefiche funzionalità, tanto “in Occidente come in Russia o in America Latina sono state realizzate a spese della società nell’interesse del capitale…” – al che si può controbattere che alcune cooperative di consumo ce la fanno a sopravvivere grazie ai capitali depositati dai propri soci e clienti, secondo l’uso degli isituti di credito. È un vero, non solo finanziario, Kaosino!
A pagina 287 ti auguri la liberazione “dalla dittatura della burocrazia nello stesso modo in cui le istituzioni politiche devono essere liberate dalla dittatura delle élite.” – oppure potremmo confidare che i due diktat scendano a patti fra di loro, al fine di conservarci, anche perché senza le nostre anime faticherebbero a nutrirsi. A pagina 302 leggo che, ai tempi di quei martiri (di quei testimoni) “bolscevichi”, molti di loro “percepivano ciò che stava accadendo come una ritirata.” – una fuga entropica verso il nulla, che occorre rallentare, se s’intende sopravvivere. A pagina 322 leggo: “… sono proprie queste ripetute rivoluzioni, riforme, controrivoluzioni e nuove rivolte popolari a costituire il processo di trasformazione sociale, la transizione dal sistema capitalistico a una nuova società…” – anch’essa imperfetta, ma rivolta a una sua perfezione, una realizzazione che prima o poi la trasformerà in qualcos’altro. Questo è il senso cosmico racchiuso in tutti gli eventi. E forse anche nella da te citatissima “crisi del 2008-2010” era covata la soluzione per uscirne, andando sicuramente a sbattere da qualche parte, per poi, si spera, riprendere la strada che conduce al futuro. Non so se tu conosci, probabilmente Yurii sì, il personaggio di Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo: la sua macchina targata DYD666 ha subito numerosi incidenti e guasti nella sua bieca esistenza, eppure è dal 26 settembre 1986 (in piena era gorbacioviana) che sta percorrendo la sua infidissima strada!
Ed è quello che mi auguro per il mondo degli umani dopo aver letto il tuo meraviglioso saggio.
Written by Stefano Pioli
Bibliografia
Boris Kagarlickij, La lunga ritirata, Castelvecchi Editore, 2024

