“Tesla” di Vladimir Pištalo: vivere è inseguire quel bagliore sempre più lontano

Il romanzo è diviso, ehi!… quindi è tutta una finzione!… Aspetta, ogni scrittura è una finzione, come lo è ogni discorso basato sulle parole, che sono traditrici anche allorquando sono fondate sull’onestà.

Tesla di Vladimir Pištalo
Tesla di Vladimir Pištalo

Il romanzo, dicevo, è diviso in tre parti, la prima delle quali è intitolato La giovinezza.

Nikola è uno dei figli di Milutin Tesla, colto prete ortodosso e di Djuka, analfabeta, ma piena di risorse: “avendo una madre cieca, Djuka si era assunta precocemente la gestione domestica. A parte i racconti della madre, non aveva nemmeno avuto un’infanzia.”

Ho letto circa metà del romanzo, prima di reagire per iscritto. Una parola ricorre spesso: destino. Il quale non è il fato stabilito da chissà chi, irrevocabile, a cui gli dèi stessi devono sottostare, ma l’insieme delle cause che hanno condotto il mondo a essere così com’è, così come appare, anzi.

Una palla di neve stava rotolandosecondo quell’unico angolo corretto. Nikola rabbrividì, tra un Vinko spaventato e un Nenad entusiasta. ‘Il destino’ sussurrò con terrore.”

Quando si dice che uno nasce col destino incorporato nell’anima, si dice una fesseria che talvolta ci azzecca. Vedendo “una lastra di luce”, prodotta da un fenomeno elettrico, “a Nikola in quel momento venne per la prima volta l’idea che la natura fosse un grosso gatto.” – come quello che era illuminato davanti ai suoi occhi. Credo che in tal modo nascano i miti e le storie religiose: nella natura c’è tanta sapienza che ci sfugge che non possiamo che rivolgerci a quel che in noi cova da chissà quando e a volte lo chiamiamo Dio.

Nikola ha un fratello più grande, Dane, che è tutta la sua vita, che informa tutta la sua vita, tanto che: “Se lui non ci fosse – aveva pensato Nikola un milione di volte – che mondo sarebbe? Il sole continuerebbe a splendere?” La risposta è sì e ne avrà la prova scientifica di lì a poco. La scrittura di Vladimir Pištalo è strana, diversa.

“Occhi pieni di rimprovero fissarono Nikola. Qualcosa sussurrava nel suo orecchio: terribile! Qualcosa ringhiava dal buio: terribile! Qualcosa gridava nella coscienza: terribile!”

La scrittura di Vladimir è particolare: è normale, discorsiva, tranquilla, si agita all’improvviso e scatta come un flusso di elettroni e di fotoni. I particolari si muovono da tutte le parti in un flusso ipercinetico.

Djuka comincia a lavare Dane, il figlio morto, il cui spirito aleggerà per sempre nella mente del fratello superstite. E quando la vicina di casa le chiede come può fare questo, tenendo “uno sguardo fosco”, lei risponde: “Chi non è in grado di fare questo, sarebbe meglio che non fosse mai nato.” – bella (immagino, non so perché) e schietta (lo si deduce, questo). dalle mie parti si dice brót ma s-cètt, brutto ma schietto, ma la bellezza conta poco in questi casi.

Dice, qualche tempo dopo, Nikola all’amico Mojo:È come se al destino piacesse portarmi sul punto di morire, per poi salvarmi all’ultimo momento.– si becca di tutto, colera incluso.

Il padre parla dell’uomo che, secondo “il dotto Abelardo”, altro non è “che un’idea confusa, fatta delle immagini delle molte persone che ho incontrato nella mia vita” – e si chiede se l’uomo esisteal di fuori dalla mia e dalla vostra coscienza.”

Risponde l’analfabeta Djuka, che “ferma sullo stipite della porta e con e mani infarinate, stava ascoltando la conversazione.” – la sua asserzione è fine, ma non mi va di riportarla. Basta da sola a dare un senso al libro. Più essenziale è il fatto che “A questo punto Djuka provò un dolore alla gola. Lei, che non aveva pianto nemmeno ai funerali del figlio, pianse per non essere mai andata a scuola.”

A Nikola viene prospettato di andare in trenoa Karlovac, per frequentare il liceo.”

Vladimir così descrive il momento che il ragazzino sta vivendo: “Queste questioni erano talmente importanti che a Nikola, per la noia, si appiccicava la lingua al palato” – quando si doveva chiudere “il finestrino per ripararsi dalla caligine.” – a lui interessava la vera vita, qualunque cosa fosse. Non le piccolezze che accadono nell’intervallo fra due tempi importanti.

È una mia interpretazione che si mischia a quella di Vladimir. La verità la conosce, forse, Nikola.

Strana descrizione e successiva sua definizione: “Nello scompartimento il vecchio-bambino mise la testa in grembo alla madre e disse in tono vivace” qualcosa intorno a un suo sogno.

È ospite di una zia insopportabile che gli lesina il cibo (che “aveva stabilito che il nutrimento spirituale potesse sostituire quello fisico”): un brutto tipo di femmina, che prende a schiaffi e terrorizza le domestiche, le quali non danno un tozzo di pane all’adolescente affamato perché temono di essere scoperte da lei. Poiché in quel periodo lo zio lo porta a casa di un antiquario, Nikola inizia a considerare “che l’arte fosse una maschera per la denutrizione, che porta alla morte.” Modigliani sarebbe stato d’accordo, pur digrignando i denti.

Un “giovane colto”, suo amico, “aveva capito che in questo mondo è permesso essere, ma non diventare, perché questo rende sempre inquiete le persone intorno a noi.” “Invece Nikola si stava trasformando…”.invece è quell’avverbio che fa la differenza.

L’amore di Nikola per l’elettricità non mi somigliava a nessuno degli altri amori giovanili.”

Così definiva l’essere un inventore:Colui che toglie la benda dagli occhi dell’umanità.”

Il padre incoraggia (quasi obbliga) il figlio a intraprendere una carriera ecclesiastica, seguendo il suo esempio. Nikola si oppone e nasce un conflitto, che si risolve con una provvidenziale febbre che mette in pericolo la sua vita, e il padre, amoroso, gli promette: “Figlio mio, guarisci, ti prego e poi potrai studiare al politecnico. Andrai a Graz. Studia quello che ti pare. Ma guarisci.” – e Nikola risorse e il terzo giorno (mia antifrasi) va a Graz. Vladimir lo racconta meglio, dicendo che “… la roulette della febbre si arrestò. E lentamente… Gli oggetti della stanza tornarono al loro posto.” – Amen!

“‘Vedo che ora è il progresso il tuo dio’ diceva Milutin nella testa di Nikola,Se il tuo progresso esiste, non sceglie, ma ingigantisce ogni cosa. Ingigantisce il male. Ingigantisce homo homini lupus’”.

Quel che scrive Vladimir è così luminoso che a volte fatico a capirlo: “Voltaire lo convinse che ‘il meglio è nemico del bene’. Per questo il signor Tesla iniziò a lavorare diciotto ore al giorno.”  Strane idee.

“Amore caldo”: “era quello verso gli uomini”.

“Amore freddo”: “era verso quello che suo padre chiamava dio (e che amava con amore caldo). L’amore freddo era indirizzato alla forza della scoperta, dolce e terribile come il fuoco. L’amore caldo era nulla al confronto.” – fatico un po’ a capire, ma accetto il discorso. Si tratta di diverse energie. L’amore freddo è tale perché brucia tutto quello che c’è e si scioglie nel movimento. Quello caldo, risparmiando le risorse, tende all’immobilità, al poco più che nulla. “L’amore caldo era nulla in confronto. Nulla. Un’ombra. La biblioteca per Nikola era il luogo della certezza…”.

In questo lo capisco, quando si ha l’impressione che un libro covi, nelle sue pagine, un tesoro che prima o poi si manifesterà: energia compressa, potenziale, che anela a essere liberata.

Il capitolo 18 è una Lezione sui nasi (di fianco c’è una data, 3 dicembre 1875), un vero peana su quest’umana proboscide. Colgo: “Molti giovani sfortunati sono stati soprannominati tacchino, unicorno, rinoceronte per il loro naso.” – io fui definito sparviero, e l’offesa mi donò la fortuna di fregarmene). Altra perla: “Ogni viso con il naso è bello.” – lo diceva il nonno di Nikola, a cui io aggiungerei che anche senza non è poi così male.

Tesla è sempre più invasato, quando dice: “La scoperta è l’emozione più grande del mondo. È il bacio di dio. In confronto, tutte le altre emozioni sono il nulla.” Al che Vladimir aggiunge: “Nulla!”.

Il professor Poschl esibisce con orgoglio “la dinamo di Gralle”. Nikola chiede: “Perché non togliamo il commutatore di mezzo?”. Il professore dice che non è possibile, Tesla insiste, Poschl nega ancora e poi rimane senza parole. Non si sa quanto e se ammiri quel giovane e supponente allievo.

Dice Vladimir: “A questo punto devo stringere il lettore per il braccio perché entreremo dritti nella leggenda.” Tesla e Verner Lundgren forse si sfidarono a chi tracannava di più. Nonostante le sue nuove passioni (non tanto il bere, quanto il gioco), Tesla “non smise di pensare al motore senza spazzole e commutatore”.

Altro concetto che non riesce a entrarmi: “Il successo era come un uomo invisibile a cui poteva dare la mano in ogni momento. Nella sua patria sconfitta, un uomo di successo era un traditore. Il successo aveva l’odore del vento di gennaio e di una grande solitudine. Tesla aveva paura del successo, che sentiva vicino. Lo temeva come una catastrofe.” – come si paventa la passione amorosa che muterà la tua vita.

Nikola Tesla
Nikola Tesla

Dopo aver perso tutti i suoi soldi, Nikola torna a casa, la mamma gli dice che il padre è grave e Tesla le giura: “Mai più.” – sperpererà i soldi al gioco. L’opinione di Nikola: “Mio padre era un uomo onesto, ma non era buono.” Muoiono prima o poi tutti, buoni, onesti, vili, ladri. Anche qui il mio dialetto m’aiuta a capire: E mór anch i catîv!

“Di quello strano padre Nikola aveva ereditato il talento per la matematica, per le lingue e un’incredibile memoria.”

Altra definizione di Tesla: se gli avessero chiesto “quale fosse il sinonimo di genio, lui avrebbe risposto: l’impazienza.”

Inventa tutta una serie di amenità, fra cui “l’altoparlante telefonico! Ho aumentato il numero dei magneti nel ricevitore dell’apparecchio…”. Egli “velocizzava tutto, finché nella testa non gli esplose la corda più sottile. Sembrava che a questa corda fosse appesa la sua anima…” – e gli era ormai “una rete di nervi bollenti”, che “riposava cinque ore al giorno e ne dormiva solo due” – e sul diario scriveva che “questa città mi mette in agitazione”. Ora è a Budapest.

Altra frase da ricordare, dell’amico Szigety:Alzati, la malattia arriva su un carro e se ne va su un fil di paglia.” – questa forse l’ho capita: tutto perde il suo valore, col tempo, anche il male.

Tesla sta male, malissimo, un po’ meglio e alla fine “cominciò a credere che la sua dolorosa uscita dal bozzolo si sarebbe conclusa. Qualcosa batteva dall’altra parte della membrana. La soluzione del mistero si avvicinava.” Gli prospettano di trasferirsi a Parigi.

“‘Sì?’ chiese Tesla ironicamente
‘Sì’ disse Puškaš.”

E lui ci va. E lì a tutto pensa, tranne che all’amore. A solo una cosa pensa: al lavoro. Gli prospettano di trasferirsi a New York.

“‘Sì?’ chiese Tesla ironicamente
‘Sì’ disse Batchelor.

E lui ci va: “Gli occhi più tristi di tutti guardarono Manhattan pieni di speranza, di timore e di impotenza: è troppo. È il destino.”

E lì incontra uno degli uomini-bestia della sua vita: “Thomas Edison, l’unico uomo al mondo che avrebbe potuto capirlo.”

Ora comincia la seconda parte: L’America. Edison viene definito sordo (e lo è veramente: dei calci che gli hanno leso le orecchie), puzzolente (si lava una volta al mese), traditore e profittatore: “… credeva che se riuscivi a ingannare qualcuno, quello ti rispetta di più e che una persona gentile è sempre colpevole di qualcosa…” – una gran persona che “ogni giorno che passava” non faceva che perdere “un po’ della sua doratura” e che “per un piccolo vantaggio, era sempre pronto a causare un grave danno al suo prossimo.”

Dice al nostro eroe, dopo avergli negato sorridendo la somma che gli spettava: “Ragazzo, lei non capisce il sense of humour degli americani.” – nemmeno io, ma me ne frego.

Tesla scavava dentro le sue teorie, e ora, per campare, gli tocca scavare “fossi in cui saranno sistemati i cavi di Edison. Quindi lavora ancora per Edison.”

Tesla riceve da Westinghouse, rivale di Edison, una nuova opportunità di svolgere la sua ricerca. Riesce nel suo intento di costruire un meccanismo a corrente alternata. Mentre Edison organizza incontri con pubblici ignoranti al fine di legittimare le scoperte di Tesla, costui ne organizza altri in cui difende strenuamente le sue scoperte. Anche il suo nuovo patrono si appropria dei proventi delle sue invenzioni, ma gli dona in cambio la gloria: “Non per niente Westinghouse era soprannominato lo tsunami delle sembianze umane. Non faceva che corrompere politici e uomini d’affari.” – e compiere mille malefatte che gli resero un sacco di quattrini.

Vladimir accenna al “gobbo Igor” che collabora con il professore, che ricorda non poco l’omonimo collaboratore del celebre Frankestein junior di Mel Brooks: “il gobbo Igor, lo sghignazzante professore e la donna barbuta risplendevano con le loro guance colorare e roteavano gli occhi.” – come faceva l’attore Marty Feldman.

Antal muore, viva Szigety! Che poi sono la stessa persona. Vladimir spesso alterna, anche nello stesso periodo, il nome e il cognome del personaggio, conferendo vivacità alla sua prosa. Il lettore è sollecitato a prestare una certa attenzione, se non vuole smarrirsi. Morto il suo amico, vittima dei suoi vizi, specie l’alcool, Nikola è annichilito: “‘Il destino’ sussurrò sconvolto.”

Tesla era altro un metro e ottantotto, dice Google, Vladimir gli concede altri dodici centimetri, forse per via delle scarpe: “Arrivò il gran giorno. Quell’uomo alto due metri, con alte suole di sughero, sulla scena appariva inverosimilmente allungato. La sala era vivacizzata dai volti di giovani e anziani elettrotecnici. Erano presenti amici e nemici.” – Nikola inquieta il pubblico: “Guarda, Amelia! Sta bruciando!” e qualcun altro grida: “L’elettricità scorre attraverso il suo corpo”. Niente di tutto questo: Tesla tranquillizza spettatori e “giornalisti ansiosi”: tutto era andato come doveva andare!

Nikola è a Parigi, quando riceve un telegramma: “Dunka sta morendo. Vieni subito. Zio Pavel.” Nikola accorre al suo capezzale.

Ogni tanto Vladimir mi stupisce con la sua espressività.Marica si comportava con Nikola come con un signore estraneo. Non sapeva come volergli bene, era abituata a provare sempre un po’ di compassione per coloro che amava. Nella luce del suo amore l’intera esistenza sembrava triste. Il corpo di Marica, la sorella di Nikola, era colmo di lacrime più vecchie di lei.” – che dire? Le lacrime scorrono a una velocità maggiore degli occhi che le emettono. Tutto è relativo, tranne il cosmo intero.

“Nikola si sentiva offeso sia quando gli dicevano che era cambiato, sia quando lo negavano.” – lo capisco, anche a me capita. Chi si occupa di capire le cose, non ama essere né capito né frainteso. Se stessi è essere se stessi e ognuno deve sapere di sé, innanzitutto. Sognò l’amico, e nel sogno “lo abbracciava” mentre gli diceva: “Pensa, Antal, a me hanno detto che eri morto.” – illusioni?

“Per lui la madre era l’unico essere umano più importante del suo lavoro. Ora gli restava impietosamente il solo lavoro.”

Il capitolo 58 Sogno di una notte d’estate, all’improvviso (in fisica tutto accade in questo modo) ha un io narrante, Mojo Medić, che ricorda (al lettore, o a chi?) dell’arrivo di Tesla a Belgrado, e in realtà è un lui narrante che scrive: “‘L’ho atteso tanto, proprio tanto’ disse Mojo Medić.”

È un flusso alternato di parole, elettroni e fotoni: “Mentre il re-ragazzo elogiava l’’idealmente bella’ lingua serba di Nikola, io pranzavo a Skadarlija all’ombra di un tiglio. Sulla parete della trattoria c’era scritto Guai a chi crede. Di fronte un giovane stava sezionando un tronco di…” E poi “Nikola dava lezioni agli studenti parlando di strade abbaglianti e luminose notti di futuro. ‘Cerco di ispirarvi’ disse apertamente, ‘perché quand’ero studente non c’era nessuno a farlo per me’. “E poiché “gli studenti gridarono: ‘Evviva!’” – credo sia stato un bel momento per quell’ancor giovane genio.

“Mi ricordai che Djuka e Milutin non avevano lo stesso carattere. Una volta avevano sistemato il grano ad asciugare. Era venuta la mucca e ne aveva mangiato la metà. Sua madre era furibonda, Milutin la consolava: ‘Lascia stare, Djuka, è la nostra mucca che ha mangiato il nostro grano’.

‘Me lo sono completamente dimenticato’ si sorprese Nikola.”

Un aneddoto così lontano e bello che si perpetua forse per l’eternità per mezzo di un io narrante che lo racconta al protagonista della storia, mediante la voce di un autore che si chiama Vladimir Pištalo. Ha senso porsi il problema se non sia del tutto inventato? Borges diceva che la memoria è fatta di oblio e uno dei suoi lavori più celebrati e, perché no?, immortali s’intitola, non a caso, Finzioni.

Ottima, e relativistica, la chiusa del capitolo di Mojo. Dialogo fra il nostro e lui:

“‘Quanto tempo è passato dal nostro ultimo incontro?’ sospirò stringendomi la mano.
‘Ricambiai la stretta e risposi: ‘Il tempo non esiste.’” – e come non esiste lui non esiste niente (e nessuno).

Thomas Edison
Thomas Edison

Tesla torna in America e “a partire dal preciso istante in cui il piede di Tesla toccò il suolo americano, Westinghouse e l’assistente Gano Dan lo accerchiarono” per dirgli che:

  1. “Qui sta succedendo di tutto!”
  2. “La General Electric di Edison passa alla corrente alternata. Pagano gli ingegneri per modificare il suo motore per poterlo poi brevettare sotto un altro nome.”
  3. “Sa chi costruirà la centrale elettrica sul Niagara?”
  4. “Noi!”
  5. “È così Nikola. Questa è la fine. Abbiamo vinto.”

Conseguenza: “Tesla si trasformò in un gatto. Il gatto saltò sotto il letto, prese il gallo per il collo e lo sgozzò.” – ricordo quel gatto illuminato che al piccolo Nikola pareva l’immagine della natura.

“La prima volta che era stato in America gli era sembrata cento anni indietro rispetto all’Europa. Sotto l’effetto delle parole d Westinghouse, ora credeva che l’America andasse avanti con gli stivali delle sette leghe.” – oppure con quelli del famoso gatto, tanto per cambiare.

C’è poi il capitolo 60 L’esposizione universale, che vorrei solo sintetizzare con una parola e un esclamativo: casino!

Tesla è amico di un poeta di nome Robert (Robert Underwood Johnson) sposato con Katherine (Katharine MacMahon Johnson, che dice all’amico del marito: “Noi saremo amici”, Tesla dice: “Crede?”, lei dice: “Lo so”. E, se Vladimir dice che “ogni civetteria scomparve dal bel volto” c’è da credergli (sia a lui che a lei).

“La tournée europea e l’Esposizione universale portano a Tesla la celebrità.”

Ogni tanto il pensiero cola come un impulso elettrico a quel malfido voltagabbana di Edison che aveva detto che la corrente alternata era da scartare come idea e che la prima cosa che un vero scienziato doveva riconoscere era quando una cosa era impossibile e ora… Sic verbum hominis transit panta rei, sopratutto il pensiero umano. È una corrente raramente continua, per lo più alternata. Quel vile di Edison gli aveva detto (sono tornato indietro nel tempo, al capitolo 34): “‘Il novanta per cento dell’abilità degli inventori consiste nel giudicare cosa è possibile e cosa non lo è. E questo è…’ fece un cenno di incoraggiamento verso Tesla. Ma poiché Nikola non rispose concluse: ‘… Impossibile…’”. Poi gli promette cinquantamila dollari “se è vero che può perfezionare i motori a corrente monofase come ha descritto”. E poi gli spara (come si fa con una colt a sangue freddo) quella battuta sullo humour yankee, quando Nikola mantiene il suo proposito: assai onestamente gli promette di “aumentare il suo stipendio da diciotto a ventisei dollari alla settimana.” – e poi compie il fatto più turpe, quando Tesla gli presenta le sue dimissioni: “Edison fece un gesto d’indifferenza con la mano.” – ciao ciao caro!

Ma all’inizio, quando ancora Tesla stava insistendo sulle sue idee e quell’altro, sordo non solo fisicamente, non riusciva a seguirlo, “stentava ad ammettere con se stesso la delusione che provava per quest’uomo sordo, sudato, dalle orecchie abbassate e dai capelli morti. Se Edison non lo capiva, chi mai in questo mondo lo avrebbe capito.” – solo un genio avrebbe potuto, ma Leonardo e Newton erano morti da secoli.

A pagina 202 del capitolo 63 Uomini estratti dal cilindro, Tesla racconta la storiella di quello straniero che era “bello, intelligente e spiritoso”, che poi si rivelò essere il diavolo, e quando un uomo non voleva crederci perché “‘il diavolo è brutto e stupido’. Lo straniero rispose con un sorriso gentile:‘Hai ascoltato dei calunniatori.’” Questo mi rammenta la storiella simmetrica e opposta di pagina 102, che narra di quel giovane che “rimase tre anni con la verità”, la quale “era vecchia e brutta” che, al momento del congedo, gli chiese una cortesia: “Quando tornerai tra gli uomini e quando ti chiederanno di me, digli che sono giovane e bella.” Questo è il mondo: bello e brutto, vero e falso, illusioni che si alternano e ognuna pare l’altra, in un gioco che è saggio rinunciare a capire.

“Non riesco ad amare nessuno senza averne un po’ di compassione.” – è ora Katherine a parlare.

“Quand’è che Nikola lo aveva già sentito dire?” – Nikola non lo so, io quando Vladimir disse della sorella Marica, mentre la mamma stava morendo. Lei, che aveva tanto voluto studiare e non aveva potuto, dimostrò a Tesla quanto era orgogliosa di lui: “Guardando gli occhi consumati, il figlio sentì una stretta alla gola. Lei lo accarezzò sul capo: ‘Niko mio’.

Rileggendo il capitolo, ora scopro quello che dopo scriverò (scrissi) di aver scordato (il passato ritorna sempre, anche se con mutate forme): “Sii bella se puoi, sii spiritosa se devi, ma sii bene educata a costo di morire” (pagina 207, 64. Così fan tutte). Nikola accostò la mano leggera come una piuma sulla sua guancia e provò una profonda e incredibile serenità.

“L’esile donna che se ne stava andando lo proteggeva ancora.”

Anni dopo, ora, chissà quando, mentre è lì con la moglie dell’amico: “Il polso. Il polso. Sentì che tutto il mondo vibrava. Guardò l’ondeggiare del lago e delle chiome, il pulsare del sorriso sul volto di lei. ‘Tutto, a partire dal Sole fino al cuore umano, è questione di oscillazione a una determinata frequenza’ ripeté il suo pensiero preferito. E la pace? La pace era l’equilibrio di vari fremiti. Lui lo sapeva. E lei lo percepì.” Che dire? Ogni tanto mi faccio questa domanda leggendo la narrazione di Vladimir. Realismo magico? Ma chi se ne frega! Morto un Marquez se ne fa un altro!

Sul solito Wikipedia leggo che Tesla era asessuale e che aveva sostenuto come Newton, che la castità serviva a sviluppare le sue doti scientifiche e che per questa donna (lì la chiamano Katharine) lui provava un intenso affetto platonico. Ma ancora: chi se ne sbatte! L’amore è sempre una scintilla elettrica alternata o continua a seconda del caso! Kam’a: amore, affetto, passione, kamasutra!

“Mentre ‘tutta New York’ si chiedeva dove fosse, lui frequentava Vivekananda, il che in un certo senso era come se non frequentasse nessuno” – in effetti era così, perché quel saggio allievo di Ramakrishna in quei momenti viveva (nel verso senso della parola) altrove, in India. E il suo pensiero attraversava gli oceani con la velocità della luce.

Mark Twain nel laboratorio di Nikola Tesla, primavera 1894
Mark Twain nel laboratorio di Nikola Tesla, primavera 1894

Similmente, ma dal vivo, frequentava talvolta Mark Twain e qui Wikipedia ne fa una giusta, mostrando quel simpatico baffuto nel laboratorio di Tesla (foto scattata nella primavera del ‘94).

Due anni dopo, a New York un uomo fa fare un giro a Miriam Ganz, una simpatica ragazzina, sulla sua “carrozza scintillante”. Fu un viaggio meraviglio, al termine del quale “i mucchi di immondizie che Miriam aveva completamente dimenticato comparvero di nuovo sul selciato”.

Miriam il nome di quell’uomo “non lo seppe mai” – forse neanche io, forse nemmeno Vladimir.

Il volto di Nikola era metà sognante metà sofferente, un’espressione che faceva stizzire suo padre. Vivekananda non aveva forse già detto che l’anima è una scimmia ubriaca che è stata morsa da uno scorpione? Con timore, Robert fissò le lontananze illuminate, le ragnatele e le fiabe nei suoi occhi. Insieme a un fascino insostenibile percepì l’aura di stravaganza e di solitudine che circondava l’amico e ne provò compassione. Anche il lettore, di sicuro, a questo punto è preoccupato per lui.” – certo: egli ancor oggi si sta macerando in questo mondo così ottuso e sublime!

Flusso di memoria tra il joyciano e il woolfiano: “… Suo fratello, William Kissam, era venuto a cavallo della sua ‘capanna estiva’ chiamata Marblehouse costatagli undici milioni. Nella capanna, disse, avevano installato la corrente elettrica, fosse pure una moda passeggera, ah-ah. La sua irremovibile Alva era rimasta nel padiglione cinese a…”.

A quel putto (pótt nel mio idioma arşân significa non sposato, putîn è il bambino, Putin non credo, dalla radice latina put, che, puta caso, ha il senso di generare, creare, inventare: input, output), “tutta New York voleva trovargli moglie.” – quel che si dice un gran bel partito. Anche un gran bell’uomo, anche se troppo smilzo. Dovrebbe mangiare un po’ di più e sarebbe perfetto. Gli effetti di quella zia isterica ancora si facevano sentire. “Lui arrivava con passo furtivo, con le orecchie a sventola e sorridente. Considerava le dame come un groviglio di morbidi sorrisi, parasole di pizzo, decolleté bollenti, sguardi provocanti, colli di cigno, volant sugli abiti, orchidee e magnolie in grembo. Sapevano, supponevano di essere irresistibili come il Niagara. Eppure…” – i puntini sono di Vladimir. Questa non l’ho capita: Tesla crede nel matrimonio per un artista, per uno scrittore, ma “per un inventore, no. È una natura troppo intensa, con qualità selvagge, appassionata.” – domanda, Vladimir, are you married? Io sì, ma accadde trent’anni fa, ebbi due figli e se continua è perché così gira il mondo.

“Fin da piccolo, da quando la mia palla di neve provocò una valanga, sono fidanzato con l’elemento che ha modificato istantaneamente il significato di tutto.” – ah sì, rimembro.

“Oltre a questo, vedere i gioielli gli dava la nausea. Vomitava quando era costretto a toccare i capelli di una donna” – tranquillo, Tesla, presto o tardi il disgusto (nonché l’ebbrezza) passa. Lo dice anche il proverbio (d’origine religiosa): at ringrâsi nôster Sgnòur che at m ê castrê sèinsa dolòur! mi vergogno a tradurre, per cui lo faccio immediatamente: ti ringrazio, nostro Signore, che mi hai castrato senza dolore! Il matrimonio è un sacramento in cui bisogna confidare nella corretta misura, non più né meno che per tutto il resto.

“I capelli rossi di White erano fiammeggianti. La mano versava dalla bottiglia instancabilmente. Ricordò a Tesla che Zeus aveva goduto talmente tanto con la madre di Ercole che aveva fermato le costellazioni diverse volte” – e se la faceva anche con la figlia Ebe, moglie dell’Erculeo ragazzo. Ercole era un suo mezzo figlio, pertanto. Ma che divin bordello!

“Gli era tornata all’improvviso l’invidia nei confronti di un contadinello morto e con essa la colpa per la benedizione estorta. Dane non si era sposato. Non lo avrebbe fatto neanche lui. Si trattenne a fatica dal dire: ‘Sono sufficientemente cattivo. Rendermi peggiore è una crudeltà.’” – che mi ricorda la frase che il condannato a morte con la prima sedia elettrica edisoniana pronuncia a pagina 157 (in 50. E sorella morte), sì, quello che viene ustionato, e che patì sul serio le fiamme dell’inferno, e che prima del rogo, disse: “Sono sufficientemente cattivo” – e poi aggiunse: “È crudele farmi ancora peggiore.”

Questo capitolo 72 Il matrimonio di Dušan mi sta ubriacando. “La sua centrale elettrica faceva muovere questo. E fu di nuovo come quella volta che una piccola cosa bianca che era stata lanciata con un facile movimento della mano aveva divelto le rocce e aveva spazzato via i pini come fiammiferi, trasformandosi in puro potere e assumendo le dimensioni di un destino. Fu pervaso da una sensazione di grandezza e di potenza fragorosa.” – anch’io lo sono! E non ricordo! Che faccio, rileggo l’intero libro fino a qui?

“I suoi occhi erano pieni di lacrime, mentre l’anima si fondeva con le forze della natura. Sì, selvaggia e appassionata è la natura dell’inventore. La cascata superò il volume della sua voce di molte volte. Le labbra di Tesla si mossero mute. Al matrimonio segreto con una forza incommensurabile, Tesla sussurrò i suoi: ‘Sì’.” Ora, col tuo permesso, Nikola, e col tuo, Vladimir, vado a cuccarmi. E dormirò per almeno otto ore. Aspetta! Ora ho capito! Questo tuo romanzo, Vladimir, sta innervosendo le mie sinapsi!

È ancora quel fatto di 3 La palla di neve, di pagina 18!, che scemo che sono: “Una piccola cosa bianca, lanciata con un leggero movimento del braccio aveva divelto le pietre davanti ai suoi occhi e spazzato via gli abeti come fossero fiammiferi. Aveva messo in moto la materia e liberato l’energia primordiale. Nulla poteva fermare la palla di neve, che rotolava secondo quell’unico angolo corretto.” – ormai è come recitare una litania ortodossa, un esicasmo più esteso del solito.    Solo che esicasmo deriva dal greco hesychia, calma, e qui di calma c’è solo la scrivania su cui sto leggendo il tuo fluidificante romanzo! Icastico deriva dal greco eiastikós, quel che riguarda una rappresentazione, più che rappresentativo. Di tutto si può dire di Vladimir ma non che non sappia rappresentare, ricreandolo, un avvenimento. Inizio di 73 La guerra.

“Cominciò con un’esplosione. ‘Guerra con la Spagna!’ gridavano gli strilloni. I giornali di Hearst vendevano la guerra. La guerra vendeva i giornali.”

Non solo dà l’idea di quel che era la situazione, ma la scaglia sulla pagina, come se fosse uno schermo, come se fosse un film, non uno moderno, ma uno dei primi in bianco e nero che quando veniva proiettato la gente faticava a credere che fosse possibile.

Continua: “Le gote arrossivano. Le dita intrecciavano i baffi. La gente lanciava in alto i cappelli di paglia. Le persone erano felici del massacro, come i bambini. Theodor Roosevelt mostrava i denti attraverso i baffi da tricheco e radunava i ‘Rudi Incursori’.”What? In effetti, i baffi di Theodore, detto Teddy, non so se anche Teddy Boy, hanno un che ricorda quel pinnipede.

“A giugno Tesla fu invitato di nuovo nella cittadina dei palazzi e dei prati sul roccioso promontorio di Rode Island.”ogni tanto spariscono delle lettere, che poi, se sono mute, manco lo vanno a dire in giro. “Salve, alberi bianchi! Salve, cielo azzurro!”

A chi gli chiede perché i giornali lo attaccano, Nikola risponde: “Mi attaccano perché le mie invenzioni mettono in pericolo molte industrie.” – perdere soldi reca sempre un po’ di malumore.

“Se gli avessero chiesto di definire il genio, avrebbe risposto: l’impazienza!” – in senso lato, la stessa che coglie la donna gravida che non vede l’ora di donare al mondo il suo ansiogeno frutto, o l’animale che deve evacuare la risultanza del suo cibo. Non so come la pensasse Mondrian, o Valéry, ma intuisco l’opinione in merito di Rimbaud, e di Celine. Ti prego, non ripetere più questa doxa che ho una pazzesca urgenza di arrivare a co’ del tuo libro. C’è una località delle mie parti che si chiama Codemondo. Lì ho appuntamento con uno scrittore che aveva ancora più fretta di te, se possibile: Henry Miller.

“‘Più veloci!’ gridava Tesla a Lowenstein come un tempo Ferenc Puškaš aveva fatto con lui” – chissà se quel Ferenc conosceva Alfredo di Stéfano. Una domanda, Vladimir, anche la seconda è una š?

“La solitudine, che un tempo gli era stata imposta, cominciava a piacergli. La maggior parte delle persone per lui erano troppo lente. Stava benissimo senza di loro.” – anch’io. Ma poi iniziano a mancarmi.

“La Terra era un grosso gatto. Ora sapeva chi lo stava accarezzando. La Terra faceva le fusa. L’onda si trasformò in un’eco che produsse…”. Strana prosa è la tua, Vladimir.

“Con il pompaggio della corrente, la risonanza s’ingigantiva come quella pala di neve che…”.

Vladimir Pištalo
Vladimir Pištalo

Dice a un amico: “Ho ammansito un gatto selvatico e sono un mucchio di graffi sanguinolenti.”

Promise a una lenta lumaca umana che non capiva che sarebbe riuscito a “trasmettere senza fili i messaggi, le fotografie, la voce e – cosa più importante – l’energia.” – dalle mie parti quando uno è lento di comprendonio si dice ch al cór piân, che corre piano. Loro invece chiamano noi esagitati: presîn, frettino, oppure: pésa in prèsia, piscia in fretta.

Finalmente comincia Il secolo nuovo, non ne potevo più di quello vecchio: “La voce profonda di Morgan citava Ovidio: ‘Povero è l’uomo che sa quante pecore possiede.” – che è una gran bella frase, ma che rallenta la narrazione. Sia Vladimir che Tesla ogni tanto ci cascano dentro, come me col dialetto arşân: tót i cujòun a gh ân la só pasiòun, tutti i coglioni, per quanto vadano di pressia, ci tengono così tanto alla loro passione.

Ti poni ancora la domanda: Cosa sapremmo del mondo senza i nasi: non potremmo andare andêr a ósta, a usta, seguendo le tracce olfattive della selvaggina; ì a uósemo, dicono in costiera. L’intuizione è la consorte della deduzione e mica i due vanno sempre d’amore e d’accordo. Anzi…

A pagina 267 dici che l’amico White continuava “a lamentarsi del fatto che gli sarebbero costate care le vecchiette innamorate dei loro preti. Da quando Wilde aveva pubblicato il famoso libro, lo avevano soprannominato Dorian Gray. Aveva un aspetto incredibilmente giovanile per la sua età.” – chi, White? A volte le mie sinapsi faticano a seguirti. Arranco a fatica… mi viene il fiatone…

“Le onde s’infrangevano. S’infrangevano. S’infrangevano. S’infrangevano.”

Il solito problema di decrittazione: “Il grande orecchio di Tesla riceveva le parole, ma erano le sue ossessioni a determinare cosa avrebbe udito. Come con Socrate, il suo demone personale ripeteva qualcos’altro…” – ma, alla fine: “non era una scelta della ragione, ma un’intima decisione dell’anima.” – ancora andavi a usta?

“… Il tempo non esisteva. Lui era al centro del mondo, nella cui grigia periferia Marconi ordiva i suoi intrighi” Einstein, Barbour, Rovelli etc ti darebbero ragione sul tempo ma non sul centro: il cosmo stesso non ce l’ha, figuriamoci te.

“Oh, che il lettore si preoccupi per lui.” – io ho già smesso. Come con la pazienza anche la pena, come tutto, ha un limite.

“Più Stevan leggeva, più gli sembrava che a Tesla, proprio come a Socrate, l’umanità fosse più cara delle persone.”per cui torno a pagina 34 in 12 I teologi, quando la madre dà la spiegazione al quesito del marito: “Quando ci riferiamo alle persone malvagie, le qualifichiamo con una sola parola e le mettiamo tutte insieme, mentre ognuna di loro continua a esistere come singola persona malvagia.”

Da piccolo aveva sempre paura quando il padre si trasformava.” – a pagina 11, nel secondo paragrafo del primo capitolo Il padre, leggo che “quando il padre si mascherava i bambini erano sempre intimoriti.”

Tesla era in debito con Lui, non so se anche col padre: “Il diavolo l’aveva posto in posizione elevata, gli aveva mostrato tutte le genti del mondo e gli aveva detto: tutto questo può essere tuo. Sii mio servitore. E lui aveva risposto: ‘No!” – un paio di scrittori crucchi sarebbero stati fieri di Nikola.

“Ma il potere non deve capire. La mancanza di comprensione è uno dei suoi modi di manifestarsi.” – anche Morgan gli dà la fregatura, l’abbandona a se stesso. Il denaro è come un magnete con due estremità, una attira e l’altra respinge.

“La torre squassata di Tesla si staccherà dalla Terra lanciandosi nei cieli illuminati? ‘Brruuummm! Arrivo!’”

Si assiste a un tracollo, che sempre precede un successo, che anticipa un tracollo, che…

“Un jack di cuori aprì improvvisamente la seconda fila di sinistra.

‘Ecco!’ gridò Morgan e quel grido fece cadere una grossa foglia di ficus.

Quel jack di cuori risolse il destino di Tesla.”

Per Tesla, con tutti i suoi guai e i suoi sogni, “i problemi di amore erano semplici sciocchezze dovuti a mancanza di disciplina.” – come il mangiare più del quasi nulla, come diceva la ziastra.

White non la pensava come lui e il marito di una lei “gli sparò da vicino nei suoi capelli di fuoco.” Per cui, presto: “Palate di terra si ammonticchiavano, si ammonticchiavano e si ammonticchiavano. Quella notte nel sogno di Tesla Satana rise fragorosamente sulla croce. Tesla teneva l’amico per così dire per mano, poi il maelstrom lo strappava via, portandolo nel gelo dell’universo.”

Personaggi, personaggi, persone, persone di tutti i tipi affollano la vita di chiunque: “‘Ma questo è chiaro’ gridò Freud. Con uno spasimo doloroso all’angolo dell’occhio spiegò che…” – anche stavolta i puntini appartengono di diritto a Vladimir.

“I buddisti credono che non ci sia un’anima e che il mondo sia un susseguirsi di bagliori momentanei.” – credono, sanno o credono di sapere? L’importante è non rimanere abbagliati dalla propria ignoranza, ma saperci convivere.

Noi celebriamo le rivolte aggressive, la lunga marcia, il salto pericoloso, lo schiaffo e il pugno, l’insonnia febbricitante! Vogliamo glorificare la guerra, l’unica medicina del mondoio so che per quel vile di Marinetti è l’unica igiene, ma anche quella suona come una cazzata. La guerra, come ogni disgrazia, fa bene, a chi non la subisce. “I Balcani, dove lui era nato, erano la cucitura. Erano le antenne. Erano le vibrisse del gatto. Nascere nel posto sbagliato è come nascere in un posto giusto. L’uomo di confine conosceva…” – e stavolta i puntini sono miei.

“Forse il nostro eroe aveva completamente dimenticato di avere un debito di…” – anche stavolta. Non so se è il mio eroe. Per tutta la lettura del libro, almeno fino a ora, cambio idea a ogni pagina. “‘Maledici dio e morirai’ sussurrava la moglie di Giobbe.” – una delle tante citazioni del libro, una delle tante abbastanza, ma non troppo, religiose.

“Tre cose la gente desidera: Prezzi più bassi! Prezzi più bassi! Prezzi più bassi! Ha ha. Ha ha ha. Haha Haha! Rideva il mondo.” Che è un esicasmo così tragicamente allegro che lo riporto, come fa Vladimir alla fine del paragrafo. “Ha ha. Ha ha ha. Haha Haha! Rideva il mondo.”

Vladimir si confronta col lettore: “Come abbiamo spiegato, l’eroe principale di questa storia vera, Nikola Tesla, dopo la guerra era passato in un’altra dimensione. Con un piede scendeva nella leggenda, con l’altro nell’oblio. In precedenza, con profonda modestia, aveva vantato uno status più elevato di quello umano…” che significa? L’uomo, ma anche la donna, quando scopre di avere un carisma che nessun altro ha, sogna d’essere di un’altra specie animale e anche spirituale. Ognuno ce l’ha quel carisma, anche se lo ignora. E tutti sognano di essere qualcun altro. Nikola Tesla chi credeva di essere? Nikola Tesla, oppure Dio? Cosa gli diceva, nottetempo, Dane, il fratellino che era volato via, oppure, di giorno, quell’indiano che non faceva l’indiano, ma solo se stesso?

Nikola, a ogni pagina che, inesorabile, e così baluginante, scorre, muta l’opinione che ho di lui.

“Il mondo dell’infanzia era come un antico tempio pieno di erbacce, lasciato alla mercé delle lucertole e dei satiri. All’inizio le immagini erano come i pesci nelle profondità che…” – bella quest’allegoria che non ho intenzione di riportare. Bisogna leggere il romanzo fin qui per conoscerla.

A Katherine “da ragazza le avevano insegnato a portare il corsetto e le avevano consigliato: sii bella se puoi, sii spiritosa se devi, ma cerca di essere educata a costo della vita.” – già lessi da qualche parte queste esagerate parole, ma non riesco a fare mente locale in quale maledetta pagina.

“Il mostro, nel libro di Mary Shelley, era una specie di superuomo. Nel film era stato sostituito da una bestia solitaria…” – e, “nell’accezione popolare”, Frankestein divenne il mostro creato da se stesso. La verità non è mai come appare. Non appare mai com’è. La verità è un mostro con una doppia testa, ognuna delle quali racconta la sua storia. La verità è brutta anche quando è luminosa. È bella anche quando è oscura. Anche quella su Tesla. In me avevo tutta un’altra opinione, prima di leggere il romanzo. Ora la mia opinione cambia, pagina dopo pagina, che ci posso fare?

Nikola Testla - 1899 - Colorado
Nikola Testla – 1899 – Colorado

“Così il genio era diventato mostro. E viceversa.” – il prodigio agisce contro la natura e fa nascere il diverso, ammonendo che tutto sta ormai mutando, perché panta rei, inevitabilmente.

A Katherine,Robert le aveva baciato il cuore e la pancia quando era incinta” – e già lo lessi, illo tempore, a pagina 20, in 64 Così fan tutte. E, “Prima di prendere Agnese fra le mie braccia, non sapevo quale fosse il centro del mondo. Quando l’ho presa, mi sono detto. ‘Ora lo so’.” – ecco un’altra stupida illusione, a cui io non intenderò mai rinunciare.

“Non c’è felicità fuori dall’ordine umano! A Tesla divenne chiaro qualcos’altro: Non ce n’è nemmeno al suo interno…” Che non ci sia un esterno, che non ci sia un interno?

“L’anima, che secondo i buddisti, non esiste, gli faceva molto male” – se non esiste significa che è un fatto scientifico. Così direbbe Popper. Forse l’hanno vista e si sono detti: no, non è lei!

In Serbia hanno le idee chiare: “Tesla era serbo, nato da madre serba, un genio serbo che rendeva ispirazione dalla sua ‘serbità’: i grandi pensieri serbi venivano in mente a lui, un serbo!” – e, lo si sa bene, quel che è serbo serba rancore, a volte, perché la Serbia, come la città di New York, è al centro di quel che, non esistendo, tanto dolore arreca a se stesso.

“Sei bellissima quando sbadigli” – mi pare di averlo già letto a pagina 199, in 71 Il mondo della fantasia, e allora lo disse Robert alla moglie, ora a farlo “è un uomo con la voce di Robert”.

Un inquietante interrogativo: “Dove sono i pugili che combattevano per cinquanta round a mani nude?” – dovrei rileggere il romanzo per scoprirlo e ora sono stremato.

“Non erano trascorsi neanche tremila anni da Omero e otto decenni dalla sua infanzia e – come aveva detto una vota Mojo Medić – il tempo non esiste.” – già, pare che non esista ancora. E per questo fa tanto male.

Come nel Burlesk che rallegra il Sexus di Henry Miller, al cui stile frenetico ogni tanto mi fai pensare, quando ti vedo svolazzare come un piccione (eri tu il pennuto di cui Nikola era tanto innamorato?), in questo capitolo finale ci si muove all’unisono, “a ritmo della musica vaudeville sghignazzando e sollevando le ginocchia verso l’alto.” Or dunque balliamo, poiché “Tara Tiernstein, col petto denudato e con dei serpenti sulle braccia” si agita con la medesima vanesia leggiadria della Cleo milleriana.

Tutto cessa per poi riproporsi, presto o tardi, sui nostri appannati e incrinati schermi. Nulla di nuovo sotto il sole e, soprattutto, tutto è vanità. Tanta gente è su quel palcoscenico, e non manca di certo il “marchese Marconi e suo padre Geppetto…” – battuta!, i quali “sorridevano trionfalmente.” – beati loro! E poi c’è Edison, Fritz, Czito, Scheriff, Tanhauser, Medić, Kulišic, Vanderbilt, Astor, Westinghouse e Robert che, era ora!, “si porsero la mano”.

L’aspirazione di ognuno degli attori è che qualcuno tra loro abbia l’ardore di esclamare: “Il tempo finisce!” – per poi togliersi dai piedi. Tót à fîn! – diceva mamma, che aveva fatto fino alla quinta, un po’ come Djuka, e che, come quella, arrivava sempre là, dove l’attendeva il suo compito, che solo lei era in grado di svolgere.

Nota dell’Autore:il libro che ora si trova nelle mani dei lettori è stato il mio compagno di vita per almeno sei anni (tra il 2000 e il 2008). È il prodotto di quanto ho studiato e dimenticato. L’ho portato con me ovunque andassi…” – e ora, inviato da dei messaggeri celesti, è piombato in questa nuda stanza. Dov’è esploso, con fragore, liberando energia. Sic transit potenzia mundi.

In una delle sue ultime interviste, Henry Miller diceva: “un vero poeta cambia il mondo; le sue immagini, il suo grido fanno trasalire il sangue dei lettori, fare poesia è creare un linguaggio simbolico che raggiunga l’anima, è un’arte terapeutica, scrivo così veloce che non seguo quasi mai una scaletta, la vera vita sgorga come geyser, mi sono allontanato dalla finzione, ho sempre avuto la tendenza ad esagerare, a gonfiare i dettagli, a spingere le idee, i sentimenti al parossismo, la caricatura è una menzogna o una verità più profonda?, io sono tutta una contraddizione, o un caos se preferisce, siamo dei ‘caos’ giacché ci dibattiamo in tutti i nostri ‘io’ fino alla fine.”

In fondo, Vladimir, tu sei così caotico che non è facile seguirti nelle tue torsioni improvvise, tu sei uno scrittore, un artista, tu puoi anche ammogliarti, se ti va. Miller l’ha fatto cinque o sei volte.

Tesla no, lui era coerente a se stesso, lui era celibe non per scelta, ma per necessità, lui doveva cercare se stesso nella luce infinita e… e l’ha forse intravista, quella mirabile fonte d’energia, con quel suo enigmatico e fuggevole brillio! Lui! Forse l’ha vista sì!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Vladimir Pištalo, Tesla, Bordeaux Edizioni, 2022

 

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