“Yara” film di Marco Tullio Giordana: un racconto sobrio e discreto dell’omicidio della giovane ginnasta

“Noi non puntiamo il dito su nessuno, desideriamo soltanto che nostra figlia faccia ritorno nel suo mondo…”

Yara film di Marco Tullio Giordana
Yara film di Marco Tullio Giordana

Il tema del film Yara, realizzato nel 2021 dal regista Marco Tullio Giordana, è un grave episodio di cronaca nera avvenuto in provincia di Bergamo nel 2010.

Solo un nome a titolare una pellicola di grande spessore emotivo, che dà al racconto maggiore incisività. Un nome, quello della protagonista di una vicenda fra le più cruente degli ultimi anni e rimasto nella memoria di molti, al fine di dare voce alla vittima e raccontare dell’aberrazione di cui è rimasta vittima la ragazzina.

Pellicola dedicata alla giovane ginnasta Yara Gambirasio (interpretata dall’attrice Chiara Bono), rapita e uccisa il 26 novembre del 2010, il cui corpo è stato ritrovato tre mesi dopo in un campo poco lontano dal suo luogo di residenza.

“Io leggo il suo diario tutti i giorni, non può essere sparita nel nulla…”

Come presentato nel film, grazie a una narrazione fedele ai fatti, fin dal momento della sua scomparsa la vita di Yara è stata scandagliata minuziosamente; cercando nel suo presente di adolescente una zona d’ombra, una fenditura dove il suo assassino potrebbe essere entrato per annientarla e negandole poi ogni possibilità di salvezza.

Da quando è uscita dalla sua abitazione per raggiungere la palestra frequentata abitualmente fino al tragico epilogo, quando il suo corpo senza vita è stata ritrovato presso Chignolo d’Isola.

Da subito, dopo la denuncia della sua scomparsa da parte del padre (interpretato da Mario Pirrello), prende il via un’indagine capillare per individuare il responsabile del rapimento.

A condurla è una donna (interpretata dall’attrice Isabella Ragonese), una PM coraggiosa e attenta ai dettagli, e persona che partecipa al dramma della famiglia, raccolta intorno ad un abituale e dignitoso riserbo, con empatia.

Come da prassi l’inchiesta si concentra sulle frequentazioni della ragazzina, scavando a fondo nelle sue abitudini per avere un punto di partenza solido. Ma nulla, niente che lasci presagire un lato oscuro di cui i genitori non sono a conoscenza.

La sua limpidezza, palesata da un volto pulito e dai tratti ancora infantili, non aiuta il magistrato e con lei le forze dell’ordine (Alessio Boni nel ruolo di ufficiale dell’arma) che la coadiuvano.

E neppure dalle telecamere di sorveglianza della palestra viene loro in aiuto, luogo deputato a praticare la ginnastica artistica, sua passione di sempre.

“I cani sentono qualcosa, dobbiamo sequestrare il cantiere, chiamare i RIS e perlustrare la zona centimetro per centimetro…”

Da prima i sospetti si concentrano su di un giovane operaio marocchino (Aiman Machhour), che si rivelerà assolutamente estraneo ai fatti, in seguito a un fraintendimento circa una frase pronunciata da lui e tradotta impropriamente.

“Cosa fa dottoressa?” “Voglio verificare la traduzione dall’arabo…”

Poi, l’indagine riprende a ritmo serrato, nonostante il magistrato sia attaccato da più parti. Non esclusa la politica. Accusata di sperperare denaro pubblico per portare a termine un’indagine che si rivela molto complessa, la donna non si lascia intimorire dalle accuse che le vengono rivolte, e in collaborazione con carabinieri e polizia, oltremodo coinvolta emotivamente nella vicenda, non si dà per vinta.

“Il dibattito fra le forze politiche è acceso… a cominciare da un eccesso di garantismo per proteggere i criminali…”

Yara film - storia vera
Yara film – storia vera

Affronta il malumore che si agita intorno alla sua figura con coraggio e caparbietà, tali da contraddistinguerla per il suo alto senso delle istituzioni. Che la porterà infine a identificare il responsabile dell’omicidio grazie al ritrovamento del suo DNA rinvenuto sui poveri resti di Yara. Non prima però di intraprendere un’esplorazione investigativa sul territorio con strumenti d’indagine capillari.

“Abbiamo qualcosa di concreto su cui lavorare… usare il DNA per trovare l’assassino…”

Grazie al prelievo del DNA a numerosissimi abitanti della zona, in numero prossimo ai 18mila campioni, viene identificato infine un giovane, che seppur estraneo ai fatti possiede un DNA con circa 50 punti corrispondenti a quelli di Ignoto 1, come viene definito dagli inquirenti il responsabile dell’uccisione, vista la sua identità ancora sconosciuta. Anche se il legame fra queste persone si rivelerà essere inesistente, perché i due neppure si conoscono.

Passaggi filmici, questi, tratteggiati dal regista con tatto e discrezionalità.

È poi grazie ad un’intuizione del PM, coadiuvata dai RIS, che si arriva a conoscere l’identità del padre biologico di Ignoto 1, che si scoprirà essere nato da una relazione extra-coniugale di un uomo della zona, ormai deceduto, con la madre dell’assassino.

Momento clou del film, evidenziato in maniera equilibrata, senza soffermarsi su dettagli scabrosi.

Riesumato il corpo dell’uomo, anche questo momento cruciale narrativo mostrato con apprezzabile misura, la paternità di Ignoto 1 è quindi conclamata.

Ma, per arrivare a conoscere l’identità di Ignoto 1 e tracciarne un preciso profilo occorre prima conoscere l’identità della madre; con ogni probabilità una donna del luogo, vista la relazione affettiva intrecciata con il defunto padre dell’assassino, a suo tempo anche lui residente in zona.

A venire in soccorso agli inquirenti a questo punto è una nuova intuizione. Supportata anche in questo caso dalla prova scientifica del DNA. Sono numerose le donne della zona a cui viene prelevato il codice genetico da comparare poi con quello della donna che molti anni addietro ha partorito l’assassino; donna identificabile con certezza perché il suo DNA rivela una specificità che distingue il suo codice genetico da quello di altre donne: l’allele 26, una delle molteplici varianti genetiche presenti nel DNA che l’assassino ha ereditato dalla madre.

A fare la scoperta, audace e sintomo di rara intelligenza, è una giovane e valente ricercatrice, già in procinto di lasciare il suo incarico perché scaduti i termini del suo contratto. Ma, colpita emotivamente dall’uccisione della giovanissima vittima, va oltre a quelle che sarebbero le sue mansioni, e con una minuziosa ricerca riconosce nell’acido desossiribonucleico una peculiarità insita nel DNA della madre dell’assassino e trasferitagli per via genetica.

È dunque risalendo alla madre di Ignoto 1, che gli inquirenti arrivano a conoscere l’identità di suo figlio, nato da una relazione estranea al suo matrimonio. Appurata quindi l’identità della donna, non manca molto per scoprire quella di Ignoto 1.

Esclusi gli altri figli della donna, è la sua storia sentimentale con il padre biologico dell’uomo a dare agli inquirenti l’input per procedere in quell’indagine che si apre a interpretazioni inconfutabili.

Sebbene la madre dell’assassino rifiuti di ammettere i fatti che hanno portato al concepimento e alla nascita dell’uomo con gli occhi azzurri, dato certo fornito dall’elaborazione del suo codice genetico. Ma, a sconfessare le dichiarazioni della donna, che nega ogni verità, c’è il DNA del padre biologico di Ignoto 1, ormai deceduto, che pesa su di lui come un macigno, inchiodandolo alla sua terribile responsabilità.

Da quel momento l’assassino di Yara non è più ignoto, ma riconoscibilissimo in mezzo a una sconfinata molteplicità di persone. Oltre al suo DNA, reperito sugli indumenti della ragazzina, sono numerosi gli indizi che incastrano il muratore di Mapello alla sua colpevolezza, grazie anche a intercettazioni telefoniche e ambientali. Non ultima la sua presenza più e più volte, a bordo del suo furgone, oggetto anch’esso di indagine, nei pressi della palestra frequentata da Yara. Sorvegliato a debita distanza, e poi fermato dai carabinieri per un controllo, gli viene prelevato il DNA. A questo punto la corrispondenza fra il suo codice genetico e quello del cosiddetto Ignoto 1 non lascia alcun dubbio: totalmente corrispondente esclude qualsiasi possibilità che non sia lui l’autore del delitto.

È lui che ha sequestrato Yara, cercando di abusare del suo giovane corpo, lasciandola poi in completo abbandono in un campo innevato frequentato da tossici e prostitute, fino al sopraggiungere della sua morte per ipotermia, più che per le ferite che le sono state inferte.

Yara film di Marco Tullio Giordana
Yara film di Marco Tullio Giordana

Dopo 3 gradi di giudizio, durante i quali gli avvocati difensori del muratore si sono battuti per cercare inopportunamente e offrendo alla Corte false interpretazioni dei fatti, e creando ostacoli di ogni sorta, l’assassino di Yara è stato condannato al fine pena mai. Oltre ogni ragionevole dubbio.

“Immaginiamo che qualcuno le abbia offerto un passaggio, Yara è in ritardo e accetta. È qualcuno che conosceva bene?”

Pellicola raccontata come una cronistoria dotata di grande umanità e sviluppata in maniera garbata, accompagna lo spettatore nella visione seguendo il filo degli avvenimenti; a partire dal ritrovamento del corpo di Yara, soffermandosi poi sulle principali figure che hanno dato un’impronta precisa all’inchiesta per individuare il colpevole di una tragedia per nulla annunciata.

Narrazione inframezzata da brevi flashback per disegnare la ragazzina nella sua quotidianità, in sinergia con le amiche e con i suoi familiari. Che hanno visto dilaniata la loro vita di gente perbene votata a costruire una rara unità familiare.

Al film di Marco Tullio Giordana va dato il merito, uno soprattutto, di aver rispettato con estrema fedeltà lo svolgersi dei fatti offrendoli con discrezione e sobrietà, senza ricorrere a spettacolari effetti cinematografici.

Imploriamo pietà! Ridateci nostra figlia!”

 

Written by Carolina Colombi

 

 

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