“Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone” di Enzo Ciconte e Giovanna Torre: un ritratto preciso e puntuale

“L’immagine che si ha di Falcone è quella di un uomo austero, serio, misurato, dal sorriso ironico, che incuteva rispetto e soggezione, riservato, alieno dalla spettacolarizzazione della sua persona”.

Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone
Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone

Sono cinque le sezioni che compongono il volume Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone curato da Enzo Ciconte e Giovanna Torre ed edito da Edizioni Santa Caterina nel 2019. Ma numerose sono le testimonianze contenute nel testo, che partecipano a restituire di Giovanni Falcone un ritratto preciso e puntuale. Di Falcone magistrato come di Falcone uomo, da cui si evince la straordinaria forza delle idee, vissuta in sinergia con i suoi collaboratori.

“La vicenda umana e giudiziaria di Falcone, quella che più conta e che più può interessare, inizia la mattina del 29 luglio 1983, quando il consigliere istruttore Rocco Chinnici viene ucciso con un’autobomba insieme al maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi…”

Come è nata l’idea di un libro su Giovanni Falcone? Si chiede Enzo Ciconte nella presentazione del saggio, quanto mai esplicativa. È un prologo, se così lo si vuole intendere, che l’autore condivide con il lettore circa il dove e quando è nato il bisogno di raccontare di un magistrato che tanto si è speso per sconfiggere il fenomeno mafia. Ed è con un’affermazione che risponde a se stesso e ai lettori che si cimentano in una lettura importante, per quanto il personaggio in questione meriterebbe una più ampia discussione.

La decisione di riferire dell’operato di Falcone è nata in seguito al successo ottenuto da una serie di incontri, elaborati presso il Collegio Santa Caterina da Siena di Pavia. Incontri molto partecipati, da parte di pubblico e di studenti, dove l’argomento principe contemplava una dissertazione di non semplice speculazione: Alle origini delle stragi del’92. Il maxiprocesso di Palermo.

Data l’ampia bibliografia già dedicata a Falcone, perché scrivere ancora di lui? Si chiede inoltre Ciconte. Solo per ribadire una verità, risponde; per non dimenticare che, se oggi il magistrato è considerato un eroe, lo è stato anzitutto in vita.

Da qui, ecco nascere una serie di riflessioni da cui è scaturito il desiderio di raccogliere le voci di coloro che hanno conosciuto Falcone o hanno collaborato con lui. Testimonianze vive, persone le cui vite si sono intrecciate a quella del magistrato; ricordi lucidi e autorevoli da cui si evince un quadro d’insieme che non è per nulla scontato, e tantomeno stucchevole.

“Chi era Giovanni Falcone? La sua natura era fondamentalmente quella di una persona seria, schiva, di poche parole, diffidente, che sembrava voler mantenere le distanze, che poteva anche diventare aggressio se il suo interlocutore si mostrava superficiale e disinformato…”

Figura fra le più importanti nella lotta alla mafia, Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio del 1939. È il 1958 quando si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, per entrare in magistratura dopo aver vinto il concorso. Da prima è sostituto procuratore e giudice istruttore a Trapani, dove resta per ben 12 anni, durante il quale istruisce il primo processo a una banda mafiosa della zona. Segnato profondamente dalla morte del padre, in Falcone avviene un cambiamento a causa di fattori esterni e di origine privata.

È il 1976 quando Enrico Berlinguer porta il PCI a conquistare un enorme seguito elettorale. Affascinato dalla figura del leader, Falcone ne segue l’operato e fa suoi i principi professati dal politico. Sperequazioni, focus del malessere sociale, sono fra questi.

Giovanni Falcone - Paolo Borsellino
Giovanni Falcone – Paolo Borsellino

Tornato a Palermo nel 1979, città in fibrillazione per l’uccisione del giudice Cesare Terranova, Falcone assume un nuovo incarico presso il tribunale palermitano. A Terranova succede Rocco Chinnici, il quale propone a Falcone di ricoprire un incarico all’Ufficio istruzione della sezione penale. Ad affiancarlo sarà Paolo Borsellino, dal cui connubio nasce una bell’amicizia, che sarà esempio di lealtà e di sinergia d’intenti fino alla sua morte.

Nel frattempo, sopraggiunti gli anni Ottanta, a Falcone viene affidata l’inchiesta che vede l’impresario Rosario Spatola coinvolto in una vicenda di stampo mafioso. Spatola è imprenditore che rappresenta il volto per bene, seppur fittizio, di Palermo: dà lavoro a numerosi operai, anche se nel frattempo ricicla il denaro proveniente dal traffico di eroina dei clan siciliani in stretta connivenza con quelli americani.

Da questo momento Falcone dà una sua personalissima impronta alle investigazioni. E questo fa di lui un innovatore. Comprende che, per venire a capo di indagini complesse, occorre ‘seguire il denaro’; si tratta, in realtà, di costruire il percorso del denaro utilizzato per traffici loschi, tramite un’indagine patrimoniale e bancaria capace di offrire una visione d’insieme su cui indagare.

Grazie a un attento controllo, superata l’avversione delle banche, il magistrato intuisce cosa e chi si nasconde dietro ai soldi, ovvero l’organizzazione Cosa Nostra, una gigantesca struttura criminale che gestisce il traffico di droga.

Quando Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, viene ucciso, si intravede la pericolosità del percorso investigativo intrapreso da Falcone, e gli viene assegnata la scorta. Michele Sindona è un nome che dice molto a coloro che hanno in mente quel periodo dei veleni. Ed è ancora il magistrato, grazie a un’indagine capillare, a smascherare il finto sequestro del banchiere, architettato alla vigilia del giorno in cui sarebbe dovuto andare in giudizio.

Per indagare su tale figura Falcone si reca in America, dove a New York collabora con agenti del FBI e della DEA, collaborazione che darà un risultato importante, in quanto viene sgominato il traffico di eroina nelle pizzerie. Saltato all’onore della cronaca, riconosciuto come giudice e uomo integerrimo, riscuote successo e stima.

Sono gli anni dell’ascesa dei Clan dei Corleonesi, che s’impongono con omicidi e attentati dinamitardi. A conferma di ciò, per mano mafiosa muore Pio La Torre, uomo delle istituzioni, e il generale Dalla Chiesa, appartenente all’arma dei carabinieri.

Anche Boris Giuliano, capo della mobile di Palermo, cade sotto i colpi dei mafiosi. A breve distanza l’uno dall’altro, anche Emanuele Basile, capitano dei carabinieri, condivide la stessa sorte del primo.

Dopo aver istruito il processo contro Spatola, in conseguenza del quale il boss viene condannato a 10 anni di reclusione, seppur latitante, viene riconosciuta la validità di quello che viene definito il ‘metodo Falcone’.

“La strategia che si voleva attuare era infatti quella di avere un gruppo di magistrati esiguo cui erano affidate tutte le indagini sulla criminalità organizzata di tipo mafioso…”

Il pool antimafia, di cui in passato si è molto parlato, nasce da un’idea di Rocco Chinnici, che si avvale della collaborazione di Falcone, di Borsellino e di altri magistrati. È il 1983 quando il procuratore Chinnici cade anch’esso sotto i colpi della mafia; il suo successore è Antonino Caponnetto, il quale dà ampio spazio al piano investigativo ideato da Chinnici e portato avanti da Falcone e Borsellino. Progetto, che prevede l’assoluta condivisione di tutte le informazioni fra i componenti del pool, a garanzia di un più ampio quadro d’indagine e di una visione delle diverse sfaccettature del fenomeno mafioso. Modalità di investigazione questa, di indiscutibile efficacia e presupposto per le indagini successive.

Giovanni Falcone
Giovanni Falcone

Una svolta epocale, al fine di arginare il malaffare praticato dalla mafia, avviene con l’arresto di Tommaso Buscetta, che sarà un collaboratore di giustizia. Le sue dichiarazioni sono determinanti per comprendere a fondo la struttura mafiosa ed offrire una chiave di lettura dell’organizzazione.

È il 1985 quando la mafia continua ad esercitare il suo potere con mezzi assolutamente violenti: Giuseppe Montana e Nini Cassarà, uomini delle istituzioni e stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, sono anch’essi vittime eccellenti dell’apparato mafioso.

Per istruire il primo grande processo per mafia, i due magistrati, affiancati dalle loro famiglie, per motivi di sicurezza, si ritirano all’Asinara, isola che un tempo ospitava un carcere di massima sicurezza. Il maxiprocesso di Palermo, così come viene definito, otterrà un risultato importante di pesanti condanne per coloro che sono accusati di reati gravissimi. Per il pool è questo un evidente successo, e motivo di gratificazione per l’impegno che i giudici hanno impresso ad un lavoro certosino.

Nominato procuratore, Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Marsala. Anche Caponnetto deve abbandonare la professione per motivi di salute e raggiunti limiti d’età.

Per Falcone sarebbe stato il momento giusto per prendere in mano la guida del pool, ma il nome del successore di Caponnetto non è quello di Falcone, come in molti si aspettano, ma di un altro magistrato. Le cui conseguenze provocano sono aspre polemiche fra i magistrati, che fanno di Falcone un uomo solo e un obiettivo maggiormente vulnerabile.

Ma non è questa la sola mortificazione che l’uomo deve subire: gli ostacoli per continuare a osteggiare il potere mafioso sono ancora molti e difficili da superare. Anche perché il nuovo procuratore smantella il pool, e i metodi investigativi tornano a essere quelli di anni prima.

A questo punto, come è prevedibile, Falcone diventa un facile bersaglio.

L’occasione avviene durante una vacanza in famiglia, quando un borsone carico di tritolo viene piazzato in prossimità del suo alloggio: l’attentato fallisce e miracolosamente il magistrato si salva. Da più parti, ovvero da magistrati che sostengono Falcone, vengono lanciate svariate accuse. Si sostiene che i responsabili del gesto potrebbero essere pezzi dei servizi segreti deviati in accordo con la criminalità organizzata, i quali hanno agito per conto della mafia.

Negli ambienti giudiziari si ‘vocifera’ di un possibile ‘corvo’, alludendo ad un magistrato, che spedisce lettere anonime al Palazzo di Giustizia di Palermo, con lo scopo di diffamare Falcone e alcuni suoi colleghi. Missive in cui vengono imputati a Falcone gravi nefandezze, e soprattutto di non aver operato correttamente, oltre che aver manipolato i collaboratori di giustizia.

Ma la stagione dell’odio sembra non finire qui.

Piersanti Mattarella
Piersanti Mattarella

In un clima avvelenato, sono altri i pentiti che collaborano con la giustizia e danno informazioni utili per identificare i responsabili degli omicidi di Mattarella e di Pio La Torre, evidenziando una realtà nuova che coinvolge il mondo della politica, in stretta connessione con quello della mafia.

Per i ‘delitti politici’ siciliani, su cui Falcone continua a indagare, la Procura di Palermo chiede il rinvio a giudizio dei vertici di Cosa Nostra e di alcuni esponenti dell’estrema destra. Ovviamente, a trarre vantaggio dall’atmosfera di rabbia che si respira a Palermo è la mafia.

Mentre Giovanni Falcone avverte, come una concreta realtà, di essere in serio pericolo.

“Giovanni Falcone non sognava di diventare un eroe. Voleva soltanto essere un magistrato efficace. Efficace perché sostenuto dalle istituzioni. La mitizzazione celebrativa fatta dai media, così come dall’opinione pubblica, dopo la sua morte, potrebbe dunque impedire di cogliere la sua reale natura, e svalutare la portata della sua lezione di serietà e di solitudine…”

Nel 2020 Falcone avrebbe compiuto 81 anni, se non fosse stato ucciso a Capaci.

Luogo diventato simbolo di un disegno di giustizia fallito. E, dove un visionario, un uomo giusto che si è battuto per una causa superiore, ha perso la vita nel più orribile dei modi.

Brevemente, come sono andati i fatti in una radiosa giornata di maggio, in cui ben cinque vite sono state spezzate da una ferocia che va oltre la più lugubre immaginazione.

Ma, per morire di maggio “ci vuole tanto, troppo coraggio”, come recitano i versi del cantautore genovese Fabrizio De André, in una sua struggente lirica, che ben si adattano a questa triste circostanza.

Infatti, lui, Falcone, giudice onesto e lungimirante, con le sue azioni ha dimostrato di possedere una dote che non è di tutti. Perché non è solo un magistrato inflessibile: Giovanni Falcone è soprattutto un uomo coraggioso.

È dunque il 23 maggio 1992 quando mani assassine piazzano un’enorme quantità di tritolo in prossimità dell’uscita autostradale di Capaci.

L’aereo, di ritorno da Roma, su cui viaggia il magistrato è da poco atterrato a Palermo, città emblema del potere mafioso; le auto blindate che ospitano il magistrato, sua moglie e gli uomini della sua scorta sono tre; la quarta, guidata da un mafioso segue a una certa distanza il piccolo corteo.

Il tritolo, 1000 chili circa, è stato collocato in un cunicolo al di sotto dell’autostrada, e viene fatto esplodere con un telecomando guidato a distanza da un soggetto appartenente al sistema mafia, che con quel gesto dà il via alla conflagrazione del micidiale carico. Ed è così, nel più brutale dei modi, che hanno perso la vita Falcone, sua moglie e gli uomini della sua scorta.

Con questa aberrante modalità si è concluso un capitolo importante della storia italiana, in cui innocenti, il cui contributo al servizio dello Stato ha avuto un peso rilevante non solo per il passato, ma anche per i tempi a venire, hanno lasciato i loro affetti più cari. Mogli, figli, madri e padri rimasti a piangere su ciò che forse si poteva evitare, ma probabilmente non c’era la volontà di farlo.

Alla sua morte Falcone lascia un’ampia eredità a coloro che gli succedono; un’eredità che ancor oggi contempla provvedimenti importanti: normative atte a contrastare e reprimere il fenomeno mafioso.

“Voci diverse, tutte autorevoli, tra altre decine che si sarebbero potuto scegliere…”

Come già detto, in un testo di circa 140 pagine viene riferita l’attività di Falcone, filtrata dall’occhio attento di osservatori d’eccezione. Magistrati, che l’hanno affiancato e sostenuto durante la sua operosa attività. Testimonianze corroborate anche da validissime attestazioni d’affetto. Sono pagine di memorie, testimonianze vive, di episodi privati che tratteggiano la figura di un uomo incline anche all’affettuosità, nascosta dietro a un atteggiamento di riservatezza. Rappresentanti delle istituzioni, le quali raccontano delle difficoltà che Falcone ha incontrato in vita, degli attacchi subiti all’interno della magistratura, delle mortificazioni che ha dovuto ingoiare per andare avanti sulla strada che aveva scelto di percorrere. E non sono stati pochi quelli che hanno ostacolato l’operato di un uomo fedele alle istituzioni a cui aveva giurato il suo impegno, anche a costo di sacrificare la propria vita.

Un ostracismo pagato a caro prezzo dal giudice e dall’uomo, che ha visto soccombere anche la propria moglie e i compagni di tanti giorni vissuti insieme.

Accusato di manipolare la situazione a suo vantaggio, Falcone ha risposto con la compostezza che lo ha sempre contraddistinto. Non ha reagito in malo modo alle accuse infamanti che gli sono state rivolte, accuse strumentali e pretestuose per screditare la veridicità delle sue affermazioni.

“Già Chinnici aveva attuato un cambio di passo dell’ufficio istruzione, dando all’azione di contrasto alla mafia una priorità assoluta…”

Giovanna Torre - Giovanni Falcone - Enzo Ciconte
Giovanna Torre – Giovanni Falcone – Enzo Ciconte

È un ritratto attento e accurato, con molti aspetti inediti, quello che viene dal saggio Giovanni Falcone, l’uomo, il giudice, il testimone. Che apre uno scenario nuovo, ed è strumento per ampliare la conoscenza dell’operato di un uomo che non voleva essere un eroe, ma un giusto che fa la cosa giusta per il bene della collettività. Quello offerto dal saggio è uno scenario differente da altri cui il lettore può aver avuto notizia attraverso telegiornali e servizi d’inchiesta dove, con informazioni approssimative o falsate da una realtà dei fatti, si sono rivelati elementi fuorvianti.

“La Cosa Nostra è un’organizzazione articolata e complessa ma con una sostanziale unicità, con rigide ‘giurisdizioni’ e con il totale controllo delle attività economico-criminali nei territori in cui si considerava sovrana…”

Un saggio, in definitiva, il quale ha lo scopo di fare memoria su ciò che è stato Falcone e ciò che ha rappresentato. Da cui si evince in maniera compiuta, non tralasciando nulla, dello zelo e della limpidezza che hanno sempre animato il suo esercizio.

Mette in rilievo tutto: i suoi successi, quando sentiva di essere ormai prossimo a smascherare connivenze e individui connessi o appartenenti al sistema mafia, e poi le difficoltà, quelle dovute a male interpretazioni oppure create ad hoc proprio per ostacolare il percorso di colui che non desiderava altro che dare una bella ‘ripulita’ di gente incline ad un profitto illecito, al soldo di politici senza scrupoli pronti a fare della cosa pubblica un uso delinquenziale. Ma soprattutto un abuso a danno della collettività tutta, mandando alla deriva uno Stato, in conseguenza del quale risulta come uno stato debole e alieno dai sani principi promulgati dalla Costituzione.

 “Ho scritto questa lettera non per uno scopo emotivo, né tanto meno per una sorta di iattanza o mancanza di rispetto nei confronti di questo consesso; ma perché mi rendevo conto, in un momento in cui si avanzavano pesantissimi sospetti, basse insinuazioni, nei miei confronti, di dovere essere più libero possibile affinché quello che io ho da dire, oltre che ad essere la verità, apparisse per quello che è…” – Giovanni Falcone, dal discorso al CSM

 

Written by Carolina Colombi

 

2 pensieri su ““Giovanni Falcone. L’uomo, il giudice, il testimone” di Enzo Ciconte e Giovanna Torre: un ritratto preciso e puntuale

  1. 23 maggio 1992 – Giovanni Falcone

    il suo sorriso calmo
    sfottente sotto i baffi
    e subito un lampo duro
    negli occhi fissi
    sul racconto di un impegno
    che è dura lotta
    a scapito della vita…

    e quando il giorno
    del supremo sacrificio
    è arrivato con il suo carico
    di crudeltà e di micidiale potenza
    qualcuno avrà gioito
    ma in molti abbiamo pianto…

    poi migliaia di pugni alzati
    e grida di rabbia nella navata
    zeppa di bieca autorità
    e la voglia accesa
    di riprendere il testimone
    della sua corsa irta
    d’ogni specie di ostacolo
    per un traguardo da osare…

    oggi, che della dura gara
    si ricordano altri caduti
    meno famosi forse
    ma non meno importanti
    qual‘è il crudo bilancio?

    io non lo so
    ormai sono alla finestra
    e non vedo molta luce
    fra ombre qua e là fitte
    ma so che ci sarà sempre
    chi quel testimone
    saprà raccogliere

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