Opere postume del Signor abate Pietro Metastasio, date alla luce dall’abate Conte di Layala

“Dovunque il guardo giro, immenso Dio,

ti vedo; nell’opre tue t’ammiro, ti riconosco in me.

La terra, il mar, le sfere parlan del tuo potere:

tu sei per tutto; e noi tutti viviamo in te.” – Pietro Metastasio

Pietro Metastasio
Pietro Metastasio

Le Opere Postume del Signor abate Pietro Metastasio (Roma, 3 gennaio 1698 – Vienna, 12 aprile 1782, pseudonimo di Pietro Antonio Domenico Bonaventura Trapassi) furono raccolte e fatte stampare a Vienna nel 1795 dal Conte Sebastiano di Layala, che dopo la morte di Metastasio raccolse in tre volumi una selezione di appunti personali sui classici greci e latini che occupa parte del primo volume, e una grande quantità di lettere scritte e ricevute da Metastasio nel suo periodo viennese.

Critico verso il Barocco, combattuto tra lo studio dei classici e l’Illuminismo, Metastasio divideva la sua vita tra una grande opera di studio sui miti meno noti del mondo classico, sulla loro attualizzazione e traduzione in lingua italiana, sulla semplificazione del linguaggio (con una particolare attenzione all’uso della parola nel modo più chiaro ed inequivocabile possibile), e la vita da poeta e musicista di corte, a causa della quale Metastasio fu duramente criticato da Alfieri e Manzoni.

Abbiamo selezionato per celebrare la sua nascita (il 3 gennaio) due lettere in cui particolarmente emerge il peso di questa grande responsabilità.

 

A Niccolò Jommelli – Roma

Vienna 8 aprile 1750

Oggi sarò breve, se potrà riuscirmi con voi. Ne ho certo gran bisogno perché ho gran penuria di tempo. Io sono di quei poveri goccioloni destinati a dover fare sempre quello che men vorrebbero. Mi piacerebbe verbigrazia di trattenermi col mio Jomella, e sono condannato a rispondere a tutti i ranocchi di Parnaso, che domandano per lo più correzioni per esigere panegirici: a cento indiscreti che mi prendono senza conoscermi per loro commissario generale. Or mi trovo assediato da musici, che pieni di buona fede credono ch’io possa far di ciascun di loro un Roscio Amerino solamente per manuum impositionem: ora uccellato da altri, che protestano lo stesso, credendo tutto il contrario e procurando di guadagnare il mio voto con questa simulata umiltà, alla quale mi suppongono per buona grazia loro puerilmente sensibile. Oggi si celebra il nome del conte; dimani la nascita della marchesa; torna quell’amico, bisogna correr col benvenuto; parte quell’altro, bisogna augurar buon viaggio; mademoiselle si sposa e si congratula; madama è di parto e si trotta. Un ministro è promosso ad maiora: un altro si fa applicar un cristiere, proficiat: insomma fra queste incomode inezie, che si chiamano uffici civili, fra l’andare, il venire, le riverenze, i complimenti, le offerte, le proteste, e molte altre gentilissime maniere di rompersi scambievolmente il più bel di Roma, ci troviamo al fine della settimana stanchi, rifiniti, senza aver fatto cosa alcuna. Veramente io strasecolo, quando rifletto che ci è così cara la vita, e ne perdiamo la più gran parte. Ma voi siete pure il gran cicalone! Venghiamo una volta a noi. Mi rallegro con chi vi ha resa in Roma giustizia e con eleggervi alla direzione dell’armonico Vaticano e con esentarvi dalle leggi comuni. Facendo altrimenti avrebbe fatto maggior torto al suo giudizio che a voi. Vorrei che i comodi corrispondessero al decoro, e che né questo né quelli s’opponessero alle mie speranze di rivedervi, d’abbracciarvi e di trovarmi altre volte con voi alle nozze del piacere con la ragione, che nelle note degli altri stanno quasi sempre in discordia. Basta: voi sapete le mie regolette morali d’approfittarmi quanto l’onestà permette del presente e di sperar sempre bene del futuro. Onde godo de’ vostri vantaggi e non dispero de’ miei. Addio.”

 

A Francesco Algarotti – Berlino

Vienna I agosto 1751

Pietro Metastasio
Pietro Metastasio

[…] Or, per terminare il racconto, questo mestiere mi divenne e grave e dannoso; grave perché, forzato dalle continue autorevoli richieste, mi conveniva correre quasi tutti i dì, e talora due volte nel giorno istesso, ora ad appagare il capriccio d’una dama, ora a soddisfar la curiosità d’un illustre idiota, ora a servir di riempitura al vuoto di qualche sublime adunanza, perdendo così miseramente la maggior parte del tempo necessario agli studi miei: dannoso, perché la mia debole fin d’allora e incerta salute se ne risentiva visibilmente. Era osservazione costante che, agitato in quella operazione dal violento concorso degli spiriti, mi si riscaldava il capo e mi s’infiammava il volto a segno maraviglioso, e che nel tempo medesimo e le mani e le altre estremità del corpo rimanevan di ghiaccio. Queste ragioni fecero risolvere Gravina a valersi di tutta la sua autorità magistrale per proibirmi rigorosamente di non far mai più versi all’improvviso […], a cui credo di essere debitore del poco di ragionevolezza e di connessione d’idee che si ritrova negli scritti miei. Poiché, riflettendo in età più matura al meccanismo di quell’inutile e maraviglioso mestiere, io mi sono ad evidenza convinto che la mente condannata a così temeraria operazione dee per necessità contrarre un abito opposto per diametro alla ragione. Il poeta che scrive a suo bell’agio elegge il soggetto del suo lavoro, se ne propone il fine, regola la successiva catena delle idee che debbono a quello naturalmente condurlo, e si vale poi delle misure e delle rime come d’ubbidienti esecutrici del suo disegno. Colui all’incontro che si espone a poetar d’improvviso, fatto schiavo di quelle tiranne, convien che prima di rifletter ad altro impieghi gl’istanti che gli son permessi a schierarsi innanzi le rime che convengono con quella che gli lasciò il suo contraddittore, o nella quale egli sdrucciolò inavveduto, e che accetti poi frettolosamente il primo pensiero che se gli presenta, atto ad essere espresso da quelle benché per lo più straniere, e talvolta contrarie al suo soggetto. Onde cerca il primo a suo grand’agio le vesti per l’uomo, e s’affretta il secondo a cercar tumultuariamente l’uomo per le vesti. Egli è ben vero che se da questa inumana angustia di tempo vien tiranneggiato barbaramente l’estemporaneo poeta, n’è ancora in contraccambio validamente protetto contro il rigore de’ giudici suoi, a’ quali, abbagliati dai lampi presenti, non rimane spazio per esaminare la poca analogia che ha per lo più il prima col poi in cotesta specie di versi. Ma se da quel dell’orecchio fossero condannati questi a passare all’esame degli occhi, oh quante Angeliche si presenterebbero con la corazza d’Orlando e quanti Rinaldi con la cuffia d’Armida! Non crediate però ch’io disprezzi questa portentosa facoltà, che onora tanto la nostra spezie; sostengo solo che da chiunque si sagrifichi affatto ad un esercizio tanto contrario alla ragione non così facilmente:

. . . . . . . . carmina fingi

posse linenda cedro, et levi servanda cupresso.

[…]”

 

Giura il nocchier che al mare/ non presterà più fede,/ ma, se tranquillo il vede,/ corre di nuovo al mar./ Di non trattar più l’armi/ giura il guerrier tal volta,/ ma se una tromba ascolta,/ già non si sa frenar.– Pietro Metastasio

 

 

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