“Dio di Illusioni” di Donna Tartt: il desiderio di vivere per sempre seguendo ciò che consideriamo bello

“Bellezza è terrore. La bellezza è raramente consolatoria. Quasi l’opposto. La vera bellezza è sempre un po’ inquietante. E se la bellezza è terrore, cos’è il desiderio? Riteniamo di avere molti desideri, ma di fatto ne abbiano soltanto uno. Qual è? Vivere per sempre!”

Dio di Illusioni

Vermont, Costa nord-orientale degli Stati Uniti. In una prestigiosa università di questo stato si consumano le vicende di un gruppo di ragazzi – cinque uomini e una donna – viziati e solitari, appartenenti alle famiglie ricche o meno americane, amanti – più che altro ossessionati – dallo studio del greco antico e dalle varie storie mitologiche che riguardano quell’antico popolo che tanto ha affascinato milioni di storici in tutto il mondo.

Sei ragazzi e il loro carismatico ed eccentrico professore di greco antico, Julian, animati da tanta passione, da tanta bellezza, ripercorrono nel corso delle loro lezioni ogni atto, ogni desiderio di quel popolo antico, come nell’illusione di essere essi stessi parte di quel popolo, parte di quel sogno che li ha catapultati fuori dalla realtà di tutti i giorni.

Sei ragazzi – Richard, Henry, Bunny, Francis, i gemelli Charles e Camilla –, a modo loro, diversi gli uni dagli altri, ma uniti da qualcosa che li porta a non separarsi mai, a trascorrere tante ore del giorno, della notte insieme, ubriacandosi, facendo uso di droghe, inventando giochi erotici, di tutto ciò che li aiuti a tenersi aggrappati a quel sogno, a quell’illusione che tanto sentono di appartenere, di vivere.

Come se null’altro importasse o esistesse. Come se non ci fosse futuro.

Unioni, legami di sangue che possano tenerli “svegli”, sempre più vivi. Alla ricerca di Dionisio, di quel Dio di Illusioni che tanto rincorrono, cercano, percepiscono, sentono.

Finché una notte non avviene qualcosa che li farà crollare. Qualcosa che li unirà ancora di più, che li trasformerà fino a portarli alla più completa pazzia, a non capire più dove stanno andando, cosa stanno facendo, quali sono i passi da compiere per evitare di essere scoperti.

Cosa è successo? Cosa li ha travolti fino a quel punto? Dove li ha portati quell’ossessione di vivere Dionisio? Saranno ancora in grado di reggere il gioco, di nascondere le loro paure, il loro disagio a chi li circonda, anche al loro amato professore? O crolleranno? E se crolleranno, saranno capaci di rialzarsi, di ricostruire la loro vita, riprendere le redini della propria vita?

E poi dove andranno? Dove finiranno? Morirà qualcosa dentro loro?

Domande che accompagnano i lettori di un romanzo particolarmente tortuoso, ma allo stesso tempo affascinante, di quasi 630 pagine. Uno di quei romanzi difficili da abbandonare – almeno per me è stato così -, che sembra di vivere davanti ai tuoi occhi quanto descritto.

Ossia quel “Dio di Illusioni” di Donna Tartt, pubblicato nel lontano 1992 con il titolo “The Secret History”, e tradotto in lingua italiana da Idolina Landolfi per la Casa Editrice BUR Contemporanea, di cui tanto si parlava fino a qualche anno fa come uno dei romanzi che gli studenti universitari dovrebbero leggere.

Donna Tartt - Photo by Beowulf Sheehan

Un romanzo, come detto, molto tortuoso, a causa delle tante descrizioni cui la Tartt attinge pagina dopo pagina, descrizioni che potrebbero indurre il lettore a lasciare il libro a metà, ma che allo stesso tempo, non possono essere considerate banali perché senza questi dettagli non ci è possibile capire i comportamenti dei personaggi, le loro scelte, i loro stati d’animo, come accadono gli eventi raccontati.

Un romanzo particolarmente difficile da classificare. Non si può definire un thriller, tantomeno un psico-dramma. Forse si potrebbero mischiare diversi generi fino a renderlo un romanzo molto ipnotico e vivo.

Scritto in prima e terza persona, sia singolare che plurale, seguendo la penna di Richard, uno dei protagonisti, l’ultimo arrivato nel gruppo. Colui che, arrivato dalla California, da cui è fuggito a causa dei pessimi rapporti con la sua famiglia, voleva entrare ad ogni costo nella classe di greco di Julian, tanto da ignorare l’esistenza di altri corsi, corsi che potevano aiutarlo a laurearsi senza difficoltà. Invece lui niente. Sente il bisogno di riprendere a studiare greco antico e, ostinatamente, vuole entrare in quella classe. Perché? Cosa ha colpito il nostro Richard, tale da sentirsi così attratto da quei cinque ragazzi che seguono già le famose lezioni di Julian?

È anche questo uno dei motivi per cui non si riesce a mollare il romanzo: perché ci sentiamo tutti un po’ Richard. Vogliamo seguirlo nel suo nuovo viaggio in questa raffinata università del Vermont, vogliamo ascoltare i dialoghi tra lui e il resto del gruppo, capire cosa cercano. Li accompagniamo a cena, alle feste, nei loro sogni, mentre passeggiano da soli o insieme ed è come se loro fossero con noi, come se ne percepissimo la presenza vicino a noi, mentre ci incamminiamo nei meandri di questo labirinto, spiegandoci ogni cosa. Empatia, come dire.

Dio di Illusioni” è l’illusione di vivere dentro un sogno o una realtà parallela, lontano dai rumori molesti della vita di ogni giorno. È un grido infinito di parole che mescolano bellezza e desiderio, quel desiderio di vivere per sempre, racchiusi in una bolla gigantesca che non si distruggerà mai.

È la bellezza che identifichiamo nel terrore, nel vedere ogni cosa che ci attrae, come il bello che non muore mai.

 

Written by Daniela Schirru

 

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