Luis De Gongora: il poeta andaluso che dalla ricchezza si ritrovò in povertà

Luis De Gongora y Argote nacque l’11 luglio 1561 a Cordova. Dopo una gioventù sregolata prese una carica ecclesiastica, divenendo Prebendario del Capitolo nella Cattedrale di Cordova.

Visse modestamente, nella solitudine della provincia, assorto negli studi e intento a scorgere nella profondità della sua mente lo stimolo rivelatore di nuove architetture sintattiche, di impreviste forme del linguaggio e della poetica.

Salito in fama come poeta, nel 1613 va a Madrid, dove è subito nominato Cappellano reale. Nella fatua vita delle corte invecchia e si consuma, senza trarre vantaggio dalle sue amicizie con cardinali e principi, anzi fronteggiando difficoltà finanziarie, fino a quando la sua cattiva salute li riduce a Cordova, nel 1627, l’anno della sua morte.

È pieno di debiti, ed il suo testamento non sarà che un elenco di creditori (vi figurano il calzolaio di casa, il venditore di olio e perfino la bizcochera Inés de Moral per una quantità imprecisata di biscotti) che egli raccomanda ai suoi esecutori testamentari, nella fiducia che vengano pagati forse con la liquidazione dei suoi diritti e dei suoi beni, nominando da ultimo erede universale di quanto poteva rimanere la sua anima, affinché per lei si spendessero e distribuissero quei denari che certo sognava.

Era vissuto sulla soglia della ricchezza e della potenza, aveva conosciuto la fama: in quegli ultimi giorni non gli restano più, a suo dire, che i libri, il patio e il barbiere.

La mattina del 23 maggio di quell’anno si affaccia alla finestra per l’ultima volta. Non vede più le case di fronte e la piccola chiesa della Trinità a lato della piazzetta, ma solo una grande macchia azzurra. Ritorna a letto, facendosi il segno della croce. Si ridistende, dopo quegli ultimi passi verso l’abisso e si compone per la tomba.

Così lo troveranno poco dopo gli amici e, come immagina Lorca, usciti sul balcone guarderanno sopra le terrazze di Cordova il giorno della sua morte.

Le sue opere, rimaste quasi del tutto inedite, vengono pubblicate quello stesso anno a Madrid e ripubblicate nel 1630, nel 1633 e 1644-1648. Si chiudono le polemiche acese sul “culteranesimo” e per tutto il secolo la nuova scuola ha un incontrastato dominio. Nel XVIII secolo, Gongora è quasi totalmente dimenticato. Gli studi sulla sua opera riprendono nell’800 e i Simbolisti ne ripropongono il nome in tutta Europa, mentre, in Germania, Wölfflin imposta da un nuovo punto di vista tutta la questione del Barocco.

Alle soglie del Novecento, con l’edizione fondamentale Foulché-Delbosc (1921), si apre la strada alla rivalutazione dell’opera del grande poeta andaluso, che trova una continua, seppur non sempre evidente corrispondenza nei movimenti vitali della lirica contemporanea e fornisce stimolo ad un fervido riaffiorare di istanze estetiche.

Stante ciò, sarà forse possibile riscrivere la storia dell’età barocca nelle quale acquistino ben altro peso e ben altro senso le esigenze ideali di tutta l’epoca che sta tra il Rinascimento e l’Illuminismo, vale e adire di quell’epoca che vide formarsi una nuova immagine dell’Universo.

 

Written by Alberto Rossignoli

 

Bibliografia

L. De Gongora, “Sonetti funebri”, SE, Milano 1997.

 

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