Life After Death: l’incontro col Maestro Carlo Sciarrelli, Architetto del Mare

Life After Death: l’incontro col Maestro Carlo Sciarrelli, Architetto del Mare

Giu 23, 2018

“Or, per terminare il racconto, questo mestiere mi divenne e grave e dannoso; grave, perché forzato dalle continue autorevoli richieste, mi conveniva correr quasi tutti i dì, e talora due volte nel giorno istesso, ora ad appagare il capriccio d’una dama; ora a soddisfar la curiosità d’un illustrissimo idiota; ora a riempire il vuoto d’una qualche sublime adunanza, perdendo così miseramente la maggior parte del tempo necessario agli studj miei.“Opere postume del signor abate Pietro Metastasio, date alla luce dal signor abate Conte d’Ayala; tomo II; In Vienna nella Stamperia Alberti; MDCCXCV

Carlo Sciarrelli

Accomiatatomi dai miei illustri ospiti, lascio Genova con qualche dubbio ‒ che approfondirò più avanti ‒ riguardo l’Ammiraglio Doria e messer Giannettino.

Costeggio la Liguria di Levante, verso le Cinque Terre e la Toscana, mi aspetta davvero un lungo, lunghissimo viaggio attorno a tutto lo stivale d’Italia. Con un poco di riluttanza, entro in Adriatico, e risalgo verso il golfo di Venezia.

L’autunno è alle porte, le flotte stanno facendo rientro negli arsenali delle grandi potenze marittime. A Venezia avrò l’occasione di scoprire quali posizioni prenderà la Serenissima sullo svolgersi della lotta per il dominio sul Mediterraneo.

Perso in questi pensieri ad un certo punto, al largo di Lissa, non credo ai miei occhi: un moderno sloop anni ’50 sbuca fuori dal canale di Curzola, e punta deciso verso di me. Sulla randa, il numero velico “I-151” lo identifica come Anfitrite, il progetto 001* di Carlo Sciarrelli.

Son certissimo di essere nel 1543, da dove sbuca questa barca? La lascio avvicinare, rallento, voglio proprio vedere chi è, anche se la figura seduta al timone mi ricorda proprio il papà della barca.

Mi affianca, siamo a tiro di voce.

 

Carlo Sciarrelli: Seguimi. Andiamo a Lagosta.

C.F.: A Lagosta? E gli Uscocchi?

Carlo Sciarrelli: Non ci disturberanno.

Immediatamente una cortina di nebbia ci circonda e ci nasconde alla vista. Seguo l’Anfitrite sino alla rada di Zaklopatica, dove un alto promontorio ed uno strettissimo canale di ingresso nascosto tra alte rocce calcaree ci nasconde totalmente alla vista.  Ancoriamo, salgo a bordo di Anfitrite.

C.F.: Maestro, sono lieto di conoscerla, non mi aspettavo di incontrarla qui. Avevo intenzione di chiedervi un incontro alla fine delle mie indagini, ma vedo che mi avete preceduto.

Carlo Sciarrelli: Chiamami Carlo, e diamoci del tu, è più amichevole visto che navighi a bordo del 106*. Anche io amo la ricerca. Posso domandarti di cosa ti stai occupando e perché te ne vai a zonzo da solo per l’Adriatico con il Dragut?

C.F.: La barca si governa bene anche da soli, è sufficiente regolare bene i centri velici e la quantità di tela issata. Ma il mio viaggio nel ‘500 in realtà è cominciato a Cagliari, e mi ha portato a L…..a, Malta, Genova, Napoli, ed infine qui. Sto lavorando alla ricostruzione della storia di Dragut Raìs e della guerra di corsa nel Mediterraneo del ‘500. Ho incontrato Dragut, Andrea e Giannettino Doria e altri personaggi di quest’epoca. Ero in rotta per Venezia, per conoscere cosa si dice nei territori veneziani riguardo a questa spinosa situazione, ma apro molto volentieri una parentesi, e se ti fa piacere, vorrei che mi parlassi di te e delle tue barche.

Carlo Sciarrelli: Mi pare che altri lo abbiano fatto abbondantemente negli anni.

C.F.: È vero, ma leggendo quanto hanno scritto su di te, comprese le interviste, ho avuto l’impressione che ci sia stato uno scopiazzamento generale del tuo libro “Lo Yacht”, in alcuni casi parola per parola.

Carlo Sciarrelli: Sono le tipiche interviste di chi lavora nelle riviste di nautica con cognizioni molto limitate. Ora ti racconto… è accaduto talvolta che non capendo nulla di progettazione, si siano cimentati in domande molto superficiali ‒ forse dopo aver appena sfogliato il mio libro o leggendo le cronache delle regate ‒ e non essendo stato io in grado di soddisfarli con risposte altrettanto superficiali abbiano sostituito le mie parole riprendendo citazioni da “Lo Yacht”.

C.F.: Ah! Ti ringrazio Carlo, adesso hai svelato l’arcano di questa costante ripetizione. Posso farti qualche altra domanda? Parliamo per esempio di costruzioni navali in legno. Se è vero che questo materiale è stato utilizzato e collaudato da migliaia di anni nell’architettura navale e che, se curvato, flette in maniera armonica e naturale, quanto influisce questa sua caratteristica nello sviluppo delle linee di una barca?

Carlo Sciarrelli: Sì, soddisfa le tue curiosità, son qui per questo. Per risponderti… il metodo di tracciamento dei piani di una barca tradizionale è comune ed immutato nel bacino del Mediterraneo e non solo. Nei veri cantieri navali, non si è mai usato il disegno cartaceo come noi lo intendiamo, con le viste ortogonali, e le varie sezioni, ma si utilizzava una sagoma in legno che rappresenta la sezione maestra dell’imbarcazione, ossia quella centrale. Tracciata questa sul legno, con dei movimenti graduali attorno a un punto di rotazione, si tracciava tutto il resto delle ordinate della imbarcazione sia verso prora che verso poppa, sia che questa fosse piccola oppure grande come una nave. Il principio si basava su tre variabili: il restringimento del fondo, l’apertura verso l’esterno dell’ordinata (ossia l’ordinata che si svasa gradualmente verso l’esterno), e infine la riduzione graduale della curvatura del fianco. Come sai, l’ordinata non è un arco di cerchio, ma una parabola, che parte quasi dritta, e va via via curvando verso la chiglia. Questa sagoma, il sésto, come lo chiamiamo in Adriatico, si usa dall’interno, e il disegno della barca nasce “entro fasciame”. Questo metodo di tracciatura avveniva in maniera diretta sul legno, consentendo al maestro ‒ l’unico in grado di utilizzarlo e di trasmettere tale sapere agli allievi – di scartare eventuali difetti del legno, di sfruttare al meglio la disposizione della venatura, di ottenere il minimo spreco di materiale e di evitare dunque gli odierni errori dovuti sia all’ingrandimento dei piani in scala 1:1 sia ai passaggi di copie dal disegno cartaceo alla sala tracciati in cantiere. Questo metodo è stato trascurato dagli studiosi e architetti poiché ritenevano che non fosse presente geometria e progettazione nella costruzione degli scafi tradizionali. Si pensava che le imbarcazioni venissero costruite ad occhio.

Ride.

C.F.: Ecco perché i tuoi disegni sono tutti entro fasciame, come se la barca fosse disegnata dall’interno.In poche parole siamo davanti ad una sorta di regolo calcolatore che ci permette di avere in un singolo pezzo ogni informazione relativa alla imbarcazione?

Carlo Sciarrelli

Carlo Sciarrelli: Esattamente. In più consente una serie di modifiche a seconda che si voglia la barca più lunga, larga, capiente, robusta o leggera, naturalmente tenendo conto dei limiti del materiale e della sua flessibilità e lavorabilità.

C.F.: Possiamo affermare che uno scafo in legno è bello grazie all’armonia delle forme che assume il legno. Ma c’è anche il gènio umano dietro una bella barca?

Carlo Sciarrelli: Quando mi viene commissionato un progetto, cerco di elaborare al meglio il tema che mi viene proposto. E cerco anche di far sì che la barca sia bella.

C.F.: Quand’è bella una barca per te?

Carlo Sciarrelli: Una barca è bella quando esprime al massimo le qualità del suo tipo. C’è bellezza nello yacht a vela, c’è bellezza in un peschereccio, c’è bellezza in un motoscafo o in una nave mercantile.

C.F.: Sì concordo con la possibile bellezza di ogni tipo di imbarcazione ma tu sei passato alla storia per “la barca di Dio”. Infatti, in una intervista hai dichiarato che volevi dare “una veste medievale” al tema della progettazione navale. Sai che hai scatenato un bel putiferio tra gli appassionati di vela?

Carlo Sciarrelli: Tutti interpretarono quella provocazione come una mia ambizione: fare la barca “migliore”, quella perfetta! È doloroso per un giovane progettista scoprire che siamo condannati a far cose non perfette, ma è addirittura impossibile per lui pensare che ciò che si progetta non sia l’unica soluzione possibile. Il mio era un modo medievale di affrontare la questione: non esiste una barca perfetta, e quindi le altre sono sbagliate, non esiste una barca di Dio e quindi le altre sono del demonio.

C.F.: Eppure una volta hai affermato: “Stiamo costruendo la barca di Dio, devi darle il nome di un santo”.

Carlo Sciarrelli: Hai rischiato di navigarci sopra.

C.F.: Dragut.

Carlo Sciarrelli: Giulio Ciani e Piero Crosato.

C.F.: E il San Nicolò. L’unica barca con due asterischi.

Carlo Sciarrelli: Un piccolo gioiello di 7.5 m. Giulio mi aveva dato tema libero. San Nicolò è il prototipo di Dragut.

C.F. Ma non gli hai concesso i due asterischi. Perché?

Carlo Sciarrelli: Dopo quella frase provocatoria Giulio mi disse: “Ah sì? E allora io la chiamo Dragut!”

C.F.: Ma dai! Non ci credo, è bastata solo quella frase per farti cambiare idea sulla barca di Dio?

Carlo Sciarrelli: No. In realtà al progetto furono fatte parecchie varianti in corso d’opera che io non volevo autorizzare.

C.F.: E come andò a finire?

Carlo Sciarrelli: Claudio, cossa g’ho da dirte? Finiva sistematicamente in gran baruffe in osteria con davanti folpetti in umido e vin, e la sera tutti amici come prima. Le barche si decidono con le gambe sotto una tavola.

C.F.: Sei stato preso per la gola! Come ti hanno convinto ad autorizzarle?

Sciarrelli: Alla fine li lasciai perdere, concessi le modifiche, ma mi dimenticai di consegnare la tavola col piano di coperta della barca!

C.F.: Mi è stato raccontato da Giulio. È impazzito per anni cercando di trovare un rimedio.

San Nicolò – Carlo Sciarrelli e Giulio Ciani Bassetti

Carlo Sciarrelli: Mi piace provocare. Ma vedo che sei arrivato a soluzioni interessanti. Fiocco bomato, paranchi, amantisenali addirittura. Dove sei andato a pescare queste intuizioni?

C.F.: Carlo, siamo nel 1543. St.Ann verrà varato fra poco meno di 300 anni, giusto? La mia intuizione è nata ragionando su come fosse possibile che, nel ‘700, un ragazzino dodicenne ed un cuoco potessero essere in grado di condurre da soli un Baltimor Schooner mentre l’equipaggio intero era a pesca sui dory. Studiando le imbarcazioni di quell’epoca ho scoperto che i fiocchi bomati e le vele autoviranti erano più che conosciute, ed i paranchi erano ampiamente collaudati da migliaia di anni. Al timone del Dragut mi sono innamorato della sua estrema semplicità che mi ha permesso di armarla applicando le tecniche del ‘700. E son conscio che questa intuizione non è applicabile alle imbarcazioni moderne.

Carlo Sciarrelli: Le barche moderne non hanno più molto da dire, oltre alla ricerca della velocità ad ogni costo, compresa la pericolosità estrema e la fragilità. E ovviamente una quantità di persone di equipaggio incredibile per farle andare.

C.F. Questo vale per le barche da record. Ma le barche per viaggiare?

Carlo Sciarrelli: Negli anni 2000 ci sono state richieste alle quali in passato si è già data adeguata risposta. Oggi nessuno ricorda, nessuno studia, nessuno sa. Bisogna sempre ripartire da zero ad ogni progetto, bisogna pensare alla navigazione a vela come se fosse un esperimento che si ripete all’infinito da molto, moltissimo tempo. Per farti un esempio, quando un committente commissiona una barca veloce e di poca fatica, con gli alberi bassi, poco pescaggio, ed un certo tipo di arredamento, per riuscire a soddisfarlo, nella casistica ci sono moltissime risposte antiche ma nessuna moderna.

C.F.: Quindi se ho ben capito, al variare delle richieste, i progettisti perdono un mucchio di tempo a “reinventare” soluzioni tecniche già note in passato? Alla luce di ciò, secondo te cosa è moderno e cosa non è moderno in una barca?

Carlo Sciarrelli: Esatto. Con l’apertura del mercato nautico che si è vista tra il 1990 e gli anni 2000, e le eredità concettuali delle barche da regata degli anni ’80 del ‘900, è aumentata la richiesta di barche da crociera conducibili da una coppia coi figli. Ma concettualmente, non è moderno stare sopra una barca con poco equipaggio, non è moderno avere una barca con una murata bassa e in cui riesci a camminare piacevolmente sulla coperta con mare formato senza rischiare di essere sbalzato fuori bordo. È moderno stare su una barca scomoda in coperta, dove in realtà si passa la maggior parte del tempo, leggerissima, con molta vela, pericolosa, con verricelli per manovrare e angoli di sbandamento vertiginosi. Se un committente mi chiede di evitare i winches, e avere vele poco faticose, gli antichi hanno trovato già le risposte, i moderni no. Ciò che intendo dire, è che se scelgo un taglio antico, è per le sue soluzioni tecniche, non per scimmiottare una estetica antica. Se invece mi si richiede una barca faticosa su cui cambiare molte vele, piena di winches, su cui far spesso spinnaker o gennaker – perché i proprietari si divertono un mondo a farlo – i progettisti moderni hanno risposto molto meglio. Viceversa, se si vuole una barca su cui non far mai un cambio vele, perché la carena è fina e la barca corre già così, anche con poca vela, si ha poca scelta. Le barche moderne non lo fanno.

C.F.: Quindi anche le tue barche “classiche” non possono essere considerate antiche, ma bensì barche moderne che trovano risposte antiche ai desiderata di un armatore odierno?

Carlo Sciarrelli: Esattamente. E questo avviene attraverso uno studio che ricerca la perfetta armonia tra linee e soluzioni che si adattino all’ambiente esterno (mare), alle tradizioni, e che siano adeguate ai desideri di coloro che poi dovranno navigarci, in un perfetto equilibrio tra materiale, forma e dislocamento. Questa è la barca di Dio!

C.F. Carlo, ho una curiosità: tutti gli amatori delle tue barche conoscono la tua storia: tuo papà era un ferroviere, e anche tu hai lavorato in ferrovia. Ma da dove arriva questo tuo dono nella progettazione?

Carlo Sciarrelli: A Trieste ho sempre visto navigare le barche a vela, ne rimasi affascinato fin da ragazzo. Non il fascino che si prova all’idea di fare i passeggeri col drink in mano su un bel panfilo a vela, come molti del volgo fanno. Io ero affascinato da come esse potessero avere origine da elementi legati alla terra, e muoversi nell’acqua grazie al vento. Mi affascinava capire come viene ideato, progettato, costruito un essere simile, di cui pochi eletti conoscono i segreti. Coi miei risparmi acquistai una vecchia passera istriana, con cui cominciai a navigare e appresi i primi rudimenti sulla costruzione navale tradizionale in legno. Poi iniziai a studiare seriamente la progettazione e la costruzione navale. Acquistai i primi libri. Pochi in italiano, devo dire.

C.F.: Per quanto concerne i libri, purtroppo è ancora così. Ma non puoi aver appreso tutto da solo. Hai avuto un maestro?

Carlo Sciarrelli: Do una grande importanza al sapere, ma anche al saper fare. Ai primi tempi regatavo sul “beccaccino”. Dopo una regata a Venezia, uno dei partecipanti fece riportare la barca a Trieste a rimorchio da un peschereccio che faceva oltre 7 nodi. Il beccacino non ha una carena tale da poter fare quelle velocità senza ribaltarsi inesorabilmente, ma qui viene l’esperienza dei marinai: presero un pietrone dai murazzi di Venezia, lo caricarono a poppa del beccacino, zavorrandolo, e questo prese a seguire il peschereccio come una paperella. Fu in quell’occasione che incontrai il mio maestro: Artù Chiggiato. Il mio secondo punto di riferimento è stato Bruno Veronesi.

C.F.: Grazie a loro hai avuto accesso ai libri e ai disegni su cui studiare?

Carlo Sciarrelli

Carlo Sciarrelli: Grazie ad Artù ho potuto conoscere Illingworth, Robb, Fife, Olin Stephen, Rubin de Cervin e altri grandi illuminati della progettazione navale e della storia ed arte navale, sia nei libri che di persona, al “tavolo dei senatori” dell’Harry’s Bar.

C.F.: E per il sapere pratico?

Carlo Sciarrelli: Venezia ai tempi era ricca di mastri d’ascia. Da Artù ai Tagliapietra, ai Tramontin, Bovo, Menetto, Amadi… E poi i cantieri tradizionali della costa Istriana e dalmata.

C.F. Finché poi nasce Anfitrite, la barca su cui ci troviamo in questa bella baia. Qual è il suo segreto?

Carlo Sciarrelli: Ho sempre avuto il gusto di conoscere bene le cose a cui mi dedico: dalla pittura alla musica, alla letteratura, e ovviamente anche le barche. Amo sapere come erano fatte le altre, quelle degli antichi, quelle del mondo. La barca è una macchina che va per la sua forma. La carena di una barca è una “pancia” che andando avanti deve diventare “zero” e andando indietro deve diventare “zero”. Questa pancia diventa “niente” solo in due modi, da migliaia di anni. O fa la forma di una “mandorla” e la punta diventa il “davanti” – la prua – ma anche la poppa, oppure si appiattisce e fuoriesce dall’acqua. Per migliaia di anni questi due metodi sono stati giusti per tutti. Se osserviamo alcune costruzioni tradizionali, osserveremo che nelle sezioni, l’origine delle ordinate della carena si diparte a ventaglio da un singolo punto di origine, che poteva essere alto o basso, esterno allo scafo. E allora mi sono detto: se il punto esterno in alto è giusto, e anche quello basso è giusto, se io porto questi punti all’infinito su rette parallele, posso arrivare ad avere tutti e due i punti in una barca sola. E così è nato il mio progetto n.001*. “Anfitrite”.  Era il 1960, avevo 23 anni, e quella barchetta andava dannatamente bene! Ho la casa piena di coppe che vinsi alle diverse regate, con oltre un’ora di distacco sul secondo alla prima regata, quando l’alternativa già c’era: erano quelle barchette moderne con la deriva e il timone separato.

C.F.: Carlo, posso chiederti perché sei qui nel Mediterraneo del ‘500?

Carlo Sciarrelli: Amo quest’epoca: la musica, la pittura, la letteratura e l’architettura. È molto vicina alla mia sensibilità. E amo conoscere la storia direttamente dalle fonti, attraverso la lettura e la conoscenza del linguaggio. Per questo sono qui.

C.F.: È il mio stesso motivo oltre all’indagine che sto portando avanti e di cui ti ho precedentemente parlato. C’è un altro dettaglio sulla tua vita a cui spesso penso… se non sbaglio, dopo il 2006, le tue barche sono andate oltre il mito, nel senso che continuano a navigare in modo eccellente con i loro devoti armatori. Pensi che le tue barche possano aver un’anima?

Carlo Sciarrelli: Le mie barche sono Anima. Le mie barche SONO. Per cui io non sono mai morto.

C.F.: Mi soffermerò a lungo su questa tua risposta. Ti ringrazio.

Carlo Sciarrelli: Posso farti una proposta ora? Ti andrebbe di visionare i piani di coperta del preogetto 106*?

C.F.:

 

Written by Claudio Fadda

 

 

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