Tra luci, colori e suoni: i 30 anni del Cirque du Soleil

Tra luci, colori e suoni: i 30 anni del Cirque du Soleil

Ott 10, 2014

“Che gli interessi degli animali nei circhi siano sistematicamente violati è implicito nell’esistenza stessa di questa attività. Gli animali selvatici non appartengono al circo, ma ad ambienti in cui sono liberi di esprimere la loro natura, sia individuale che (come ad esempio nel caso degli elefanti) come membri di un gruppo sociale variabile, cosa che nessun circo può assicurare. Limitazioni di spazio, perdita della struttura sociale e comportamenti anomali sono le dimensioni della violazione degli animali nei circhi.” – Tom Regan

Le parole di denuncia, pronunciate dal filosofo statunitense Tom Regan (Pittsburgh, 28 novembre 1938), suonano con la forza prorompente di chi, come lui, pensa che non sia giusto servirsi degli animali per il circo; per divertire le famiglie, e, soprattutto, i bambini. D’altra parte è stato lo stesso Regan a dedicare studi sui temi dell’animalismo e dei diritti degli animali. La tesi sulla quale si basa il suo discorso è questa: gli animali non-umani sono «soggetti di vita», proprio come gli umani.

Tuttavia l’argomento è sempre fonte di grandi polemiche, perciò sullo sfondo si profilano due schieramenti: chi pensa che sia giusto non impiegare gli animali per gli spettacoli, chi, invece, non ci trova niente di male. Al contrario, considera questo tipo di spettacoli un divertimento per il pubblico. In realtà, gli esempi si sprecano in entrambe le parti. Ma coinvolgere gli animali per i numeri di circo è davvero necessario?

Il Cirque du Soleil è la più grande azienda privata che ha scelto una strada diversa dagli spettacoli che siamo abituati a vedere, poiché da un lato rispetta gli animali, non impiegandoli nei suoi numeri, dall’altro lato, invece, ha creato un complesso scenografico di enorme portata, giacché si esibiscono in tutti i continenti. Più di 150 milioni di persone hanno assistito alle loro esibizioni, che si distinguono per il mimo, le acrobazie e la giocoleria. Solo nel 2014 hanno attirato un cospicuo numero di spettatori (si stima 15 milioni).

Fondato nel 1984 da un ex-mangiatore di fuoco, Guy Laliberté, a Montreal (Canada), nella zona dove tuttora è presente la sede ufficiale, la compagnia ha pian piano incrementato sia il numero di spettori, sia dei suoi dipendenti (circa 3800), che interpretano 19 spettacoli contemporaneamente in tutto il mondo. Sebbene siano passati trent’anni dalla loro fondazione, mantengono ancora il prestigio e persino il riconoscimento da parte delle associazioni animaliste, poiché non hanno modificato nulla dei principi che sono alla base della loro azienda.

Dapprima si contavano solo poche persone, fra le quali Gilles Saint Croix che camminava sui trampoli, Sylvian Néron, il giocoliere, Franco Dragone, che interpretava il pagliaccio triste, Daniel Gauthier, invece, si esibiva con i suoi numeri sulla fune, e, ovviamente, Guy Laliberté, il mangiafuoco che suonava anche la fisarmonica. Ma il successo è arrivato da sé e, trent’anni dopo, questi uomini così talentuosi possono dirsi soddisfatti, poiché il loro circo ha creato qualcosa di magico: un circo, sì, ma anche un teatro, e poi ancora un musical.

In realtà, Cirque du Soleil ha adottato un’immagine che vuole comunicare al suo pubblico la dinamicità della sua formazione e dei suoi spettacoli, favorendone l’immaginazione con l’uso di musiche scelte ad hoc, vestiti sfavillanti e multicolore, luci che accentuano l’esibizione degli atleti. Sì, perché l’azienda è rappresentata per il 40 per cento da acrobati che sono ex atleti, molti dei quali olimpionici. Tutto ciò ha permesso loro di ricevere importanti riconoscimenti internazionali, come la Canada’s Walk of Fame, una lista di canadesi premiati per il successo e la fama. La loro inclusione, nella lista già ricca di personaggi famosi – attori, registi, sportivi, allenatori, produttori cinematografici e musicali, cantanti, musicisti, ballerini, scrittori e artisti – è avvenuta nel 2002, da allora i creatori di quella lodevole compagnia hanno potuto incrementare le loro performance.

Ma in Europa, quali sono stati gli spettacoli più importanti? Alegría è senza dubbio tra i più famosi. Nato nel 1994, per festeggiare il decimo anniversario della fondazione del Cirque du Soleil, da parte di Guy e Daniel – che ha lasciato la compagnia nel 2001 –. nel 2006 è stato rappresentato in Italia – fra l’altro alle Olimpiadi di Torino –, l’anno dopo è stato portato in Inghilterra, Spagna e Francia. Tuttavia il 29 dicembre 2013, dopo quasi vent’anni e oltre cinquemila rappresentazioni, si è tenuto lo show finale; non con poca nostalgia da parte degli spettatori, che lo avevano seguito con affetto.

Sebbene sia stato interpretato per molto tempo, non vi sono tuttora delle spiegazioni chiare sul significato della rappresentazione. Il motivo è semplice: i personaggi non parlano, ma si esprimono attraverso il mimo e le performance acrobatiche. L’obiettivo è di raffigurare il potere e la sua trasformazione nel corso del tempo, in modo analogo al passaggio fra l’infanzia e la maturità. La scaletta è elaborata, nonostante subisca delle variazioni col tempo. I numeri sono, infatti, gli stessi, lo spettacolo invece si rinnova senza sosta. Il tutto si svolge sotto un grande tendone bianco – il Grand Chapiteau –, che può accogliere fino a 2500 persone. La musica è eseguita dal vivo, mentre i costumi sono molto elaborati, ma devono permettere il movimento senza alcun intralcio.

Si è parlato della musica dal vivo. In realtà, si distingue dalle musiche prodotte dal circo di stampo tradizionale, poiché oltre ad essere interpretata in esclusiva, usa strumenti diversi per lo più di atmosfera. Nello spettacolo Dralion si hanno, dunque, le percussioni in pieno stile italiano, che ricordano le composizioni di Nino Rota per alcuni celebri film diretti da Federico Fellini, ma anche musiche simili al repertorio di Ennio Morricone, Antonio Vivaldi e Henry Mancini. Invece per Alegría sono usate di più le fisarmoniche e i violini – per esempio un brano diventato famoso è Jeux d’enfants, la sigla del programma Ballarò di Rai 3 –, ci sono poi sassofoni e pianoforti, come nel caso dello spettacolo Zumanity, che comprende molti generi musicali d’ispirazione new age, world music e tango.

L’uno per cento del business stagionale – che, comunque, sono molti soldi – è devoluto totalmente alla beneficenza. Sì, perché Guy Laliberté ha pensato bene che il Cirque du Soleil potesse aiutare i giovani in difficoltà, i quali hanno anche una scuola interna allo stesso circo. Inoltre, gli accessori e i costumi di scena sono realizzati nella Fabrique di Montreal, un laboratorio che si trova in una zona difficile della città.  Di qui si nota il buon cuore di Guy, il quale si preoccupa invariantemente dell’uomo e degli animali. Non è un caso che la loro missione – definita nel 2004 – sia: «Aiutare le persone a esprimere i loro sogni per far sì che diventino realtà».

In un saggio, Modernità in polvere (Meltemi Editore, 2001) dell’antropologo statunitense Arjun Appadurai (Bombay, 1949), l’autore afferma che il concetto di cultura consiste nella rappresentazione mentale della differenza, che è il tratto più evidente. Seguendo questa logica di pensiero, che fa capo agli studi sulla riconfigurazione della cultura moderna causata dal fenomeno della globalizzazione e dall’avvento dei nuovi media – un approccio che può inserirsi all’interno dei Cultural Studies –, la differenza di cultura nel Cirque du Soleil è un fattore decisivo, poiché la collaborazione di diverse etnie rende tutto multiculturale. E la loro multiculturalità ha permesso di creare un linguaggio in comune, con il quale l’intero staff riesce a comunicare appieno con il pubblico, interagendo continuamente con esso e trasmettendo messaggi importanti. Forse è questo il motivo di tanto successo.

 

Written by Maila Daniela Tritto

 

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