Intervista di Daniela Montanari a Marcello Carrà, il pittore che utilizza la Biro Drawing Techniques

Intervista di Daniela Montanari a Marcello Carrà, il pittore che utilizza la Biro Drawing Techniques

Ago 10, 2014

“La realtà non è mai come la si vede;

la realtà è sopratutto immaginazione.”

(René Magritte)

Con tutto l’inchiostro che sta racchiuso in trentuno biro “Bic”, ha trasferito il degrado emotivo – da cui asserisce, deriva il degrado sociale – esponendo alla Home-Gallery MLB di Ferrara.

Marcello Carrà ha disorientato, manomesso, stralciato, riempito, strappato, ferito e poi straordinariamente curato “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo“.  A latere delle mostre permanenti di Palazzo dei Diamanti, Carrà ha quindi voluto rendere omaggio al Caravaggio spagnolo Francisco de Zurban, partendo da uno dei suoi dipinti più famosi che attendeva i visitatori: l’Agnus Dei.

Con la tecnica originale del tratto a biro “Bic” che gioca tutti i chiaro-scuri, i suoi  quadri vanno dalla più piccola dimensione del formato A4, fino a pannelli di 4 o5 metriper lato. Classe 1976, il Carrà ha frequentato prima un liceo a indirizzo scientifico e poi la laurea in Ingegneria Civile, e oggi di giorno è un Ingegnere e la sera un peculiare pittore.

Marcello è stato molto disponibile nel rispondere alle nostre curiosità. Buona Lettura!

 

D.M.: Grazie infinite per aver accettato questa intervista e per esserti  mostrato da subito cordiale; dai l’impressione di essere una persona introversa eppure disponibile a conoscere il nuovo, umile eppure consapevole del tuo talento: ti riconosci anche tu in questa breve fotografia di Marcello?

Marcello Carrà: Sinceramente non mi considero un talentuoso, semplicemente mi diverte molto disegnare e vedere cosa riesco a tirare fuori dalle mie mani e dalle penne biro che uso ormai da sei anni. Adesso sto cercando di interessarmi anche a nuove tecniche, ma sono certo che la penna biro resterà un caposaldo del mio lavoro e lo caratterizzerà ancora a lungo. Come persona sì, sembro introverso a chi non mi conosce, poi in seguito mi apro, forse anche troppo! Posso dire che la tua fotografia corrisponde sostanzialmente alla realtà dei fatti.

 

D.M.: Sei conosciuto notoriamente nella tua città, che ricordiamo essere Ferrara, per gli insetti e per le varie scrofe disegnate a più riprese. Citiamo l’annoso proverbio “del maiale non si butta niente”, per chiederti in realtà molto di più. Cosa ci vedi tu, nelle scrofe, che i più non riescono a scorgere?

Marcello Carrà: La serie sulle scrofe è collegata al mio lavoro precedente sugli insetti, perché volevo focalizzarmi su animali che l’uomo uccide senza particolare rimorso, quindi insetti, maiali e, in seguito,  pesci. L’uccisione di una scrofa assume anche aspetti più drammatici, in quanto viene eliminata quella che è la madre di una prole, che non ha alcun altro futuro se non quello di finire al macello. Questo destino, se trasposto in una condizione umana, ci appare semplicemente terrificante, ma noi non ci facciamo caso più di tanto. I miei disegni hanno voluto essere un omaggio ad animali che sono in sostanza sfruttati per il solo piacere del palato dell’uomo.

 

D.M.: Parlando invece degli insetti, che rappresenti su gigantografie a tutta parete, è forse per palesare che nell’apparente deformità, il cosmo è complesso, ordinato, bruttissimo eppure perfetto quanto necessario a se stesso?

Marcello Carrà: Gli insetti li ho trattati quasi come se fossero delle macchine, dei meccanismi perfetti, così come effettivamente sono! Non ho voluto fare delle anatomie precise, bensì un’interpretazione di quella che è la mia visione dell’insetto. Ho sempre corredato le opere con una lapide, che riportava date di nascita e morte, nonché la causa del decesso, spesso tragicomica, per sottolineare il valore del singolo insetto, non più visto come mero rappresentante della sua categoria, bensì come un individuo ben definito, in analogia a quello che succede all’uomo, che si sente senza dubbio appartenente al genere umano, ma rivendica la propria esistenza di singolo, con gusti e preferenze personali. Gli insetti sono animali piccoli, che però incutono timore ai più, mentre per altri non sono altro che fastidiosi scocciatori tra le mura di casa. Le mie gigantografie capovolgono quella che è la percezione reciproca tra uomo e insetto, e allo stesso tempo rappresentano una valorizzazione della loro estetica, che spesso non è neanche presa in considerazione. Anche il famoso “scarrafone” in realtà rivela una bellezza e una complessità inaspettate.

 

D.M.: Avendo visitato la mostra di Zurban e, immediatamente a ridosso, la  tua rielaborazione alla  Home-Gallery MLB di Ferrara, pensiamo che la fortuna si sia manifestata in tutte le sue forme. La tua presenza ci ha permesso di acquisire quel significato che tu stesso hai voluto dare a ogni raffigurazione alla tua quale ti sei ispirato.  Noi ti abbiamo visto negli occhi quell’orgoglio di padre di quando mostra i suoi figli al mondo. I quadri sono i tuoi figli?

Marcello Carrà: Le opere sono sempre figlie dell’autore, ma nel mio caso si può dire che il padre non è estremamente affezionato alle proprie figlie, a parte qualche rarissimo caso, e preferisce che vadano presto a vivere fuori di casa. È bello che ogni opera abbia il suo percorso: una volta creata, sono orgoglioso che possa portare un po’ di gioia nella casa di chi la apprezza, anche perché il cervello dell’artista è sempre concentrato sulle opere future!

 

D.M.: Per vivere fai l’ingegnere, e alle opere dedichi i tuoi pomeriggi. È una scelta data da “con la cultura non si mangia” o ami progettare a prescindere?

Marcello Carrà: La parte scientifica del mio cervello è sempre stata importante. Fare l’ingegnere mi ha insegnato un metodo, che poi io applico anche nel mio lavoro artistico, soprattutto nella programmazione della tempistica con cui procedere, sia per la creazione delle opere, sia per gli eventuali allestimenti delle mostre. Per ora continuo a fare l’ingegnere, sia perché mi procura quella “piccola” porzione di stress che sono convinto faccia bene alla salute, sia perché, in effetti, per campare serve eccome. Non so se potrei fare l’artista a tempo pieno, ogni tanto, credo, mi verrebbe nostalgia di qualche romantico calcolo…

 

D.M.: I tuoi studi verso gli insetti – e si nota anche una sincera passione – ti hanno permesso di disegnare opere che hanno acquisito particolare valore negli ultimissimi anni, e che in omaggio a Zurban sono divenuti un tutt’uno con l’Agnus Dei e forse con il nostro bisogno di essere assolti – con una crescente anaffettività che si sta spargendo nel mondo – con la paura della morte e l’occorrenza di andarle incontro con la pace nel cuore.  In definitiva, per chi si fosse perduto la tua mostra in omaggio al pittore mistico Francisco de Zurban pressola Home-Gallery MLB, dove potremo osservare e ammirare le tue opere, a breve?

Marcello Carrà: Le mie opere, sia quelle legate a Zurbarán, sia gli insetti, ma anche le rivisitazioni di Bruegel e Vermeer, sono sempre presenti presso la MLB Home Gallery di Ferrara, alcune esposte nella parte privata della Home Gallery, altre presso l’archivio della galleria stessa. A breve non propongo presso altri spazi queste opere legate alla metamorfosi dell’Agnus Dei, anche perché sto lavorando anche a nuovi cicli; ma non si sa mai, la programmazione è sempre in divenire.

 

D.M.: Ami l’arte fiamminga in generale oppure qualcosa in particolare ti lega a Bruegel, tanto da aver trasmutato i suoi quadri come “La torre di Babele”, “Il Banchetto Nuziale” piuttosto che “I pesci grandi mangiano i pesci piccoli”?

Marcello Carrà: Bruegel mi è sempre piaciuto perché, rispetto ad esempio a Bosch, c’è nelle sue opere un’attenzione maggiore alla quotidianità, agli aspetti popolari, mentre in Bosch predomina l’aspetto simbolico, che invece, per lo meno finora, mi ha sempre coinvolto meno. Sono rimasto molto colpito dai dipinti di Bruegel presenti al Kunsthistorisches Museum di Vienna, in particolare il Banchetto nuziale e la Torre di Babele, e ho deciso di proporli nella mia versione post-terremoto. È stata anche una sfida, perché sono dipinti davvero pieni di mille particolari, e a mio parere ogni opera deve essere appunto un duello con se stessi, un’avventura. L’arte fiamminga è piena di esiti di questo genere, basti pensare anche ad altri artisti con Van Eyck e Van der Weyden. Prediligo Bruegel, ma amo l’arte fiamminga in generale, così come in realtà amo l’arte di tantissime altre epoche.

 

D.M.: Il momento più bello: quando ti viene l’idea di cosa raffigurare, quando vedi la tua opera esposta in galleria, oppure quale momento corona di volta in volta quel tuo sogno?

Marcello Carrà: Ci sono tanti momenti belli. Quando mi viene l’idea, sento un’energia che mi nasce dentro e non vedo l’ora di sviluppare il mio pensiero sulla carta. Non bisogna spaventarsi all’inizio, perché quando tracci il primo segno, sai che ne dovrai fare altri diecimila (probabilmente molti di più a dire il vero). Mentre lavoro all’opera il divertimento è assicurato, e a fine giornata assaporo la soddisfazione di aver lavorato bene. La parte espositiva è quella che vivo con maggior contrasto, nel senso che sono orgoglioso di quello che ho fatto, ma allo stesso tempo non ci vedo nulla di così speciale. E poi mi metto sempre in discussione, ma questo è un aspetto che credo caratterizzi tutti gli artisti, altrimenti il proprio lavoro non evolve.

 

D.M.: Nei quadri di Marcello Carrà, come valore costante, cosa c’è che dobbiamo cercare, e che troveremo, con persistenza?

Marcello Carrà: Se parli di aspetti tecnici, sicuramente un gusto per la composizione che si sta accentuando più vado avanti nel mio percorso, prediligendo opere sempre più straripanti di particolari e dagli aspetti compositivi quindi un po’ “maniacali”. Dal punto di vista del concetto, finora ho trattato temi di carattere etico con quel pizzico di ironia che mi contraddistingue anche nella vita: la presunzione umana che sfida la natura, l’interesse per il mondo animale, la crisi morale dei nostri tempi collegata a quella economica e viceversa. Questi aspetti di carattere etico mi affascinano molto, perché sono convinto che è dall’etica del singolo e da una maggiore attenzione a tutto ciò che è “buon senso” che può nascere un futuro più ragionevole.

 

D.M.: Ricordiamo, appena prima del commiato, il sito dove si può scorgere in anteprima una sorta di degustazione della tua biografia e dei tuoi quadri rimandando al sito. Ultimissima domanda Marcello per gli amanti del gossip: Carrà e la penna biro “Bic” sono una coppia di fatto o un’avventura?  Ti immagini un futuro ancora insieme o stai valutando altre tecniche?

Marcello Carrà: Come dicevo prima, sto valutando anche altre tecniche, ma la penna biro resta in pole position, quindi siamo coppia di fatto a tutti gli effetti. Anche perché, ditemi voi, chi ti consente di fare una tale varietà di segni e di farlo a una gran velocità e con l’ulteriore possibilità di sfumare? Se l’avete, chiamatemi!

 

Written by Daniela Montanari

 

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Sito Marcello Carrà

 

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