Storia di Meryam, la donna che ha rischiato la morte per apostasia

Storia di Meryam, la donna che ha rischiato la morte per apostasia

Lug 3, 2014

Del suo caso hanno parlato giornali, organizzazioni per i diritti umani e le voci si sono rincorse su Internet, attraverso i social network e le pagine dei magazine online.

La storia di Meryam Yahya Ibrahim Ishaq, 27 anni, è quella di una giovane madre che, suo malgrado e attraverso varie peripezie dall’esito incerto, si è ritrovata a dover difendere dei diritti fondamentali per gli esseri umani, a dover lottare per avere salva la vita e la libertà di scegliere come viverla.

La sua vicenda, potenzialmente, poteva accadere a chiunque. Proprio così e per un motivo molto semplice: nessuno ha la possibilità di scegliere dove nascere e spesso neppure dove vivere (almeno la prima infanzia). Le variabili che creano la nostra esistenza e la nostra individualità non le possiamo proprio controllare e questo dovrebbe spingerci a riflettere sulle possibilità e i diritti che abbiamo, sui passi futuri che possono aiutarci a migliorare e sulla sensibilità riguardo determinate tematiche.

Dicendo questo arriviamo al secondo punto fondamentale di un’analisi  dei casi come quello di Meryam: l’errore più comune commesso da molte persone è quello di credere che gli avvenimenti accaduti in posti geograficamente lontani non riguardino loro e non abbiano alcuna conseguenza sulle loro vite.

Anche stavolta ciò è vero fino a un certo punto: no, nessun allarmismo, nessuna minaccia e nessun complotto dietro a queste parole. Solo l’invito a riflettere su ciò che accade lontano da casa nostra perché oggi viviamo in un mondo che assomiglia sempre più a una sorta di rete (non mi riferisco solo a quella virtuale) nella quale elementi individuali e fattori geopolitici non sono poi così distanti tra loro.

Le idee, le opinioni, i fatti e le notizie viaggiano dandoci nuovi stimoli per pensare e per avere nuova consapevolezza del mondo intorno a noi. Non è necessario che vi sia un pericolo reale per darci coscienza e conoscenza degli eventi; spetta a noi informarci e comprendere per formarci come persone ed evitare di cadere in trappole da cui è molto complicato uscire. Tale ragionamento si può applicare a tutto ciò che riguarda l’attualità nazionale e internazionale, dalla politica all’economia, dalla società alla religione.

Questa lunga premessa serve per entrare nel vivo della storia di Meryam, che è anche e soprattutto la vicenda di un essere umano privato della libertà e, subito dopo, la storia di una donna sudanese, una cristiana accusata di adulterio, apostasia e, per questo, incarcerata a condannata a morte.

Meryam, infatti, è figlia di un musulmano e di una etiope cristiana e ha sposato un uomo cristiano.

Secondo l’Islam, però, la religione attraversa le generazioni per via paterna, ovvero tutti i figli di padre musulmano “ereditano” la religione del loro padre, nascono musulmani e non vi è altra possibilità.

Inoltre, alle donne musulmane è consentito sposarsi unicamente con un correligionario (ciò non vale per gli uomini).

Secondo la Shari’a, in vigore in Sudan dal 1983, Meryam avrebbe violato entrambe le norme, rendendosi colpevole di adulterio e apostasia, per i quali, rispettivamente, sono previste le pene di cento frustate e la morte.

A nulla sono valse le contestazioni della giovane mamma, rinchiusa in prigione mentre era in attesa del secondo figlio, la quale ha sempre dichiarato di essere stata cresciuta unicamente da sua madre, dopo l’abbandono del padre e di appartenere alla comunità cristiana.

Le organizzazioni internazionali come Amnesty International e Italians for Darfur si sono mobilitate in favore di Meryam e persino Papa Francesco ha chiesto la sua liberazione e la cancellazione della pena.

Pochi giorni fa la tanto sospirata salvezza è arrivata, le condanne sono state annullate e Meryam ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Le vicissitudini, però, non sono finite: a causa di una presunta irregolarità nei documenti, Meryam è stata fermata all’aeroporto di Khartoum circa una settimana fa, dove si trovava con il marito e i figli (l’ultimo dei quali nato durante la prigionia), pronta a lasciare il Sudan.

Rilasciata dopo poche ore, la giovane attende ancora il nullaosta per partire, secondo quanto riferito dall’Agenzia Ansa.

I suoi avvocati sperano che la questione si risolva in pochi giorni e gli Stati Uniti, il Paese dove Meryam inizierà una nuova vita, si sono già attivati per aiutare e supportare la donna e i suoi familiari, insieme all’organizzazione Italians for Darfur e al suo presidente, Antonella Napoli, che hanno seguito tutta la vicenda e lottato con Meryam.

Questa è la storia di una donna che ha dovuto trovare il coraggio per spravvivere e della parola libertà ancora da scrivere per intero, ancora da realizzare, senza frontiere e senza barriere.

E la libertà è affare di tutti, talmente vicina a ciascuno di noi da toccarci la pelle, la mente e il cuore ogni giorno.

 

Written by Francesca Rossi

 

2 comments

  1. Davvero una brutta storia legata a regole fatte da uomini in cui, anche se solo marginalmente, c’entra la religione ed il fanatismo con cui spesso le sue regole vengono interpretate ed applicate.
    Sono felice di sapere che tutto si è concluso nel migliore dei modi.
    Un saluto

    • Per Meryam sì, o per lo meno nel 2014 era così, non ho però ricevuto nuove informazioni sul caso.
      Spero anche io che stia bene ovviamente, lo spero proprio.

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