“Adiosu”, cortometraggio di Martino Pinna: la Sardegna immortalata come terra di abbandono

“Adiosu”, cortometraggio di Martino Pinna: la Sardegna immortalata come terra di abbandono

Ott 16, 2013

“Un palmizio le cui foglie sembravano lame di spade arrugginite dal vento marino, sorgeva tra l’ultima casetta del villaggio e la landa che finiva col mare. Il villaggio pareva disabitato, e ad accrescere quest’impressione non mancavano qua e là alcune rovine coperte di musco giallastro e popolato di lucertole. Anche i muri della casetta del palmizio e quelli del cortile che la fiancheggiava, si sgretolavano e si slabbravano; e intorno alle finestruole dalle imposte scolorite si scorgevano le pietre rossiccie.”  Grazia Deledda, “Nel Deserto”

Il progetto indipendente di SardegnaAbbandonata – finanziato con le quote della raccolta fondi su Produzioni dal Basso – ha prodotto un interessante ed affascinante cortometraggio di Martino Pinna fra crudo realismo ed evocazione magico-simbolica, carichi, entrambi, di ancestrali nostalgie, a sottolineare, con passione, una condizione esistenziale di sofferenza patita nello scontro con una dimensione storica spesso inaccettabile, frutto di scelte sconsiderate.

La Sardegna di “Adiosu è un territorio abbandonato ai veleni, che sanguina rottami e rifiuti di ogni genere: manichini, valigie, spaventapasseri, stracci e scarpe. Scarpe, perché l’uomo ha camminato su questa terra, anche se adesso – nel tempo ambiguo, sospeso tra passato, presente e futuro, scandito dalla voce di Gabriele Pibiri – l’uomo non c’è.

Sparito, del suo passaggio rimangono soltanto nudi nomi a cui corrispondono codici numerici stampati in un volume e i segni, tangibili, leggibili del suo passaggio.

Immagini perturbanti che si raccontano: paesi fantasma, ville e fabbriche che crollano su se stesse, dimenticate, mentre la natura a poco a poco si riprende ciò che è stato trasformato in cemento ed amianto, si infiltra fra le crepe della desolazione e avvolge con la sua insistenza quello che le giace addosso e che la ferisce, facendola ammalare. Perché anche la natura sembra malata, sporca, tutta rottami.

Sebbene questo corto non nasca come un documentario di denuncia resta, di fatto, un documento-monumento, testimonianza di chi si lascia coinvolgere e rimane affascinato dalla bellezza della sua terra natia trasfigurata e inquietante perché deturpata e decaduta. A immagini così non si resiste: indignazione e dispetto non tardano a farsi sentire.

Perciò resta l’amara consapevolezza della perdita: quella voce che accompagna le inquadrature ricercate, rese immediate dal montaggio deciso di Davide Lombardi e accompagnate dalla musica di Enrico Ruggeri, ci parla anche di un sogno: una piccola isola in mezzo ad un lago su cui si scorge una costruzione modesta con le campane, un posto dove si vuole arrivare.

È questo il modo migliore per dirci che abbiamo bisogno di vedere la terra prendere significato, non più ridotta a deposito di ciò che orami è superfluo, inutile e rovinato, di case che lasciamo crollare fradice e vecchie sotto il peso del nostro colpevole abbandono. Perché la terra non ha prezzo, ma è ugualmente preziosa. Perché possiamo coltivarla, ammirarla ed amarla, ma dobbiamo capire che troppo spesso l’abbiamo violentata, distrutta.

È quindi necessario intervenire e curarla dai veleni con cui l’abbiamo ammorbata e ridarle respiro alleviando il peso dei rottami e della case che abbiamo abbandonato come se all’improvviso ci fossimo dimenticati di averci vissuto.

Credo che niente meglio delle parole in lingua Sarda di Giuanne Chessa possano accompagnarci verso quell’isola misteriosa, dal fascino inquieto cui si spera un giorno si possa tornare. Arrivederci.

Adiosu S’ispera e su sole di caentet sa carena, ti ponzat in caminera, chin trassas antigas, po tenner gosu, fittianu, de su cas connottu.”

Lo spiraglio del sole ti riscaldi il corpo. Ti metta nel sentiero con antiche astuzie per avere quotidiana gioia di quello che hai conosciuto.” (Traduzione di Giuseppe Falchi)

 

Written by Irene Gianeselli 

 

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