“Qualcosa nell’Aria”, Après Mai: il 1971 di Olivier Assayas

“Qualcosa nell’Aria”, Après Mai: il 1971 di Olivier Assayas

Gen 18, 2013

Après Mai“, in Italia come “Qualcosa nell’AriaOlivier Assayas parla del 1971 in Francia, ma anche in Inghilterra, in Italia, in Nepal, e lo fa con una precisione nella ricostruzione impressionante.

 

Il 1971 fu l’anno in cui tra la polizia francese nascono i voltigeurs: due poliziotti in moto, quello dietro col manganello, per bastonare i manifestanti. Quell’anno c’era da bastonare: fu l’anno di grandi turbolenze nei licei parigini, che vivono in pieno l’ondata libertaria della controcultura.

Il film ci restituisce le assemblee, le letture (“I vestiti nuovi del compagno Mao”, come dimenticarlo!), le canzoni, i suppellettili, i ninnoli, i sogni, gli orari dei treni, le fotocopiatrici a manovella, tutte cose che si guardano e si dice o “Come avevo fatto a dimenticarlo!?” (appunto) o “Davvero era così?

Il nostro protagonista è Gilles l’esordiente Clement Metayer. È uno come tanti: innamoratissimo della fidanzata (non farà un dramma quando lei se ne andrà, ma al contempo non la scorderà mai), politicizzato, militante, preparato, caruccio. Sembra diverso dai suoi compagni con cui fa assemblee, distribuisce giornalini e fa raid notturni per appendere i manifesti, perché in primo luogo è critico. Lui, infatti, leggerà “I vestiti nuovi del compagno Mao“.

In secondo luogo ha un disegno di vita e per le due ore del film lo vedremo attaccato con le unghie e con i denti a quell’ideale. Lui sarà in pratica il solo (un po’ anche il suo amico Alain, che però una volta si contraddirà) a restare sempre coerente con ciò che lui è e ciò che lui vuole essere.

Non si accontenta: lascerà Christine quando si accorgerà che lei non è quel che lui vuole; non diverrà maoista; non smetterà di dipingere e quando deciderà di preferire disegnare, cambierà senza rimpianti, non rinuncerà all’esame di ammissione all’Accademia e se ne andrà a Londra. Anche la scelta di abbassarsi per un certo periodo a lavorare per film commerciali (Megrait) ha una sua logica sia per Gilles che per il suo progetto.

Attorno a lui ci sono tanti personaggi, dai due amici che vanno con lui in Italia, Christine (Lola Créton), Alain, Laure (Carole Combes, l’attrice più mediocre del gruppo), i compagni di lotta, il padre, il gruppo di americani … Anche Christine, la cui ambizione è stare in coppia e che pare rinunciare a tutto pur di avere un uomo accanto a sé, poi alla fine cambia idea e non ne è chiaro il motivo. Solo Alain, che ha una sua idea stringente di cosa sia l’arte, è comprensibile.

Il film è toccante, ti mette davanti alle scelte che tu hai fatto nella tua vita, ti vengono in mente mentre vedi quel che fa Gilles nel suo diventare grande, sbagliando, tornando indietro, sbagliando meglio, mantenendo la sua linea. Il finale è aperto, e come non potrebbe esserlo: sappiamo già che Gilles da grande farà il critico e poi il regista.

Il film non è mai nostalgico, e non cerca mai di commuovere. È più simile ad un documentario, i dialoghi sono pochi e le spiegazioni ancor meno, mentre ci mostra tutti i luoghi comuni dell’epoca, dai viaggi in India con yoga e meditazione all’aborto ad Amsterdam tipo gita scolastica, al prendersi e lasciarsi così, senza mai soffrire o in ogni caso, con filosofia.

Il film non  ha però come unico tema la formazione di Gilles. Un tema forte e centrale riguarda le frizioni nella dialettica interna al movimento rivoluzionario.  Gilles è critico e vuole sapere, Christina invece è tutta votata al movimento, e quasi cieca, ma alla fine è un’impiegata della politica: passa il tempo a contar la gente fuori dai cinema in cui si proiettano i film del suo comitato e a fare da segretaria. Alain abbandona la politica e sceglie l’arte. Il gruppo di comunisti cui il ragazzo è vicino, come molti degli ex compagni di classe e di lotta di Gilles, diventa maoista e si avvicina alla lotta armata (la scena dell’auto bruciata).

Gilles affascina perché lo spettatore di oggi è in lui che si immedesima: lui vuole fare l’artista e, nonostante la passione politica, non comprende e non condivide il modo in cui sono girati i film agitprop proiettati nelle piazzette dei paesi toscani da collettivi di cineasti che vanno in giro per il mondo a documentare le proteste operaie e contadine contro l’imperialismo dell’Occidente capitalista. Per lui, l’estetica viene prima ancora del contenuto, o a lui si accompagna. Ci vuole un linguaggio nuovo, mentre gli altri attivisti del collettivo (non per nulla hanno tutti una decina di anni in più di lui e gli rubano la morosa) dicono che ciò che conta è farsi capire, e per farsi capire si deve parlare nel modo in cui lo spettatore è abituato.

Gilles è un individualista. Tende sempre ad isolarsi e a guardare ciò che accade, e anche quando fa discorsi politici (solo nella prima parte del film, perché dall’Italia in poi non parlerà più di politica), punta all’individualismo e all’estetica. Lo vediamo, nella prima scena, tracciare con il compasso una bella A sul banco. Ecco, forse Gilles è un anarchico, forse non sa di esserlo, di certo gli piace, esteticamente, quella A. In fin dei conti, tra Laure (l’arte) e Christine (la politica) sin da subito sappiamo che sceglierà Laure, anche post mortem. Povero Gilles, è o troppo frikkettone o troppo politicizzato, a seconda di chi lo guarda. Ma in molti lo stimano, per questo: sei un artista migliore di me, gli viene detto, diverse volte.

Il film, poi, studia il rapporto tra vita, morte, politica e arte. L’arte deve piegarsi alla rivoluzione? Qual è il rapporto tra linguaggio e realtà rappresentata? o è superflua? la vita è politica o è arte? La violenza è accettabile? Sino a che punto? Non è che i ragazzi che vediamo combattere contro i celerini si facciano troppi problemi a mandarli in coma. Non sono molto diversi da coloro i quali combattono. Oppure no? Il film certamente non è a tesi, e ciascuno troverà quante più motivazioni vuole in appoggio della sua idea, qualunque essa sia: Olivier Assayas riesce a parlare di moltissime cose senza risultare pedagogico o pesante, anche se forse magari alcuni faranno difficoltà a seguirlo.

Assayas gira usando long take, splendidi dolly che dall’alto osservano gli imprevedibili spostamenti dei protagonisti, dialoghi tra primi e primissimi piani e spesso segue i ragazzi di spalle mentre si spostano da un punto all’altro in un modo che ricorda Kubrick. Ci sono anche momenti ironici, ad esempio l’autocitazione diretta de “L’eau froide” nella scena del falò.

La colonna sonora è semplicemente meravigliosa e comprende brani di Syd Barrett, Nick Drake, Soft Machine e Tangerine Dream.

 

Written by Silvia Tozzi

 

 

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: