“Lezioni di cammino” di Enrico Brizzi: l’incerto apprendistato delle orme

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Il sottotitolo di Lezioni di cammino di Enrico Brizzi è Dieci cose che ho imparato viaggiando a piedi. Prima constatazione: le ho lette, le ho assunte quasi inconsapevolmente e non le ho conteggiate. Non so pertanto se siano dieci o qualcosa di meno o di più. Penso ai comandamenti biblici. Quel numero serve a indicare l’esatto passaggio da una condizione all’altra. Cambia il contesto, cambia il numero. Cinque anni di scuola elementare, tre di media. La superiore consiste di cinque anni. L’istituto magistrale prevedeva quattro anni più uno che era di perfezionamento. Un attimo solo e torno, scusate. Ah, oggi si chiama Liceo delle scienze umane… Ce ne sono di inumane-disumane? Caspita! Una volta era di tre anni. Basta, rinuncio a tutta ‘sta burocrazia.

Lezioni di cammino di Enrico Brizzi
Lezioni di cammino di Enrico Brizzi

Passo alla disamina de Lezioni di cammino, senza tacere un fatto. Dal 16 gennaio 2014 posseggo una copia di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di cui so che è mitico, e null’altro. Lo leggerò. Quando sarà sarà. Lezioni di cammino mi fu regalato per il mio genetliaco. C’entra come i cavoletti di Bruxelles a una colazione consumata a Singapore: all’inizio del primo volume di Casa Desolata di Charles Dickens leggo che Sarebbe stato molto meglio, Esterina, che tu non avessi mai avuto un genetliaco, che tu non fossi mai nata. – è terribile! Ma c’è un fondo di verità: se quell’Esterina, gli autori delle opere citate e il sottoscritto non fossero mai nati non avrebbero scritto e letto alcun libro e il Kósmo sarebbe di tutt’altra natura: non necessariamente peggiore.

Pagina 40 (e poi non se indicherò sempre il numero corrispondente, ché quando si cammina, si scrive e si legge, non tanto di doman quanto dell’attimo che segue non c’è null’altro che probabilità): “… mi domandavo come facessero i glottologi a tracciare con tanta sicurezza, sulle loro mappe, i limiti geografici di una parlata; a ben vedere, quella di ogni posto aveva una gradazione specifica.” – chiedo scusa per la lunghezza del riporto, non è da me, lo giuro e spergiuro, ma a proposito amerei sentire l’opinione di Gavino Ledda, o di Denis Ferretti, il quale non solo è esperto di cani ma pure di dialetto reggiano. Casa d’altri di Silvio D’Arzo, nickname di Ezio Comparoni (il racconto perfetto lo definì Eugenio Montale), fu scritto in italiano e Denis ne ha pubblicato una traduzione in arşân tèsta quêdra. Mi sa che sia una balla, ma si dice che, nel suo recente viaggio a Reggio Emilia, la principessa Margaret abbia carezzato i capelli di un bimbetto d’un asilo reggiano, dicendogli che non ne aveva mai visti di crani simili! Ormai si scrive di tutto ché ormai si legge di tutto. L’1% della popolazione umana detiene oltre il 50% della ricchezza mondiale. Analogamente, l’1% di un’analoga schiatta legge oltre il 50% della letteratura emiliana: Enrico Brizzi è bolognese e io posseggo una tèsta quêdra.

“Il punto è che nelle storie forma e sostanza coincidono.” – energia e massa si scambiano di continuo dei messaggi, come se fossero dei teen agers coi cell: continuamente, assurdamente, logicamente, assicura Albert Einstein. Inutile che parli di fermioni, bosoni, mesoni… vero?

“Con buona pace dei razionalisti, si cammina sempre con un piede nella storia e l’altro nel mito.”: la prima è la ricerca del tempo perduto, il secondo è la narrazione di quanto si finge ritrovato.

Si fa per dire, ma: “Uno degli aspetti più vertiginosi delle similitudini fra cammino e narrativa riguarda…” – eh no…! non voglio spoiler nel mio locale!

Basti sapere che in ciascun attimo della tua vita sei accompagnato da un angelo custode danese che ti spinge prima verso un Enten e poi verso un Eller e, quando ti volti per chiedere la ratio di tutto ciò, t’accorgi che quell’alato signore è magicamente sparito! E ti tocca d’andarlo a cercare: e così prosegui il tuo cammino. Purtroppo (per fortuna?), “chi non riesce a decidersi va in crisi…”: e qui tocca a te, Enrico, a fare l’etimologo. A me basta dire che ogni crisi prevede dei miglioramenti o la resa definitiva. Vedi tu cosa sia meglio scegliere. Faccio un lungo volo pindarico, ché quando uno cammina è sempre bene lasciarlo un po’ solo, ché, quando si rinnova il contatto, il ritiro su di sé può diventare foriero di nuovi incontri: “… i viaggi sono il momento ideale per accettare le metamorfosi che la vita ci impone.” – l’andare al di là del (troppo) conosciuto. Il mio filosofo preferito, che non ho mai capito granché, è Jiddu Krishnamurti: di lui ricordo con affetto il saggio Libertà dal conosciuto: ma ho dimenticato che intendeva con ciò.

A me piaci, Enrico, perché tu mi tratti come io uso trattare gli autori che leggo: mi dai del voi e poi è come se aspettassi la mia risposta. Come se… ovvio. Scrivi: “Ma un po’ ormai ci conosciamo e qualcosa mi dice che non è la vostra idea di cammino, come non è la mia.” – ma perché non mi dai del tu? È vero quanto dici: fare la gara serve a mantenere gli arbitri e le strutture, nonché a dare qualcos’altro, oltre al pane, alla gente. Non ho mai capito perché di una maratona si festeggiano solo i primi tre che arrivano e non gli ultimi ventitré. Ma tant’è: sic transit gloria mundi!

Grazie a te scopro perché in spagnolo si dice cerveza, e bada che non è poco! Secondo me nulla è più catartico di una bevanda semigelata, quando si brucia dalla sete. Mai assaggiata “una cena a base di haggis e arrosto di pollo farcito allo skirlie” e brucio dalla voglia di condividerla con te e con chi leggerà l’articoletto del tuo lettore. Leggere e scrivere è restare orridamente aggrovigliati! Evviva!

Una notizia colta a pagina 225 m’inquieta: “C’è anche chi parte con la non tanto segreta speranza di trovare un’anima gemella…” – a parte che dovrei aver già dato, a me tale opzione non serve più di tanto, in quanto nacqui nella prima decade del segno a cui diede lustro Dante Alighieri e Mike Bongiorno (prima decade anche loro): e quindi sono il mio Sosia fedoriano dalla nascita…

Quando scrivi che credi “che ogni viaggio meriti un libro guida…” – in teoria sono d’accordo. Ma è la pratica che mi esce difficile. Mai scoperto come leggere, scrivere e camminare contemporaneamente. A me gli audio-libri danno l’orticaria. Forse un modo c’è ed è così semplice che pure tu ci sarai arrivato. Sto stravaccato sul sofà. Leggo. Mi alzo. Cammino. Apro il frigo. Bevo. Mi siedo. Scrivo. Era più facile di quanto immaginavo! Charlie Bukowski stesso ci sarà arrivato grazie alla “cervogia”!

Ogni volta, ti suggerisce il Danese, “Tocca scegliere, selezionare una lista ridotta, infine eleggere…” – se stessi!

Nelle due righe finali elenchi le tre cose che rendono “l’ultimo chilometro” il più problematico.

La fine è il limite.

Che dire… In bocca al presente, amigo! Che d’Altro non c’è (Mai e poi Mai!) certezza.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Enrico Brizzi, Lezioni di cammino, Piemme, 2026

 

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