Boris Pasternak: il poeta russo che difese la libertà artistica contro ogni forma di oppressione ideologica
“Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci.” ‒ da “Il dottor Živago”

Fra le figure più affascinanti e tormentate della letteratura del Novecento, Boris Pasternak occupa un posto di rilievo. Poeta, traduttore e romanziere, voce fra le più intense della cultura russa del secolo scorso, ha attraversato rivoluzioni, persecuzioni ideologiche e tragedie personali senza rinunciare alla propria libertà interiore.
Nato il 10 febbraio 1890 a Mosca in una famiglia colta e raffinata, profondamente inserita nell’ambiente artistico russo, la casa dei Pasternak diventa presto un luogo frequentato da musicisti, scrittori e artisti. Tra gli ospiti vi sono personalità straordinarie come Lev Tolstoj e il compositore Aleksandr Skrjabin. Il padre, Leonid Pasternak, è un pittore noto e illustratore, mentre la madre, Rosa Kaufman, è una pianista di grande talento.
Il giovane Boris cresce dunque in un ambiente in cui l’arte non è semplice intrattenimento, ma è un continuo stimolo creativo, che lo guida a studiare composizione e pianoforte. Influenzato da Skrjabin, che ammira come un maestro spirituale, sogna di diventare musicista, dedicandosi con grande abnegazione alla disciplina musicale. Tuttavia, dopo anni di studio comprende di non possedere il talento assoluto per consacrarsi completamente alla musica. Abbandonata quindi la carriera musicale frequenta la facoltà di filosofia dell’Università di Mosca. Per trasferirsi successivamente in Germania, all’Università di Marburgo, dove approfondisce il pensiero neokantiano.
Anni, durante i quali Pasternak scopre la poesia, sebbene sia la filosofia a lasciare un segno nella sua scrittura. Che si rivelerà essere quella di un visionario che si distingue per originalità. A consegnare all’eternità la sua poetica sono immagini estremamente evocative, corredate da una forte musicalità. Immagini, che pongono particolare attenzione alla natura: improvvise illuminazioni liriche dove il mondo della natura diventa una presenza viva, pulsante, quasi mistica.
Il paesaggio non è mai un semplice sfondo: la neve, il vento, gli alberi e la luce diventano presenze emotive dialoganti. Così come il tempo, che assume una dimensione trascendente, dove passato e presente sembrano continuamente sovrapporsi. Nei suoi versi la realtà non è mai soltanto materiale: oggetti, paesaggi, gesti quotidiani sembrano custodire un significato quasi universale.
È il 1914 quando Boris Pasternak pubblica la sua prima raccolta poetica. Ma è soprattutto con Mia sorella la vita, raccolta scritta nel 1917 e pubblicata nel 1922, che conquista l’attenzione del mondo letterario russo. Tanto che l’opera viene considerata una delle più importanti raccolte poetiche del Novecento russo.
A cambiare radicalmente il destino della Russia e quello di Pasternak è la Rivoluzione del 1917. Molti intellettuali dell’epoca vedono nella rivoluzione una speranza di rinnovamento sociale e spirituale. Anche Pasternak, almeno inizialmente, osserva con interesse gli eventi. Ben presto, però, comprende che il nuovo potere sovietico pretende dagli artisti un’adesione ideologica totale. Pasternak non è un dissidente politico nel senso tradizionale del termine. Non organizza opposizioni e non si espone apertamente contro il regime. Tuttavia rifiuta l’idea che la letteratura debba trasformarsi in propaganda. Secondo il suo pensiero lo scrittore deve restare libero di esprimere le proprie idee.
Posizione che lo rende sospetto agli occhi delle autorità sovietiche, soprattutto durante l’epoca di Josif Stalin. Sono molti i suoi amici e colleghi che vengono arrestati, deportati oppure uccisi durante le grandi purghe staliniane.
Quelli sono anni di paura e isolamento, in cui Pasternak riesce a sopravvivere anche grazie alla sua attività di traduttore: William Shakespeare, Johann Wolfgang von Goethe e Rainer Maria Rilke ne fanno un autore celebre in tutta la Russia. Ma il suo nome però resta legato soprattutto al romanzo Il dottor Živago, opera monumentale e profondamente autobiografica che gli valse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1958, premio che fu costretto a rifiutare sotto le pressioni del regime sovietico.
Sono gli anni Quaranta del Novecento quando Pasternak vive una relazione intensa e complessa con la poetessa Olga Ivinskaja, considerata la musa che gli ha ispirato il personaggio di Lara ne Il dottor Živago. Olga pagherà questo legame a caro prezzo: verrà arrestata dal regime sovietico e trascorrerà anni nei gulag.
Nel frattempo, Pasternak continua a lavorare al libro che in qualche misura lo rende immortale. Il dottor Živago non è soltanto un romanzo storico ambientato durante la rivoluzione e la guerra civile russa. È soprattutto una meditazione sull’uomo, sulla libertà, sull’amore e sul destino dell’individuo travolto dagli eventi della Storia. Il protagonista, Jurij Živago, medico e poeta, attraversa gli sconvolgimenti del Novecento cercando di restare fedele alla propria coscienza. Così come è accaduto allo scrittore e agli eventi vissuti da lui: riverbero degli accadimenti narrati nel celebre romanzo.
Quando Pasternak conclude il romanzo, le autorità sovietiche ne impediscono la pubblicazione. Il libro viene giudicato ideologicamente pericoloso perché non celebra la rivoluzione secondo i canoni del realismo socialista. Il manoscritto riesce però a uscire clandestinamente dall’Unione Sovietica e viene pubblicato per la prima volta in Italia nel 1957 da Giangiacomo Feltrinelli, grazie all’intuizione dello stesso editore, ottenendo un immediato successo mondiale. Nel 1958 a Pasternak viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.
La notizia scatena però una violentissima campagna contro di lui in Unione Sovietica. I giornali ufficiali lo accusano di tradimento, mentre il regime lo sottopone a enormi pressioni psicologiche.
Temendo l’espulsione dal suo Paese e ulteriori persecuzioni contro le persone a lui vicine, Pasternak è costretto a rinunciare al Nobel, che per regolamento, l’Accademia Svedese poteva assegnare solo a opere pubblicate nella lingua originale dell’autore. Si racconta, che in virtù del divieto di pubblicazione in URSS, l’intelligence americana, dopo averne ottenuto una copia del testo in russo, ne abbia finanziato una stampa clandestina ad Amsterdam, distribuita poi rapidamente in Europa. Uno stratagemma che ha permesso ai giurati di leggere il testo originale e di assegnare il premio a Pasternak, mandando su tutte le furie il governo sovietico, che si è visto sconfitto sul piano della propaganda culturale.
Ciò, ha fatto in modo che il Nobel del 1958 non solo è stato un riconoscimento al valore letterario dell’opera di Boris Pasternak, ma anche un’operazione segreta per sfruttare il libro in chiave antisovietica. La conferma pare sia arrivata da documenti declassificati in anni recenti.
Ufficialmente, il romanzo esce in URSS solo nel 1987 durante la perestrojka, mentre la lettera di Pasternak all’Accademia svedese resta una delle testimonianze più toccanti della storia culturale del Novecento.
Sebbene l’esistenza dello scrittore russo sia stata segnata da contrasti tra arte e politica, tra successo e censura, tra amore e solitudine, ha continuato a credere nella poesia come forma di verità. Come testimoniato anche dagli ultimi anni della sua vita, segnati dall’isolamento e trascorsi nella sua casa di Peredelkino, vicino Mosca, sorvegliato e attaccato dalla propaganda ufficiale. Per morire poi il 30 maggio 1960.
Al suo funerale, a rendergli omaggio, è stata la presenza di centinaia di persone, che hanno sfidato il clima di repressione, trasformando la celebrazione in un evento spontaneo e commovente. Durante il quale in molti hanno recitato a memoria le sue poesie: quasi a voler affermare che la letteratura può sopravvivere anche alla censura.
Sebbene Pasternak non sia mai stato formalmente condannato da un tribunale. Mai processato, arrestato e neppure esiliato, ciò che gli è venuto a mancare è stata la solidarietà dei colleghi. Oltre che il silenzio delle case editrici e l’ostracismo sociale. Atteggiamento, che lo scrittore ha definito “peggiore della prigione” in una lettera a Krusciov. La sua biografia non è la storia di un eroe solitario contro il sistema, ma quella di un poeta che ha pagato un prezzo troppo alto per la pubblicazione di un capolavoro senza tempo.
Oggi, Boris Pasternak è considerato uno dei più grandi autori del Novecento. Il suo nome è legato non solo alla grande letteratura russa, ma anche alla difesa della libertà artistica contro ogni forma di oppressione ideologica. Oggi, il romanzo è letto nelle scuole russe, sebbene senza alcuna enfasi: resta un classico ambiguo, amato da alcuni, giudicato “troppo occidentale” da altri.
Tuttavia, Pasternak non ha scritto Il dottor Živago come un’arma politica. Sono state la Guerra Fredda e la macchina culturale sovietica a trasformarlo in un simbolo. Mentre Il dottor Živago continua a essere letto in tutto il mondo, anche grazie alla celebre trasposizione cinematografica diretta da David Lean.
Ma oltre il mito del romanzo e del Nobel negato, ciò che resta di Pasternak è la voce di un uomo che ha cercato per tutta la vita di restare fedele a se stesso. Capace di difendere la libertà interiore e artistica attraverso la poesia e il romanzo, nonostante le persecuzioni ideologiche sovietiche. Perché per Boris Pasternak la letteratura non era propaganda, né semplice intrattenimento. Ma un modo per salvare la dignità dell’essere umano di fronte alla violenza degli avvenimenti storici. Oggi, la sua scrittura, segnata da una profonda spiritualità e musicalità, continua a rappresentare la resistenza dell’individuo contro i soprusi della Storia.
Nel 1989, il figlio Evgenij Pasternak ha accettato il premio Nobel per conto del padre, alla presenza dell’ambasciatore sovietico a Stoccolma. La medaglia e il diploma sono oggi conservati all’Università di Oxford. Mentre a Peredelkino, la sua casa è diventata un museo statale.
“Alla fine del secolo Mosca conservava ancora la sua vecchia fisionomia di angolo remoto, tanto pittoresco da sembrare favoloso, con le caratteristiche leggendarie di una terza Roma e di una capitale dell’epoca eroica, nella magnificenza delle sue stupende, innumerevoli chiese.” ‒ da Wikipedia
Written by Carolina Colombi
