Intervista ad Antonietta Fragnito: vi presentiamo “Il sogno del brigante”
“Ci si può chiedere se un uomo che il più delle volte esprimeva azioni crudeli, potesse coltivare un sogno. Mi piace rispondere che, in base al mio sentire, pure nell’animo dell’ultimo ci può essere un angolo per la tenerezza, per la poesia. Talvolta perfino un sogno di riscatto, magari col desiderio megalomane, di dare una mano alla svolta della storia. Il vagheggiare, ad esempio, con la difesa del debole, di poter affermare un po’ di giustizia sociale.” ‒ dall’intervista di Antonietta Fragnito

Edita da Tomarchio Editore, la raccolta “Il sogno del brigante” è un fortunato viaggio nelle tradizioni del “paesello” San Giorgio La Molara. L’autrice, Antonietta Fragnito, originaria di questo borgo campano ha voluto, con questa silloge poetica, salvaguardare non solo i ricordi dell’infanzia ma anche la parlata dialettale.
Infatti come la stessa poetessa Antonietta Fragnito scrive presentando “Il sogno del brigante”: “[…] Trascorsi infanzia e prima adolescenza nel mio cortile a Piazza Piccola, in mezzo al viavai giornaliero del forno Paradiso. D’estate, la mattina presto venivo svegliata dallo scalpiccìo degli animali giù in strada: erano asini, cavalli che venivano condotti nei campi di lavoro. La vita a quel tempo era dura e grama per quasi tutta la popolazione. E tuttavia, in angoli nostalgici della memoria, conservo un clima placido, quasi da innocenza primordiale del mondo. […] Vivendo qui, a contatto con una tale bellezza umana e paesaggistica, via via ho piantato e coltivato parole poetiche nel mio orto interiore”.
La nostalgia è quella dell’anima che ricorda l’equilibrio del passato mostrato nelle piccole faccende quotidiane. La comparazione con il nostro presente in costante velocità, dunque, non ci deve destare sbalordimento. Ma di questo vi parlerà Antonietta Fragnito nell’intervista sottostante. Auguriamo buona lettura!
A.M.: Cara Antonietta ti ringrazio per aver accettato questa intervista per presentare “Il sogno del brigante”. Partiamo dal presente: il libro è stato pubblicato a luglio 2025, hai già tirato le somme oppure è ancora presto per aver un parere sul gradimento dei lettori?
Antonietta Fragnito: Gentile Alessia, “Il sogno del brigante” è il terzo libro che pubblico con Tomarchio Editore, anche grazie alla tua professionale cura e vicinanza. Parlarne mi emoziona molto poiché questa mia nuova raccolta di poesie in dialetto e in italiano segna un traguardo importante nell’ambito della mia scrittura. Guardandomi dentro, posso con sincerità affermare che questa Silloge ha davvero mobilitato le mie più felici risorse narrative e creative. La sua uscita era attesa da tempo dai miei lettori e compaesani che ringrazio per averla accolta con vero calore. Ho constatato con gioia che nel giro di poco il libro ha avuto un’importante diffusione, oltrepassando anche i confini locali e raggiungendo alcune terre lontane. Difatti è già approdato in Svizzera, in Patagonia, in Australia con il potere di risvegliare commossi ricordi, specie nei discendenti di nostri conterranei emigrati. Le persone che hanno letto il libro hanno espresso finora solo giudizi positivi e alcuni mi hanno omaggiato con importanti recensioni. Dai promettenti riscontri, posso sperare che “Il sogno del brigante” abbia la vocazione a durare nel tempo e a diffondersi ancora di più in contesti geografici ampi.
A.M.: Ed ora ovviamente facciamo un passo indietro ed ispezioniamo il passato. Similmente ai titoli delle altre tue pubblicazioni anche questa volta si percepisce qualcosa di misterico. Qual è il sogno del brigante?
Antonietta Fragnito: Già dall’ideazione e durante la gestazione di ogni libro io penso molto al titolo. Tutte le volte sento quasi una responsabilità genitoriale rispetto ad ogni mia opera da denominare. Certo i titoli dei miei libri non sono mai scontati, sempre un po’si fanno notare. Così è anche per “Il sogno del brigante” che ha in sé il paradosso del binomio “sogno ‒ brigante”. Ci si può chiedere se un uomo che il più delle volte esprimeva azioni crudeli, potesse coltivare un sogno. Mi piace rispondere che, in base al mio sentire, pure nell’animo dell’ultimo ci può essere un angolo per la tenerezza, per la poesia. Talvolta perfino un sogno di riscatto, magari col desiderio megalomane, di dare una mano alla svolta della storia. Il vagheggiare, ad esempio, con la difesa del debole, di poter affermare un po’ di giustizia sociale. E questo mi piaceva rappresentarlo. È evidente che tale titolo reca in sé una forte aura di tempi remoti. Si è trattato da parte mia di voler inserire l’immagine del brigante tra alcune figure mitologiche e fiabesche che hanno accompagnato la mia crescita. Parlo appunto di le janàre, de lo mòmmo, lo tirancìno, lo mazzamauréllo: tutte immagini costruite e utilizzate dai nostri predecessori per spaventare i piccoli, ma anche con una loro importante funzione educativa. Quella di fare elaborare ai bambini le fantasie orride, di sconfiggere o rendere fruibili le paure e soprattutto operare per far sì che “li fìgghi non scéssero scustumàti” (fare in modo che i figli non crescessero da maleducati). E quindi non strega fu, ma janàra, non orco, ma mòmmo! La trama di questa mia recente ricerca riporta insomma alla luce i lupi, i Cappuccetti della mia infanzia e di quella della mia Comunità. Il brigante, non a caso, ha popolato l’immaginario comune con le sue imprese buone o malvage, raccontate tramite “li cunti”, quando ci raccoglievamo d’inverno attorno al camino.
A.M.: Il sottotitolo del libro recita: Poesie in dialetto e in lingua italiana su San Giorgio la Molara. Prima di addentrarci nelle stradine di San Giorgio la Molara, una domanda nasce spontanea: come mai hai puntato sul dialetto in un’epoca che imita solo le lingue straniere?
Antonietta Fragnito: Posso affermare con certezza che questo mio nuovo libro ha realizzato un sogno che ho a lungo inseguito. Attraverso esso ho potuto raccontare una parte fondamentale di me partendo dai miei primi anni di vita. Col “brigante” ho inteso rivisitare i luoghi natii, scandagliare il mio primo linguaggio, fotografare e osservare con la lente del cuore la cultura, la sociologia di un’epoca ormai lontanissima. Insomma ho operato una sorta di fermo immagine del mio amato paese, in questo tempo troppo in corsa, dove la lingua assorbe elementi di altri idiomi e si fa sempre un po’ più estranea al nucleo originario. Ho inteso così graffiare dolcemente le pareti della mia anima con parole arcaiche, col soffio delle voci interiorizzate che fanno eco nella stanza delle mie più profonde emozioni. Il sogno più ardito è stato quello di tramandare, di imbrattare con colori vivi la nostra caverna collettiva. Tutto ciò per far sì che le voci di mia madre e mio padre e di ogni anziano di San Giorgio La Molara continuino a risuonare ricche dei tanti loro insegnamenti etici. Certo è una scelta retró rispetto alla lingua ufficiale che cambia, che accoglie neologismi dettati dalle mode, dall’espansione del gergo giovanile e soprattutto dall’imporsi dell’inglese definito idioma universale. Dar voce da parte mia al dialetto, lingua semplice, essenziale, lo considero un lavoro da archeologo effettuato col coraggio del cuore.
A.M.: Ed ora, visto che ci hai mostrato la via, possiamo inoltrarci nel paesello, questo tuo luogo natìo che celebri con amore e devozione. Ne “Il silenzio” scrivi: “In certi giorni da noi il silenzio è spettacolare./ A luglio le lucciole indossano tacchi di luce./ Le farfalle si denudano senza pudori./ Le stagioni sono pigre./ La pallida luna si nutre a spese del monte./ I pastori scendono a valle./ Le pecore pensano bianco.// È l’alba dei semplici/ e dei poeti scomunicati.” Chi sono i “poeti scomunicati”?
Antonietta Fragnito: È questa una poesia bucolica ma anche poeticamente trasgressiva, con queste lucciole dai tacchi luminosi e con le impudiche farfalle. I poeti scomunicati secondo me sono i poeti innovatori, quelli che scardinano schemi, che tracciano nuovi sentieri alla poesia. Sono gli autori che non osservano le regole basilari tradizionali: ad esempio il numero di sillabe preciso, le rime, le assonanze, il linguaggio poetico ritenuto unico ed eletto. Sono pur io tra loro, tra gli scomunicati! Sono la non allineata poiché agisco una poesia scevra di perimetri, talvolta spiazzante. Come quando faccio parlare la tazzina del caffè, il lavabo. O quando passo il microfono alle stelle di latta, o quando eleggo il papavero a fiore eccelso. La poesia per me è guizzo incontenibile, mai scontato rituale, mai conteggio arido delle lettere. Io divento ad esempio molto scomunicata al cospetto del dialetto, delle bellezze umane e paesaggistiche del mio paese, dell’anima bella e corale del mondo.
A.M.: E tra orticelli per la via della montagna con pastori che, sotto il mantello hanno un cuore ardito e bello, le notizie si spargono veloci di bocca in bocca, infatti, ne “La canestra” leggiamo “Commà’ l’hai saputo?/ Se so’ vennùti pùro li cavozùni pe’ fà’ li spaccùni!/ Serrà cchiù de ’no mese/ che fanno ’nnànzi e arrèto da la potéca/ p’apparecchià’ la canestra./ Se stanno accattènno pùro la vita eterna!”. Antonietta, a questo punto, devi togliere il velo sulla verità di questi tuoi versi: le poesie sono scenette che hai visto nelle vie del tuo paese?
Antonietta Fragnito: Nella semplicità popolare l’insufficienza del proprio vivere, il desiderio di raggiungere una condizione di vita migliore produceva talvolta invidia e malcontento. Esisteva infatti il pettegolezzo, quello sussurrato e non sempre malvagio che nasceva dalle grame condizioni del vivere. Questa poesia descrive tali situazioni. In essa però vi è molto altro.
È una lirica che percorre sentieri, viottoli in terra battuta dove vige la schiavitù dell’oggetto che diviene miraggio di conquista e di conservazione. Si sente l’eco della roba di Verga. La canestra, l’orto e ogni cosa materiale erano dai miei predecessori avvertiti come fondamentali. Fare un salto in avanti verso il possesso di altra “roba” diventava urgente. Ricordo i sacrifici, le privazioni per acquistare un pezzetto di terra, una casupola rurale. Questo a volte dava vita a quadretti teatrali alla maniera di Merola e di Eduardo, come avviene in questa composizione attraversata dall’invidia. Quasi tutte le scene da me rappresentate derivano da racconti o esperienze vissute.

A.M.: Le liriche presenti ne “Il sogno del brigante” riescono a strappare un sorriso anche per chi come me, non conosce la tua parlata dialettale. Ad esempio, una che mi ha colpito tanto sin dalla prima lettura è “L’àngilo custode”, ne riporto l’incipit: “Ve lo tenìti a mente a l’àngilo custode?/ Ogni criatùro ne teneva uno./ Ce dicéveno ca era ’na fortuna/ ca ce n’èveno assegnato cocchedùno.// […]”. Senza rendere noto il finale ‒ al contempo saggio ed irriverente ‒ de “L’àngilo custode”, ci puoi raccontare qualche aneddoto antico che riguarda proprio questa figura che forse oggi è quasi del tutto scomparsa?
Antonietta Fragnito: “L’àngilo custode” è tra le poesie più simpatiche e godibili di questa Raccolta. Nella mia infanzia incarnava l’amico immaginario, il complice che chiudeva un occhio davanti alle infantili marachelle. Il mio angelo non era un angelo qualsiasi, doveva avere conseguito almeno un master sull’esercizio della pazienza. Lo stesso angelo è presente anche nella poesia “La connola” dove, da buon custode, provvede a mettere il cuscino a terra per proteggere il bambino in caduta dalla culla. L’angelo, ne “Il sogno del brigante” è una figura molto presente, ed è iconica in me e in autori molto importanti. Mi piace per l’appunto qui ricordare l’angelo distratto e ritardatario del grande Massimo Troisi in una delle sue godibili scenette. Io sento che l’angelo da me rappresentato non è forestiero. È locale, conterraneo e meridionale, figlio felice della mia meridionalità. Egli vola con ali di terra e di sogno su queste nostre anime contadine e proletarie. Non ci accompagna alle feste, ma nei campi sterminati, col grande sudore che inzuppa i suoi e i nostri voli.
A.M.: Ci sono novità letterarie in vista per il 2026? Si mormora di un possibile seguito dell’avvincente storia di Marco, protagonista del tuo romanzo psicologico “L’inquilino dalla modica follia”. Puoi anticipare qualcosa in merito?
Antonietta Fragnito: Sempre nella mia madia ci sono nuovi progetti poetici e letterari. Tra i miei desideri più frequentati ora c’è una seconda raccolta di poesie in dialetto locale. Dieci testi hanno già segnato il nuovo cammino. Naturalmente “repetita iuvant” per questo ritengo che le attuali siano il meglio del mio dire poetico dialettale. Nessuna poesia di questa raccolta in costruzione sarà pubblicata sul Web, ma solo sulle pagine di un nuovo libro. Anche la continuazione del mio primo romanzo è già in itinere. Non potevo certo abbandonare Marco in balìa della casa elegiacamente folle dell’Inquilino. La lieve resurrezione del protagonista dal male psichico merita di essere raccontata. La zavorra psicologica deve essere depositata quasi del tutto. Se son rose fioriranno! Son questi i miei progetti d’amore, se vita avrò! Grazie miei Lettori! Grazie Alessia Mocci! Grazie Tomarchio Editore!
A.M.: Salutiamoci con una citazione…
Antonietta Fragnito: “La vita è un sogno ma sognare è vivere davvero.” Eduardo De Filippo
A.M.: Antonietta, ti ringrazio per la serenità che hai trasmesso con le tue risposte: un poco di serietà ed un poco di ironia che permette al lettore di passeggiare in queste stradine antiche di San Giorgio La Molara. Consiglio la lettura della tua bella raccolta ma non solo, infatti, penso sia interessante percorrere all’indietro la tua produzione, dunque l’invito nomina anche “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” e “L’inquilino dalla modica follia”. Ti saluto con le parole dello psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung: “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia”.
Written by Alessia Mocci
Info
Acquista “Il sogno del brigante” su Amazon
Acquista “La rosa, la cosa, l’anarchia del verso” su Amazon
Acquista “L’inquilino dalla modica follia” su Amazon
Leggi le news dell’autrice Antonietta Fragnito
Pubblica il tuo inedito con Tomarchio Editore
Partecipa allo Speciale Tomarchio Editore “2026 che scrittore sei?”
