“Incanto e disincanto” di Paolo Ruffilli: voci della poesia italiana del Novecento
“La letteratura italiana, nel corso del Novecento, ha nella poesia il genere di maggiore creatività e di più alti risultati. Una vitalità sorprendente l’accompagna per tutto il periodo, a partire dal trapasso dell’Ottocento e fino agli ultimi anni del secolo.”

Vero e proprio prontuario della poesia italiana del Novecento, Incanto e disincanto di Paolo Ruffilli si propone come una rassegna esauriente delle maggiori figure che hanno segnato quel fecondissimo periodo letterario.
Riprendendo l’impostazione cronologica già adottata da Pier Vincenzo Mengaldo ‒ critico più volte citato nel libro ‒ nella sua classica antologia Poeti italiani del Novecento,[1] l’arco temporale preso in considerazione va dalle generazioni post Pascoli e D’Annunzio, quindi dall’epoca di Crepuscolarismo e Futurismo, fino ai poeti del Gruppo 63 e ai loro contemporanei, arrestandosi quindi prima della generazione cui lo stesso Ruffilli appartiene, quella dei poeti nati tra gli anni Quaranta e Cinquanta (quelli, cioè, che trovarono una prima collocazione critica nell’antologia La parola innamorata).[2]
Le 71 schede sono sistemate in ordine alfabetico ‒ scelta che in certi casi permette di apprezzare l’incrocio delle diverse correnti poetiche ‒ e, anche rispetto a Mengaldo (che era stato in un certo senso un apripista), grande spazio è dato alla poesia cosiddetta “dialettale”, cui Paolo Ruffilli dedica alcune appassionate pagine con lucide analisi:
“Una molteplicità di esperienze e una varietà di modi che contrassegnano la produzione globalmente più originale dell’intera Europa, per universale riconoscimento. In Italia, quasi esclusivamente ai poeti è toccato il compito di tradurre in elaborazione letteraria la complessa crisi di identità (di frantumazione dell’io) che contraddistingue il nostro tempo. La perdita delle coordinate, la consapevolezza del moto di deriva dentro il mistero della vita, la riflessione esistenziale, il tentativo di ricomposizione di un ordine minimo, trovano soluzioni diverse e complementari, dentro il grande laboratorio della lingua italiana (una lingua giovane, al principio del Novecento patrimonio neppure di un quarto degli italiani, abituati per secoli a parlare le loro lingue particolari, i dialetti).”
“Secondo Franco Loi, il grande avvento della poesia in dialetto degli ultimi decenni si comprende meglio se si accantona per un momento l’immagine storica di un mondo in progresso e si riascolta la lezione antica che vuole il mondo come decadenza e perdita, e la lotta degli uomini contro la decadenza e la violenza per la conservazione dei valori. (…) Il dialetto, erede delle tradizioni orali, è (particolarmente in Italia) più della lingua nazionale, formatasi dal perdurare di una tradizione scritta tra le classi egemoni, idoneo a farsi tramite del sopravvivere nell’uomo di quella visione antica e di quei nessi perduti. (…) Più precisi delle lingue ufficiali e insieme più aperti alle polisemie, i dialetti conoscono nel Novecento sul terreno della ricerca poetica e del riconoscimento culturale una stagione importante di rivalutazione.”
“È stato detto che la poesia in dialetto modula con pronunce nuove la verità dimenticata delle radici e che recupera la parola ancora intatta (o quasi), carica di immediatezza, di concrete fedeltà al concetto e di pienezza espressiva e di senso. E che i dialetti rappresentano la particolarità delle espressioni, la sedimentazione decisiva delle diversità, la trasversalità delle esperienze.”
L’inclusione delle tradizioni poetiche nei diversi dialetti è molto ampia: si va da Raffaello Baldini a Ignazio Buttitta, da Tonino Guerra ad Albino Pierro, da Biagio Marin a Giacomo Noventa ‒ con la presenza, naturalmente, di Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini. (Mi permetto di aggiungere che molti dei cosiddetti dialetti italiani sono stati ormai riconosciuti dall’UNESCO come “lingue minoritarie” a tutti gli effetti, e possiamo anche ricordare la celebre frase del linguista Max Weinreich: «una lingua è un dialetto con un esercito e una marina»).

Un altro merito del volume “Incanto e disincanto” è l’inclusione di scrittori poco conosciuti per la loro produzione poetica, come Giorgio Bassani o Giovanni Comisso, come pure di poeti spesso trascurati e qui riconosciuti per la loro importanza e influenza ‒ uno per tutti: Emilio Villa.
Peccato solo, se si può fare una critica alla scelta operata, per l’assenza di Dino Campana e di Cesare Pavese.
Il libro costituisce quindi un vero e proprio vademecum sulla storia della poesia italiana del secolo scorso, con profili non di rado illuminanti per chi conosca le opere dell’autore trattato, ma che d’altro canto invitano all’approfondimento dei poeti non letti, il che è forse la cosa più importante.
Le schede sono spesso brevi e agili, ma talvolta prendono il respiro di un vero e proprio saggio critico: particolarmente belle, a mio parere, quelle dedicate a Dario Bellezza, Luciano Erba e, soprattutto, quelle su Eugenio Montale e Vittorio Sereni.
Titolo: Incanto e disincanto
Autore: Paolo Ruffilli
Casa Editrice: Il ramo e la foglia
Anno di pubblicazione: 2025
Prezzo: 19 €
ISBN: 979-12-80223-52-4
Written by Sandro Naglia
Note
[1] Milano, Mondadori, 1981. Cfr. anche la scelta fatta da Salvatore Guglielmino nella sua Guida al Novecento (Milano, Principato, 3a ediz.: 1978) che partiva invece proprio da Pascoli e D’Annunzio.
[2] La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, a cura di Giancarlo Pontiggia e Enzo Di Mauro, Milano, Feltrinelli, 1978
