“L’amore necessario” di Marcello Veneziani: è davvero la forza che muove il mondo?

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In genere m’annoio durante la lettura delle prime pagine di un libro, di qualunque autore sia (fosse anche Henry Miller e Charles Bukowski), innanzi tutto dei saggi, per non dire di quelli di argomento filosofico.

L’amore necessario di Marcello Veneziani
L’amore necessario di Marcello Veneziani

L’amore necessario di Marcello Veneziani non fa eccezione, anzi… Un certo, pur giustificato, abuso di avverbi di modo, spietatamente e ingloriosamente m’inducono a sbadigliare, che non è segno certamente di arguzia e di finezza interpretativa.

Vi sono anche delle elencazioni del tipo: “… carenza e sopraggiunto disamore, delusione, senilità, inaridirsi dell’impulso amoroso, ferite d’ingratitudine e falsità.”

Che dire poi di quei sette ismi che si alternano come delle croci pressoché inevitabili, di quei cinque “Abbiamo perso…” – che spuntano come funghi tossici, a cui si aggiunge, inaspettato, un “Abbiamo perduto…” – il che mi rievoca quella scena di un film di Woody Allen (Tutto quello che avreste voluto sul sesso… etc…) in cui uno spermatozoo con forma di umano dalla pelle nera si chiede: ma che ci faccio qui?!

Ma che si possa trattare (m’auguro), più che di puro tedio carducciano, di mera noia leopardiana, lo sento, al termine dell’Ottavo grado (così sono definiti i capitoli de L’amore necessario), dedicato all’Amore per Colui Che da ragazzetto chiamavo Dione, e che purtroppo un giorno è misteriosamente sparito, similmente a Ettore Majorana e a Federico Caffè (forse è emigrato in cerca di fortuna o di più fedeli proseliti), allorché scopro che non posso più aspettare a reagire per iscritto.

È mia fede che ogni scrittura sia necessariamente (tanto per non essere da meno dell’autore) pregna di bipolarismi e di antagonismi, e chi più –ismi ne ha più ne metta!

Da Il Preambolo – Io amo io (tacendone, come per i successivi, il sottotitolo), faccio il primo riporto: “Se amore si fa generico, smette di essere amore. Tutti fratelli, nessun fratello.” – tutte particelle, nessuna particella; tutta correlazione, nessuna correlazione. Se è tutto, è nulla. Occorre scegliere l’Altro in cui identificarsi? O forse non ho compreso?

“Quando dici che l’amore è necessario, non diminuisci l’amore, non lo confondi con un bisogno impellente ma ne cogli l’incomparabile grandezza, la sua centralità insostituibile nella vita, la sua prossimità col destino.” – se ho ben tradotto, sei tu che scegli, Enten-Eller, se lo ami o no, se lo individui o no come oggetto più o meno oscuro del desiderio, prelevandolo dalla massa residua.

Il discorso si può anche allargare, ma non necessariamente. La necessità è una relatività in perenne evoluzione.

Cosa ci ho messo in tutto questo di mio, di estraneo al pensiero dell’autore?

“Chi ama non è autonomo né automa…” – è collegato, Schiavo d’amore, direbbe William Somerset Maugham. Arriva persino a con-fondere le catene con un folle ideale di libertà.

“… l’amore è necessario. Chi ne fa a meno rinuncia a vivere e a far vivere, rinuncia a essere.” – la frase è tanto assoluta da parere inaccettabile. Non saprei fare a meno di coloro che amo. Morirei (in parte o del tutto?) senza di loro. Mi disse una volta zia Carmela che, perdendo un genitore, si perde una parte di sé. Perdendo un figlio, ci si ritrova nel Nulla.

“… l’amore come forza che muove il mondo…” – come la preghiera che, secondo un mio amico cristiano è come la benzina: senza di essa una Ferrari è immota, superabile da un bimbo che pedala su un triciclo.

Amor di vita: “L’amore mette incinta la giornata dopo averci sposato con il mondo.” – è l’officiante che ci congiunge all’Altro: due esseri per sé che fatalmente s’incrociano, come (forse) direbbe Jean-Paul Sartre, autore di L’essere e il nulla. Ci si appassiona all’Altro quando si è terrorizzati dall’attesa del Nulla.

“Vedetelo l’amore: sta più in alto di noi, come una dea, e dosa libertà e necessità, sapendo che l’una si sostiene con l’altra, e l’una senza l’altra cade, decade, riduce in schiavitù.” – imponendo la sua catena, sciogliendoti dalle altre. La singolarità cosmica che attrae in modo irreversibile si comporta così, e la sua alternativa è l’entropia cosmica, la dispersione ovunque.

“Amare è oltrepassare l’Io e non finire con lui.” – Tigri: è il tuo congiungerti all’Eufrate. Missouri: fra poco diventerai Mississippi.

“Non esiste l’amore a caso, l’amore qualunque, l’amore per tutti…”: è rifiuto di quel che non si ama, è un dis-perdersi, un gettarsi nel vuoto pur di evadere, come capitò a Papillon, che tanta passione pativa per la sua Libertà.

“Per Giorgio Manganelli l’amore è un combustibile…” – come si diceva poc’anzi – “… che procura malessere ma così genera letteratura.” – l’amore per la lettura mi costringe a reagire per iscritto, dilatando (e imbrogliando, se serve) borgesianamente il percorso dell’autore. Se egli mi dicesse che la mia reazione poco ha a che fare con la sua opera, gli risponderei che è la sua opera a non attenersi alla mia disamina. In tutti i casi si tratta di un incrocio spirituale.

Il Secondo grado de L’amore necessario è Per amor tuo. “Perché l’amore è soggettivo, la verità no.” – esiste la verità assoluta? Ho i miei relativi dubbi.

“L’amore si nutre di differenze, è una tirannide esercitata su un solo suddito.” – due amanti sono diversi nella loro identica passione e, nella migliore delle ipotesi, ognuno è schiavo dell’altro. Nella peggiore, ognuno de-testerà l’Altro, essendone finalmente redento, e avvolto da penosa solitudine.

“L’amore assoluto non sopporta l’assenza né la presenza, si crogiola in un altrove impossibile.” – da cui può solo fuggire o annientarsi, come suggerì Denis De Rougemont in L’amore e l’Occidente. O la gravitazione irrimediabile che singolarizza, o gli effetti gelati del secondo principio della termodinamica.

Stephen Hawking teorizzò la radiazione che è in fuga da quell’hole quasi ma non assolutamente black. La stessa entropia cosmica è un mistero che non sarà mai definitivamente comprovato. Qualora occorrerà nessuno sarà in grado di attestarlo.

Il Terzo grado de L’amore necessario è Amor familiare. “… la paura di morire è la paura per la morte dei propri cari…” – il che vale per genitori, figli e amanti. Si è terrorizzati all’idea di veder sciolte le proprie catene.

“Una storia d’amore si può recidere, un legame genetico no…” – si può disconoscere però, geni alla mano. Ma che cambierebbe per me se scoprissi che i miei figli fossero geneticamente altrui? Di certo non cesserei di amarli. Per me la genetica è una banalità che mi riguarda fino a mezzogiorno, dopo di cui vado a desinare coi miei cari consanguinei morali.

“Con il padre e la madre si è per metà consanguinei, ma con i fratelli lo si è per intero.” – in realtà noi sapiens sapiens condividiamo con gli scimpanzé il 98,6% del DNA, coi carciofi intorno al 23%. Io confido nella famiglia. Ai miei figli ho talvolta ricordato che, per quanto a volte mal si sopportano, probabilmente ognuno di loro sarà l’umano che l’Altro frequenterà per più tempo.

Sai cosa amo tanto della tua scrittura, Marcello? Quando il tuo gioco di parole diventa paradigma retorico: quando passi “da focolare di affetti e premure a focolaio di violenze e abusi”.

L’amore familiare prevede il distacco: si pensi al Padre padrone di Gavino Ledda, al suo scontro finale, in cui la libertà nasce dallo schivare i colpi genitoriali, senza colpire il consanguineo, che non gli vuole mollare la sua esistenza. Preferisco che i miei figli mi diano in adozione, piuttosto che subiscano la mia oppressione.

Ho appena letto Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, che tanto l’ha forgiato, e da cui tanto è fuggito.

Il Quarto grado de L’amore necessario è Amor di sapienza. Sto pensando al mito dell’androgino di cui parla Aristofane, nel Convivio di Platone, di cui narri i particolari. A quel tempo s’ignorava che la lumaca, pur ermafrodita, ama riprodursi tramite un appassionante accoppiamento.

Apprezzo grandemente i tuoi enunciati, ma non ne riporto alcuno. Sono lì e basta leggerli.

Noi amiamo la filo-sofia, come dire che noi amiamo l’amore del sapere. Chissà se l’amore è corrisposto dalla conoscenza. Che talvolta noi tradiamo con quella specie di meretrice detta stupidità, che sa circuirci bene, a prezzi popolari.

Il Quinto grado de L’amore necessario è Amor patrio. “L’amor patrio apre, non chiude al mondo. Ama le differenze, non le arma.” – ancora quel trastullo di lettere, che tanto ci diletta (te e poi me).

“La patria rappresenta la continuità nel tempo…” – io vorrei che non ci fosse più a livello giuridico, ma soltanto sentimentale. Il mio assurdo sogno: un’unica nazione dove non ci siano figli e figliastri, dove, come disse Aristotele, il più ricco non possegga troppo rispetto al più povero. La guerra e l’esagerata ricchezza sono due cancri che s’infettano bellicosamente.

Il Sesto grado de L’amore necessario è Amor mundi. Parli dell’“entanglement” – quando il destino di due particelle è correlato in modo misterioso ma comprovato da numerosi esperimenti. Esso fonda la mia speranza: finché ce ne sarà una anch’io ci sarò. È l’unico augurio di Eternità che mi consento.

Ti do una bella notizia, che forse già conosci: la gravità si oppone strenuamente agli effetti dell’entropia, ma pare che, in ambito locale, le due tendenze collaborino con animo lieto, anche se ogni tanto si mandano a quel paese. Una coppietta come tante… Se stanno insieme ci sarà un perché.

Il Settimo grado de L’amore necessario è Amor fati. “L’amore che accoglie il destino accetta la sorte e ama la necessità, il non poter accadere diversamente.” – con l’inevitabile tanto vale coesistere.

“Amor fati è amore del confine, ne accetta i limiti.” – tenendo presente l’opzione che il Kósmos è illimitato, essendo in perenne espansione.

Non so se credere nel Fato Ineluttabile: se son fatti miei lo sono di tutti gli enti, al di là del tempo e dello spazio. Se tutto influisce su di me, io pur minimamente intervengo su tutto, gravitando anche sulla stella più enorme e su quella più distante, a me inesorabilmente collegate.

Bisogna prendere il mondo come viene, perché piangere fa tre e ridere non fa di meno, e fino alla morte si resta vivi. Ho appena tradotto tre detti dialettali che m’insegnò la mia agricola madre.

L’Ottavo grado è Amor di Dio. “Ma tu che sai di Dio?” – si può dir solo dell’uomo che parla di Lui.

“Il tutto non è la somma delle sue singole parti, è qualcosa di più che trascende le parti.”: se due particelle si uniscono, il valore della nuova massa trascende la somma delle due masse singole: i bosoni che le uniscono, pur non massivi, lo vanno accrescendo.

Il bosone di Higgs viene definito La particella di Dio in un saggio di Leon Lederman e anche altrove. Non so. Noi cianciamo un po’ troppo di Quel Tipo. Il mio Lui assomiglia a quello di Epicuro, di Spinoza e di Einstein. Mi reputo un perplesso sulla Sua Essenza. Non m’intrigra granché la scommessa di Pascal. Mi diverto a immaginare un Dio che rincorre i suoi Guai (Entropia-Gravitazione), forse pure divertendosi. Con Essi (e con Esso?) dobbiamo solo co-esistere.

Marcello Veneziani citazioni
Marcello Veneziani citazioni

Credere in Dio conduce alla schizofrenia; non crederci è segno d’idiotismo. Preferisco ammettere una più prudente ignoranza. Quel mio Dione ogni tanto lo sento al cellulare. Non ci siamo persi di udito, solo di vista.

Tra pagina 175 e 176 de L’amore necessario parli di “app”, di “top model” e di “sponsor” – in modo così umoristico che mi fai spanciare. Chi vuole sapere i particolari è tenuto a leggerti come ho fatto io. A quindici anni smisi di crederci. Poi conobbi, contemporaneamente a mio cugino Daniele, un teologo, padre Aldo Bergamaschi, che ci costrinse (intellettualmente) a non perdere alcuna sua omelia. Daniele diventò parroco. Io mi laureai (ad honorem) ignorante di Dio. Mi limito a ignorarlo, non lo nego mica. Lo incontrai (Aldo, non il suo Dio), per la prima volta, poco prima che morisse. Gli dissi del mio problema. Lui m’informò della sua fede anche in Platone, secondo cui Dio è la massima misura delle cose. Chissà. Mi ripeté poi quello che andava dicendo talvolta nelle sue omelie: il Cristianesimo era scaduto al rango di religione, cessando di essere esperienza d’amore. Punto. E a capo. Esigo che tu legga le sue omelie! Lo dico per celia, e per te, ma fa’ pure quello che senti. Se rispuntasse da Lassù, uscirei per incontrarlo in miezz’a via, senza manco cambiarmi. Io in tuta da cazzeggio, lui avvolto in un mistico saio. Io in vili ciabatte, lui in sacri sandali. Ogni tanto mi sparo questo sogno.

Il Nono grado è Amor di verità. “Non odiare, ti dico, non odiare.” – odiare etimologicamente è respingere, rinunciare. Amare è provare kam’a, passione… occhio! Non devi evitarla, ma saperla gestire. Nella mia Reggio non esiste amare, ma voler bene. Pure a Napoli: T’aggio voluto bene… a te!

“Senza l’Essere non c’è vita, non c’è presenza né persistenza, non c’è mondo.” – anche se non è stata ancora evasa la pratica di Hilary Putnam, che in Ragione, verità e storia si chiedeva se non potessimo essere che dei cervelli in una vasca che credono d’esistere. Anche in quel fluido caso, esisteremmo. Alla faccia di Matrix.

“Il resto verrà, e sarà quel che sarà. Amare necesse est, l’amore è necessario.” – non so quanto ho capito del tuo saggio, quanto ho deviato da esso, ma alla sua conclusione ci sono giunto.

Dovresti veramente leggere Bergamaschi: capendo lui, capirai meglio te e me.

Non so se e quanto serva, ma per me l’amore per l’altro è un mito essenziale.

Arthur Rimbaud scrisse: Je est un autre.

Nella Postilla parli dei pericoli di quel che si dice “Intelligenza artificiale”. È il motivo per cui ogni tanto sparo piolate, come quella di poco fa. Per proteggere il mio essere sciocco, vero sintomo di umanità. In arşân lo stupido è al nèsi, il nesciens. Socrate era consapevole di esserlo. Io non so nemmeno se non so. Anche tu non scherzi in questo, a quanto ho visto.

Esiste un detto arşân che contiene la parola amòur, essendo una vera rarità. Ma non mi va di olezzare sul tuo bel saggio. Non è una valida alternativa alla dolce Euchessina,ma è curabile con una fetta o due di limone.

“La scrittura non serve a ricordare, nota Platone, ma a dimenticare, lasciando traccia solo negli scritti.” – un po’ di verità c’è. Borges dice (ancora lo fa?!) che la memoria è fatta di oblio. Ogni comunicazione lo è. Mentre ascolto la tua parola attuale, scordo la precedente. Non facciamone un dramma. Rientra nella necessità esistenziale. Il cervello è un organo caoticamente sospeso fra indolenza e ipercinetismo.

Le parole servono a ridurre i danni del tempo. Il rimedio sarà sempre un’alternativa al male.

Dopo questo mio estremo e strambo ottimismo, ti saluto caramente. A presto.

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

Marcello Veneziani, L’amore necessario, Marsilio, 2024

 

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