“Come maltrattare gli altri e farseli nemici” di D.C.: l’arte della manipolazione

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Ho maltrattato il titolo che in realtà è “Come maltrattare gli altri e farseli nemici”. Ma quello che più m’inquieta è quella nota in basso: Volume 1. Nella vita non so, ma nella grafica Capital Letter Does Matter!

Come maltrattare gli altri e farseli nemici
Come maltrattare gli altri e farseli nemici

Il saggio non è piaciuto a una mia consanguinea che l’ha divorato mentre lo andava criticando. Si aspetta perciò di sapere la mia opinione a riguardo.

Io l’ho letto gradualmente, mettendoci in tutto 9 giorni. Non so quanta abbia senso che dica che l’ho assaporato, mentre ho forse cercato di cogliere le sue nuances, le sue sfumature. Sentivo che sotto a quel saggio stava ardendo un vorticoso e sempiterno fuoco.

Chi è, o chi sono, D. C.? Delle brave persone o dei miserabili? Alla fine mi son dato una mezza risposta, che non so se riporterò.

Leggo nel Capitolo 1: “In questo capitolo affronteremo…” – e poi: “Ti illustrerò…” – e poi: “Non stiamo parlando…” – e, infine, “Mi riferisco a…”.

Uno, due o centomila? Sono anch’io immerso in quella moltitudine di persone che amano distinguere il mondo in brave persone e miserabili parassiti?

Il saggio è ricco di definizioni del tipo prendere o lasciare: “Bene, l’egoista ha l’ignoranza selettiva.” – appunto, prendere o lasciare, 1 e 0, acceso e spento, sì e no. Questo lo salvo, questo per me può pure affogare, anzi, è meglio che lo faccia… L’inutile fa parte dell’ente dannoso, essendo la sua parte meno essenziale. Non sempre sono certo di aver capito, ma ogni volta credo di esserci riuscito. La comunicazione con l’Altro è sempre un mistero della fede. Per cui ogni volta, a mo’ di mantra, appena sorge la furtiva ombra di un’occasione d’incontro, ripeto il magico verso di Arthur Rimbaud: Je est un autre.

L’egoista, questo volutamente sconosciuto, questa spia segreta: “Immaginalo come un genio, un maestro dell’arte dell’efficienza, un campione nel gioco del prendere e non dare.” – ma se uno non gli vuol essere allievo, gli è consentito bigiare, cioé far focaccia, oppure filone come dicono a Salerno e mangiare quel tozzo di pane scappando via da quell’orrido mondo. Perché il mondo è, forse necessariamente, basato sull’egoismo. Basta vedere i ghigni di chi ci comanda, che ogni tanto si tramutano in candidi e pii sorrisoni. Mi chiedo quanto del concetto di Oltreuomo di Nietzsche sia stato capito e quanto frainteso (magari da quello stesso filosofo).

A pagina 10 leggo che “L’egoista...” – ‘sto fratello bastardo – “è un vero virtuoso” – una specie di Nicolò Paganini, come suona lui il suo violino del tutto a me, please!, non lo strimpella nessuno.

A pagina 12, salvifica, spunta il capitoletto: Se invece non vuoi maltrattare gli altri e farteli nemici… – e ce ne sarà alla fine d’ogni capitolo.

Ora che ho concluso la lettura, posso dire che è si tratta di una catarsi che non mancherà mai di riproporsi. Lo si scopre leggendo le antiche tragedie greche, ove la catarsi si nutre della morte altrui, facendoci capire quant’è importante la vita e come ci si deve condurre per ben sopravvivere.

La morte è inevitabile? Forse. Ma c’è ancora un sacco e una sporta di tempo!

Si parla poi del “potere dell’ossessione”, delle critiche che fanno male, e le conseguenti condanne, oppure di discorsi del tipo “Sì, è un buon tentativo, ma credo che tu non abbia compreso appieno la complessità della questione”. – e questo mi ricorda le parole di un signore che astutamente chiamerò HKWWGLC, che usa dire, dopo l’accorato intervento verbale di un suo conoscente: Io faccio tutt’un altro discorso!, il che significa: azzero il tuo dire, lo getto nel pattume, e ci metto al suo posto il mio, che è quello che serve a me.

Egli usa unicamente la sua autorità (che si è fabbricata da sé) e questo, come si legge a pagina 33, è il segreto essenziale per distruggere le armate nemiche (che spesso non sanno di essere tali, ché anzi si credono alleate del prossimo in questa comune guerra che è l’esistenza).

Si parla poi di come sia importante tenere “alte le tue aspettative” – abbassando le altrui, ovviamente. E di come sia importante “non esprimere gratitudine” – che poi uno si aspetta un compenso da te. Un tale, chiamiamolo UERRDSDE, mi propose di sceneggiare un film che avrebbe voluto girare. Talvolta mi chiamava e poi metteva giù il cellulare. In tal modo non spendeva un centesimo. Dopo di cui io lo chiamavo, come se fossi io il bisognoso di informazioni, e gli chiedevo cosa volesse dirmi? Al che lui si dilungava nelle sue questioni (allora non c’erano le tariffe flat). Egli cercava di risolvere i suoi problemi tramutandoli in mie cogenti seppur costose necessità.

D.C, scrive/scrivono a pagina 49: “Geniale, no?”.

Si parla poi di “indifferenza”, che è il “massimizzare il ritorno senza chiedere.” – e anche qui l’episodio che ho narrato può servire a chiarire il concetto. Per quel UERRDSDE valeva sempre l’avvertenza che leggo a pagina 53: “Se chiedi un favore, fai in modo che suoni come un’offerta e non come una richiesta.” –  questo concetto logico lui lo conosce fin dall’infanzia. Appartiene da generazioni a un’abbiente famiglia di commercianti. Un negozio offre delle magnifiche occasioni al cliente, che spesso ne esce contento anche se ha speso una cifra considerevole.

Poi si parla di indifferenza. E qui UERRDSDE non m’è d’aiuto. Egli è un tipo emotivo. Forse nel suo software c’è un errore di sistema. Chiedo: dove potrebbe andare a riparare tale sua disfunzione?

Leggo a pagina 63: “Nel mondo di oggi, le emozioni sono un lusso che non ci possiamo permettere.” – e tale considerazione mi smuove un po’ il sistema nervoso!

Poi, nella medesima pagina, urge capire che: “Sei il regista, e puoi decidere come vuoi che la scena si svolga.” – e il limite di UERRDSDE come regista è proprio questo: se, dopo che ha girato una scena, qualcuno, anche non troppo autorevole, dice che non ha capito cosa essa significhi, lui decide di cambiarla. Luis Buñuel non era così facilmente influenzabile, anche se qualcuno rimaneva perplesso davanti alla scena dell’occhio dilaniato o della defecazione di gruppo in quel salotto borghese. A UERRDSDE quel che importa è convincere il cliente e lucrare su ‘sto fatto.

Quando poi, nel Capitolo 7, si parla del “mondo dell’arroganza” mi scappano un po’ i buoi, cioé sento che mi sto arrabbiando. Quando un aspro criticone di nome GSSEEIEFGSJE dice al suo prossimo che si sta inquietando perché quello non accetta la sua assoluta ragione (leggasi: supremazia), anche se in quel momento io sto svolgendo solo le funzioni di incomodo osservatore, a me scappa la vile pernacchia, ovvero la battutina distruttiva. Ed è una grave mancanza insita nel mio carattere! A volte sbotto, magari senza perdere la calma, ma so come ferire. Guarirò da questa malfunzione? Cambierò modalità prima di morire? Non me lo si chieda con insistenza, per piacere, che mi portate sf…ortuna!

Quando D.C. parla/parlano della “nostra percezione di superiorità e onniscienza, una pratica che richiede saggezza, tenacia e un po’ di audacia”, continuo a leggere con interesse il capitolo, che sempre di più m’induce a pensare a quel GSSKSLFFJELEE, che a volte si comporta con te da vecchio saggio/stregone, nonché di avventuroso ideologo (ma si sappia che l’avventura dovrà essere finanziata da te e dai tuoi accoliti, e non certo da quell’astuto guru).

Non tollero l’idea di trarre alcuna citazione o di fare alcun commento traendoli dal Capitolo 8: Il fascino dell’intolleranza, per cui tiremm innanz!

Molto più sfizioso è il capitolo successivo, che discetta sul “potere delle parole” e “sull’arte della manipolazione” – per cui consiglio il saggio a tutti, ma non a un certo HSSSUEEELEEL, che già tutto sa.

Come pure mi garba quello successivo, in cui si spiega cosa sia “l’arte dell’invadenza” – a volte mi viene da pensare che D.C. non sia altro il nom de plume del mio conoscente (non certo amico, né alleato) GATSSKSLSLODEERIEIEIE, di cui tanto disprezzo la natura di arguto sofista.

Nel Capitolo 11 L’importante dell’immaturità è ribadito quello che mi pare il cardine dell’intero discorso: “Tu sei il regista della tua vita, puoi scegliere come vivere ogni scena.” – purché l’altro, il produttore, senza manco saperlo di essere tale, sia pronto a sganciare i necessari finanziamenti.

Con scioltezza termino di leggere il saggio, giungendo al finale “Disclaimer” – in cui si ribadisce quel che chiunque non sia stupido deve aver già capito: “Questo libro è destinato a essere una satira e deve essere letto come tale”.

In effetti quello che più ha stupito la mia consanguinea è che il tono della prima parte di ogni singolo capitolo, quello di Śiva, il dio distruttore, è il necessario abbrivio per giungere alla seconda, quella del più benevolo Visnù, che è invariabilmente intitolata Se invece non vuoi maltrattare gli altri e farteli nemici… (e che pare anch’esso un mantra).

Si specifica altresì che “… i personaggi presentati in questo libro sono puramente immaginari e qualsiasi somiglianza con persone reali o eventi sono puramente casuali.” – il mondo è un caso (e una necessità, secondo il biologo, lo studioso dei misteri della vita, Jacques Monod). A volte è un abissale khaos. A volte è soltanto un diminutivo di quel caso.

Alla domanda se quei miei conoscenti identificati con tutte quelle capital letters siano realmente esistenti, io rispondo porgendo gentilmente un diverso quesito (Io faccio tutt’un altro discorso!): secondo voi si tratta di un unico e nefando individuo, oppure di una complessa tribù di nefandi?

Il saggio è estremamente interessante perché spiega cose che in genere già sappiamo, ma a cui non facciamo tanto riferimento nella vita quotidiana. Ed è con estremo piacere che faccio notare come abbia colto appena due minuscoli refusi e di come il saggio non usufruisca dell’infantile funzione della sillabazione a capo. La quale impedirebbe il formarsi di stupende righe anomale e logicamente compiute, come quella che colgo, come si fa con un fiore, a pagina 35: “Differiscono dai tuoi.”

Ho altresì amato gli appassionati incoraggiamenti: “Cari lettori, vi diamo il benvenuto…” – “Buona lettura!” – “Benvenuti al quinto capitolo…” – “Complimenti, hai attraversato il sentiero del…” – e svariati altri.

Non la si prenda come una critica, che non lo è affatto, bensì una mera reazione personale al saggio (io non scrivo critiche, non amo dare voti, non so cosa significhi fare una seria recensione: io mi limito a reagire come posso a un’opera letta).

Non apprezzo per nulla il continuo enumerare i casi di studio e le ipotetiche soluzioni. La numerazione mi ricorda il tempo della scuola, che così tanto odiavo (come mal sopportavo la presenza di quel monstrum, che m’incuteva tanta paura e a cui dovevo obbedire come se fosse un deus ex cathedra e a volte pure ex machina).

Essa è senz’altro utile ma è opprimente.

Per il resto, è tutto okay. O quasi.

Disclaimer: questa mia reazione è satirica.

 

Written by Stefano Pioli

 

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