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“Winnie Puh” di A. A. Milne: il più famoso orsetto del mondo ed il suo mitico e assennato padroncino

Nell’originale è Winnie the Pooh, ma da noi era dapprima noto come Ninni Puf, ma altrove è stato anche Winny-Puf, Winni Puh, Winnie Pooh e Winnie-the-Pooh. Da lui i Pooh derivano il loro nome, che fu scelto nel 1966 da Aliki Andris, segretaria della loro prima casa discografica, grandissima fan dell’orsacchiotto, la cui immagine apparve sulla copertina di numerosi loro vinili.

Winnie Puh di A. A. Milne
Winnie Puh di A. A. Milne

Questa faccenda dei nomi è essenziale, per capire lo spirito dell’autore che scrisse il breve romanzo per “suo figlio Christopher Robin, che ha ispirato questi libri”, si dice nell’esergo.

L’esergo continua dicendo che egliè ancora vivo, ma non si fa vedere molto in giro perché, a settant’anni suonati, non è facile essere il bambino più famoso del mondo.”

Nel 1997, anch’egli se ne salì in cima alla scala dove il padre vent’anni prima aveva fatto perdere le proprie tracce. Ma qual era lo spirito della serie di libri dedicati all’orsetto più famoso del mondo? Posso parlare al momento solo del primo, che sto leggendo.

Dire, che significa innanzitutto nominare, deriva dall’indoeuropeo dik: mostrare, in-dicare col dito, quello che si fa con un bimbo, prima che egli parli, ma quando già ascolta e recepisce le parole. Mio figlio, che ancora non diceva né mamma papà, m’indicò il lampadario, al che io gli chiesi: la luce, la devo spegnere?; e lui fece di sì col capo. Aveva sonno.

A. A. mi chiede se so che Christopher Robinaveva un cigno (o era il cigno che aveva lui, non so) e che lo chiamava Puh.” – no, non ne ero a conoscenza prima che me lo dicesse. “… quando lo salutammo portammo via il nome con noi, perché pensavamo che al cigno non servisse più.”

Poiché “l’Orso Edoardo disse che gli sarebbe piaciuto avere un bel nome speciale tutto per lui, Christopher Robin decise immediatamente, senza pensarci su, che sarebbe stato Winnie Puh. E così difatti è stato, e ora che ho spiegato la parte dei Puh, spiegherò anche il resto.” Con tutto ‘sto bailamme, il rischio è non ricordarsi più tutti gli aspetti della vicenda: “Quest’orso si chiama Winnie, il che dimostra che è un ottimo nome per un orso, ma il fatto è che non ci ricordiamo se è Winnie che si chiama Winnie per via di Puh o se è Puh per via di Minnie. Una volta la sapevamo, ma ce lo siamo scordati…

La vita è un eterno c’era una volta e un dimenticarsi il mondo che permette di inventarlo di nuovo: la memoria è fatta di oblio, disse un giorno Giorgetto (Borges).

Winnie significa piccola Edwina, cioè Edoardina.Ma non è un maschio?” Bella ma non eccellente domanda: “Sì che lo è!” – ed è uno che lo deve sapere per forza, un certo Christopher Robin, che aggiunge: “Lui si chiama Winnie il Puh. Non sai cosa significa ‘il’.”? Io che sono un continentale lo capisco, ma tu che sei londinese? Boh! La quale è la risposta infantile che mai ci abbandonerà, vivessimo duecent’anni.

“C’era una volta, molto tempo fa, più o meno venerdì scorso” Winnie Puh che viveva sotto il nome di Sabbioni (Sanders nel testo originario): che significa che “c’era il nome sopra la porta scritto in lettere d’oro e lui ci viveva sotto”.

Prima storia: se si sente ronzare, da qualche parte c’è un’ape, e ne consegue che c’è il miele, e che occorre che qualcuno se lo mangi. Chi si arrampica su un albero ha più probabilità di cascare di chi sta giù: “‘Oh, Aiuto!’ disse Winnie Puh, cadendo sul ramo tre metri più in giù.” Ovvio che se deve andare male andrà peggio: Winnie Puh casca sopra un ginepraio. L’incidente gli dona un’idea: andare da Christopher Robin e chiedergli un palloncino.

Il testo comprende dei disegni di E.H. Shepard, il quale ha anche tracciato la mappa che è il vero esergo del racconto lungo (ma non era un romanzo breve?), senza la quale, lo ammetto, mi sarei un po’ perso. Nella pagina che precede la presentazione del libro, c’è un bimbo che assomiglia a Christopher Robin che sta scendendo le scale tenendo per mano il braccio di un orso di peluche, che le scale le fa col sedere. Nel disegno egli soffia dentro un “pallone blu”, che così si gonfia e con quello l’orsetto può volare.

Nella storia c’è anche il cronista, il signor A.A., padre di Christopher Robin, che dice al figlio: “Tu ridesti tra te e pensasti ‘Scemo d’un orso!’, ma non lo dicesti forte perché gli volevi molto bene, poi andasti a casa a prendere l’ombrello.”

Però ora Winnie Puh deve scendere, anche perché ha compreso ormai che “le api non sono quelle giuste” e “che probabilmente anche il loro miele non era quello giusto”.

Winnie Puh chiede a Christopher Robin di sparare al pallone, così può scendere. Questi spara e colpisce il bersaglio grosso (Winnie Puh) ma non quello piccolo (il palloncino). Un nuovo tentativo ha successo “e Winnie Puh calò lentamente a terra”. Per lo sforzo gli si erano anchilosate le braccia “e ogni volta che una mosca gli si posava sul naso doveva cacciarla via soffiando. E credo – ma non sono sicuro – che sia la ragione per cui si chiama Puh.” – se un nome non ha almeno doppie origini non è un nome serio.

Secondo episodio. Canterellando, Winnie Puh si reca a casa di Coniglio e ha luogo un dialogo beckettiano fra lui e chi vi abita, che comincia con un “C’è nessuno in casa?”. E che continua con un “No!” e anche con un negare da parte di quel roditore di essere quel roditore. Ma poi egli gli apre, perché ha capito che quella voce di Winnie Puh era quella voce di Winnie Puh.

Da buon ospite, Coniglio lo sfama (fin troppo) e uscendo dall’entrata, Winnie Puh non ci passa più. Dopo una settimana di digiuno forzato, miracolosamente smagrito, ce la fa, ma solo perché Christopher Robin e roditori vari (“amici e parenti di Coniglio”) tirano come al tiro alla fune.

Terza novella, dove, “in mezzo alla Foresta”, vicino alla casa di Porcelletto, c’era “un cartello che diceva: ‘Vietato L.’”, che era “diminutivo di Vietato Lu, che era diminutivo di Vietato Luigi. E suo nonno aveva due nomi in caso ne perdesse uno, Vietato gli veniva da uno zio e Luigi veniva dopo Vietato.
‘Anch’io ho due nomi’ osservò Christopher Robin.”

Anch’io: Stefano Giovanni. Una volta Stefano mi era caduto in cortile e la signora Elsa lo riportò a mamma che poi, sbuffando, me lo infilò in testa.

Ci sono delle “impronte di zampa”, e potrebbero essere di “un… un… un Guzzo?”, si chiede Porcelletto. “‘Forse’ disse Puh. ‘Certe volte lo è e certe volte non lo è. Non si può mai dire con le impronte.” Ci sono due animali, forse: “A questo – chissà-cos’era – si aggiunge quest’altro-chissà-cos’è – e i due adesso stanno procedendo insieme.” Poi un’altra traccia:Un terzo animale si è aggiunto agli altri due!”. Oh, un’altra traccia ancora!C’erano quattro animali davanti a loro!” Niente paura, ora arriva Christopher Robin. Quando lui scoprirà che le tracce sono di voi due che avete girando in tondo, gli scappa detto: “Scemo di un orso” ma poi anche “Sei l’Orso Migliore del Mondo” – da notare le maiuscole!

Quarto racconto: “Il vecchio Asino Grigio, Isaia, stava da solo in un angolo spinoso della foresta, con le zampe ben divaricate, la testa da un lato, e meditava sulle cose.” – che è un modo soffice per dire che non stava facendo un tubo. I suoi pensieri erano tutti a modo loro problematici: “‘Perché?’ e a volte: ‘Percome?’, e a volte: ‘Conciosiacosacché’, e a volte non sapeva bene che cosa stava pensando.” – appunto.

Winnie Puh lo stupisce facendogli notare che la di lui coda non c’è più. Non se n’era accorto, quel somaro. Winnie Puh gli promette di trovarlo e intanto va a trovare Gufo: “Sotto il battente c’era un biglietto che diceva:

Si prega di sunare se eh richiesta una ripsta.
E sotto il campanello c’era un altro biglietto:
Si prega di batere se un rsposta non he richiesta.
Questi biglietti erano stati scritti da Christopher Robin, che era l’unico della foresta che sapesse scrivere correttamente.” – eh, sì sì…

“Gufo, pur essendo molto saggio per molti versi, sapeva sì scrivere il proprio nome Cufo, ma chissà perché andava nel pallone di fronte a parole delicate come Qinotto o Ghiacciolo.”

Esiste una branca dello scibile detta ortografia, e anche un’Accademia Cerealiforme che trae la Crusca dalla Farina: ma mé a sûn fûreb cme un şdâs, furbo come un setaccio: mi trattengo la crusca e poi la rivendo all’erborista. Le parole, come alcune donne, sono qual piuma al vento, e spariscono, per poi riapparire quando uno meno se l’aspetta. Nella mia campagna arşâna luogo si diceva sît, e ora tutti si collegano al sito internet.

Gufo dice: “… Innanzitutto, Istituisci una Ricompensa. Poi…” E Winnie Puh capisce che ha starnutito. Gufo nega. Winnie Puh persiste. Gufo non desiste: “Ho solo detto ‘Innanzitutto Istituisci…’”, e l’altro: “L’hai fatto di nuovo!” – e poi dicono che a comprendersi basta la buona volontà.

Il volatile aveva trovato “nella Foresta” una corda e l’aveva usata per appendervi il campanello: era la coda che Winnie Puh stava cercando.

Isaia ne è felice, anche Winnie Puh che si mette a cantare. Se qualcuno dice che ‘sto romanzo di A. A. non ha né capo né coda si vede che non l’ha letto con sufficiente attenzione.

Quinta cronaca: dice Christopher Robin a chi lo sta ascoltando (che è Porcelletto, perché Winnie Puh è stranamente intento a mangiare, che un occhio non vede quell’altro suo): “Sai, Porcelletto, oggi ho visto un Effalumpo.”, il quale è un animale che Winnie non sa cosa sia, gli altri due nemmeno, ma fingono.

Porcelletto per catturare Winnie, ipotizza: “Costruirei una Trappola e metterei un Vaso di Miele nella Trappola, tu ne sentiresti l’odore e arriveresti di corsa e…” tu sarebbe Winnie Puh, che dice: “E mi ci tufferei dentro…”, puntando al Vaso di Miele. Questo serve per intuire come si possa catturare un Effalumpi, ma bisogna prima sapere di cosa sono ghiotti: delle ghiande, forse? O del miele?

A casa Winnie Puh trovò un barattolo dove “c’era scritto su Mielle”, e si ricordò che un giorno l’aveva messo “nella Trappola Molto Astuta per catturare l’Effalumpo.” La cosa non lo faceva dormire. “Provò a Contare le Pecore, che a volte è una buona maniera di addormentarsi e, visto che non funzionava, provò a contare gli Effalumpi. Era peggio.” Per cui, “quando il cinquecentottantasettesimo Effalumpo si leccò le zanne bofonchiando: ‘Ottimo miele, non so proprio dove l’ho mangiato di migliore’, Puh non ce la fece più”. E “si precipitò ai Sei Pini.”, nella cui “penombra i Sei Pini avevano un’aria fredda e solitaria”, e “la Buca Profondissima sembrava più profonda di quanto non fosse e il vado di miele di Puh pareva un oggetto misterioso, una sagoma e niente più.”

Il miele gli faceva gola e “l’aveva mangiato quasi tutto. Ma ce n’era ancora un po’, in fondo al fondo, e Puh infilò tutta la testa dentro e cominciò a leccare…” Intanto Porcelletto, temeva di vedere da un momento all’altro una di quelle arcane bestie: “Ma se gli Effalumpi fossero stati Assai Feroci con Porcelli e Orsi?” Anche lui si diresse ai Sei Pini. Dove trovò qualcuno che a un certo punto “emise un forte ruggito di Tristezza e Disperazione”, con uno strano vaso che gli racchiudeva la testa. Al che: “‘Aiuto! Aiuto!’ gridò Porcelletto, ‘un Effalumpo, un Abominevole Effalumpo! Abuto, abuto, un Effolevole Aiutumpo! Appo, appo, un Eiutevole Abolunfo!’ E non smise di gridare e correre finché non arrivò a casa di Christopher Robin.”

Quando Christopher Robin e Porcelletto tornarono sul luogo dell’Orrore, trovarono il mostro, e “improvvisamente Christopher Robin prese a ridere… e rise… e rise… e rise. E intanto che stava ridendo, la testa dell’Effalumpo si frantumò contro la radice, il vaso si ruppe e ne uscì di nuovo la testa di Puh…”.

La sesta narrazione comincia col dire che “Isaia, il vecchio Asino grigio stava su un lato del ruscello e guardava il proprio riflesso nell’acqua.” Winnie Puh, che si credeva, non so se a ragione,un Orso di Pochissimo Cervello”, inizia a cantare una delle sue liriche stonate. Isaia “è di Umore Estremamente Sconsolato, perché è il suo compleanno e nessuno se ne è accorto ed è molto Tetro…” Winnie decide allora di regalare un vaso di miele al povero equino.

Durante il tragitto Winnie Puh sentiva un languorino e dato che aveva in mano il vaso, “tolse il coperchio” e si pappò involontariamente il regalo che aveva previsto per l’amico.  Allora, a Gufo che gli chiede cosa intende donare a Isaia, egli risponde: “Gli regalo un Utile Vaso per Metterci Dentro le Cose…” – e chiede al pennuto se gentilmente può scriverci “Buon Compleanno”

Ecco quel che scrisse Gufo: “Boun nono coppe conpiellano gli anno

Il palloncino che Porcelletto voleva donare a Isaia fece “BANG!!!???***!!!”: in altre parole, scoppiò. Il buon Porcelletto “porse a Isaia il pezzetto di straccetto molle”. Quello che conta è il pensiero, e Isaia fu molto felice che qualcuno si era ricordato di lui in quel che gli era dapprima apparso un mesto giorno e che ora lo era più.

Settimo resoconto: “… il Kan è Generalmente Considerato Uno degli Animali più Feroci.” – e se lo dice Porcelletto c’è da fidarsi. E aggiunge che: “se Uno degli Animali più Feroci vien Privato della Sua Prole, diventa feroce come due degli Animali più Feroci.” – e questo va detto quando Coniglio propone di “rubare il piccolo Guro e nasconderlo e quando Kan domanda ‘Dov’è il piccolo Guro?’ noi rispondiamo ‘Aha!’” Queste maiuscole inusitate servono a illuminare un discorso che a prima vista appare così oscuro che non consente d’avanzare. Ma ora pare tutto chiaro, anche se sempre abbastanza incerto. Quando Coniglio dice a Porcelletto che è “totalmente privo di fegato”, e questi risponde: “Non è facile essere coraggiosi”, specialmente “quando si è un Animale Molto Piccolo.”

Il piano per catturare “Il piccolo guro” è comprensivo di 11 articoli (o commi), ma non voglio dirli tutti, ché basta leggere il romanzo per saperli: in sintesi, basta mettere Porcelletto al posto di Guro e il gioco è fatto. Una cosa li aiuterà: certi animali “sono Feroci solo nei Mesi Invernali.” La strategia prevede che Winnie Puh dica una poesia a Kan, la quale non sarà granché melodiosa ma può intorpidire le meningi di chi l’ascolta. Ecco alcuni versi:

“Se quello è questo, questo sarà quello?”
“Se il tale è quale, sarà quale il tale?”
“Se dove sarà donde, dond’è dove?”

La quale lirica non riusciva a distrarre Kan da Guru che se la stava godendo fuori dal marsupio. Chiese allora Puh se il tal volatile: “È un merlo o uno storno?” Al che “finalmente Kan voltò la testa per guardare”, e in quell’attimo poi Porcelletto saltò dentro, “mentre Coniglio corse via, con Guru in braccio, il più velocemente possibile”: un vero e proprio guronapping. Kan non è un tipo intuitivo, per cui non si accorge che il pargolo che ha in casa è un suino più che un marsupiale. Suona il campanello. È Christopher Robin, che le dice (Kan è femmina ovviamente) che aveva “appena visto Guro che giocava a casa di Coniglio”.

Nessuno conosce più Porcelletto che, lavato, presenta ora una carnagione più chiara. Il nome che Kan gli dà è Putello, “Enrico Putello per gli amici.” – come informazione mi preme dire che dalle mie bande putèll è il ragazzino.

Tutti vissero felici, contenti e sopratutto in armonia:ogni martedì Guro passava la giornata dal suo grande amico Coniglio, e ogni martedì Kan passava la giornata dal suo grande amico Puh, a insegnargli a saltare, e ogni martedì passava a giornata da…” – s’indovini dove.

Ottava annotazione: “Christopher Robin era seduto fuori dalla porta e si stava infilando gli Stivali Alti. Non appena li vide, Puh comprese che stava per succedere un’Avventura…” – e lui

si sentiva “Pronto a Tutto.” Missione prevista: “Andiamo a scoprire il Palo Nord.” In breve, i nostri eroi “furono tutti pronti in cima alla Foresta e la Spendizione partì.” (la n è un’eccezione obbligatoria).

Tutti significa: “Christopher Robin e Coniglio, poi Porcelletto e Puh; seguivano Kan, con Guro in tasca, e Gufo; poi Isaia; e, in fondo, in una lunga coda, tutti gli amici e parenti di Coniglio.” C’è chi teme un’imboscata e chi adombra la presenza di “una boscata di ginepri”. Winnie Puh si siede sui cardi, e gli duole il di dietro. Isaia comincia a sgranocchiarli, anche se dice che, il sedercisi sopra, “gli toglie tutta la Freschezza. Tenetelo a mente per la prossima volta, tutti voi. Un po’ di Considerazione, un Pensiero per gli Altri, fa tutta la Differenza.” A un certo punto, e tutto succede sempre in quel punto lì, Guro si getta in una pozza, e ci sguazza felice. Kan, materna, è “preoccupata”. Dice Porcelletto: “Oddio, oddio, oddio.”, mentre Gufo spiega “che in caso di Immersione Improvvisa e Temporanea la Cosa Fondamentale era tenere la Testa Fuori dall’Acqua…” Winnie Puh, con “un lungo palo tra le zampe” e con l’aiuto di Kan, permette a Guru, che gorgoglia “con fierezza” di saltare fuori dalla pozza. Sorpresa: quel palo era “il Palo Nord”. Missione compiuta!

Nona vicissitudine. Gufo: “Sa le Cose. Saprebbe la Cosa Giusta da Fare se Circondato dall’Acqua”. Coniglio: “non ha Studiato sui Libri, ma è sempre in grado di Pensare un Piano Astuto.” Kan: “non è Intelligente, non Kan, ma si preoccupa tanto per Guro che farebbe una Cosa Furba da Fare senza nemmeno pensarci.” Isaia: “è talmente infelice” e, demoralizzato, non si preoccupa più di nulla, manco delle Maiuscole.

Nuova missione, ma solo per Winnie Puh: trovare il Palo Est, che trova “un Missaggio”, dentro al vasetto che appartiene a Porcelletto; ma non lo sa interpretare, sa solo che l’iniziale è una P.

Prende “il barattolo più grande che aveva e lo tappò.” e lo trasforma in una basca, che chiama L’Orso Galleggiante”. Si butta nella pozza, e li e il vasetto lottano per stare su, e alla fine vince Winnie Puh. Poi piove che il cielo la manda.

Ora arriva da Winnie Puh quel bravo ragazzino di Christopher Robin che, non vedendolo, geme un “Dove sei?” e lui risponde “Qui”.

A. A. Milne - 1922 - Credit photo Biblioteca del Congresso
A. A. Milne – 1922 – Credit photo Biblioteca del Congresso

A. A. elenca i nomi dell’orsetto: “Orso, Orso Puh, Winnie Puh, A.P. (Amico di Porcelletto), C.C. (Compagno di Coniglio), S.P. (Scopritore di Pali), C.I. e C.I. e R.C. (Consolatore di Isaia e Ritrovatore di Code).” C’è chi assimila l’etimologia di nomen a quella di numen (in rumeno nome è nume). Nomen omen: ogni nome è un destino, una storia già in parte vissuta. Il tempo è un corridoio dell’anima che, con la memoria, si può ripercorre all’indietro e, con la fantasia, in avanti.

Il nome definisce, nell’attimo in cui è pronunciato, l’esperienza umana che serve a identificare chi si mostra all’Altro, ricreandolo ogni volta, per capire e per mostrare di aver capito con chi e di chi si sta discorrendo, anche con chi e di chi ci è più prossimo di chiunque: noi stessi.  Humus, homo, omen, nomen, numen: sono palloncini di tanti colori che campano della medesima aria.

Con tre accorati appelli, il primo che termina con una “?”, il secondo con due “??”, il terzo con tre “!!!”, egli suggerisce a Christopher Robin: “Possiamo usare il tuo ombrello”, come natante, ovviamente aperto e rovesciato.

“Potete immaginare la gioia di Porcelletto quando avvistò la barca. Negli anni seguenti gli piacque pensare di essere stato in Serio Pericolo durante la Terribile Alluvione…” 

Altri sono i rischi della vita, come “quando Gufo, che era appena arrivato a volo, era rimasto appollaiato su un ramo dell’albero per consolarlo e gli aveva raccontato una lunghissima storia di sua zia che aveva…”ma questa è un’altra storiella che è sempre scritta lì, nel libro di A. A.

“Ma veramente la fine della storia è questa e io sono molto stanco dopo quest’ultima frase, per cui penso che mi fermerò qui.”

Io no, e volo al decimo busillis, “un giorno in cui il sole era tornato a splendere sulla Foresta portando con sé il profumo di maggio, e tutti i ruscelli della Foresta tintinnavano per la contentezza di aver ritrovato la loro bella linea, e le piccole pozzanghere sognavano la vita che avevano vissuto e le grandi cose che avevano fatto…” – nel mio paese la pozzanghera la chiamano al lunâri di mât, il lunario dei matti perché, guardandovi dentro, anche loro sanno se piove o no.

Christopher Robin vuol fare una festa in onore di Winnie Puh.

Il mondo si divide in due grandi categorie, la prima comprende quelli che sono come me, la seconda riguarda i tipi come una mia consanguinea, il cui nome è segreto, nonché Winnie Puh, che il regalo che ha ora ricevuto “lo aprì il più alla svelta possibile, ma senza tagliare lo spago, perché non si può mai sapere quando un pezzo di corda può Tornare Utile.”

Il dono includeva delle matite: “con la scritta ‘B’ che stava per Bravo, altre con la scritta ‘HB’, che stava per Hurrà! Bravo, e altre ancora con la scritta ‘BB’, che stava per Bravo Bravissimo.”

Poi, anche “c’era un temperino per temperare le matite, una gomma per cancellare qualsiasi cosa uno avesse sbagliato e un righello per tracciare delle righe su cui le parole potevano passeggiare, e c’erano anche dei centimetri segnati sul righello nel caso si volesse sapere quanti centimetri era lungo qualcosa, e c’erano Matite Blu, Matite Rosse e Matite Verdi per scrivere qualcosa di speciale in blu, rosso e verde.” – nell’allegria generale, l’unico dubbioso era Isaia che credeva che la “faccenda dello scrivere” fosse sopravvalutata.

E qui la silloge termina com’è iniziata, ma all’incontrario: Sospirando, Christopher Robin “prese il suo orso per la zampa e Christopher Robin andò alla porta, trascinandosi dietro Winnie Puh…” Christopher Robin chiede al papà se “l’astuccio delle matite di Puh era più bello del mio”. A.A. Lo tranquillizza: “Era esattamente uguale.” Poco dopo, dice A. A., “sentii Winnie Puh – bump, bump, bumb – che saliva le scale.” – e io, che di scale me ne intendo, perché mi chiamo Pioli, gli dico ciao!

 

Written by Stefano Pioli

 

Bibliografia

A. A. Milne, Winnie the Puh, Salani editore, 2020

 

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