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Cinema: i registi dalla carriera più longeva #4 – L’America di ieri

Riprendiamo da dove ci eravamo salutati non più di una settimana fa: messo a fuoco il Paese a stelle e strisce nel quadro contemporaneo, è giunto il momento di arretrare di qualche decennio con l’intento di scovare i numerosi cineasti, e sono effettivamente in molti a trovarsi celebrati come autentiche leggende, che han saputo raggiungere e superare la soglia dei 50 anni di carriera dietro la macchina da presa.

Cinema L’America di ieri

Non si parla di miti a sproposito se il primo della lista è King Vidor, nomen omen in quanto vero re del mondo cinematografico, cui s’è affacciato (quand’esso era ancora nascente) con “Hurricane in Galveston” (1913), ispirato ai ricordi di Vidor bambino sfuggito alla violenza del ciclone che si abbatté sulla cittadina texana nel 1900. I nodi fondamentali della carriera vanno dalle memorabili pellicole mute (“La grande parata”, 1925, “La folla”, 1928) alle prime sonore (“Alleluja!”, 1929, “Billy the Kid”, 1930, “Il campione”, 1931), per poi coincidere con le grandi avventure e i drammi de “La cittadella” (1938), “Passaggio a Nord-Ovest” (1940), “Duello al sole” (1948), “Guerra e pace” (1955). Ad appena qualche mese dalla consegna dell’Oscar alla carriera, è il mediometraggio documentario “The Metaphore” (1980) a sigillare la parabola creativa del nostro, estesasi per 67 anni.

Il secondo posto spetta al padre dei cortometraggi animati dedicati ai Looney Tunes, il signor Chuck Jones, in carica dal 1938, anno del primo corto “The Night Watchman”, al 1997, quando è uscito in VHS “Da qui all’eternità”, da pochi mesi conferito della statuetta onoraria. A un passo di distanza, Robert Wise ha fatto amicizia con la sedia del regista nel 1942, incaricato di girare alcune sequenze addizionali destinate a “L’orgoglio degli Amberson”, prima grande sconfitta produttiva registrata da Orson Welles.

Ben presto s’è conquistato la nomea di grande narratore di drammi (“Stasera ho vinto anch’io”, 1949, “Lassù qualcuno mi ama”, 1956, “Non voglio morire”, 1958, e “Quelli della San Pablo”, 1966), quindi d’indiscusso propugnatore di musical (“West Side Story”, 1961, e “Tutti insieme appassionatamente”, 1965, per i quali ha ottenuto 2 e 2 Academy Awards), pure di coraggioso paladino dello sci-fi (“Ultimatum alla Terra”, 1951, “Andromeda – Il Film”, 1971, e “Star Trek”, 1979). Il suo ultimo lavoro l’ha visto impegnato con Peter Falk, protagonista del film televisivo “A storm in summer – Temporale d’estate” (2000).

Procedendo incontriamo Sidney Lumet, il cui esordio con “Model Alibi”, episodio d’apertura della serie “Crime Photographer” (1951), è oggi del tutto dimenticato; non si può dire lo stesso della prima prova sul grande schermo, “La parola ai giurati” (1957), capostipite di una catena di fortunate realizzazioni fra cui si distinguono “L’uomo del banco dei pegni” (1965), “Serpico” (1973), “Assassinio sull’Orient Express” (1974), “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975), “Quinto potere” (1976) e, sebbene nettamente distaccato dalla stagione d’oro, l’epilogale “Onora il padre e la madre” (2007).

Robert Altman

11 i lustri accumulati da Robert Altman, prese le misure preventive col corto documentario “Modern Football” (1951), per approdare un ventennio dopo a capitoli d’indubbio rilievo come “M.A.S.H.” (1970), “I compari” (1971), “Il lungo addio” (1973), “Nashville” (1975), quindi i “I protagonisti” (1992) e “America oggi” (1993), fino a “Gosford Park” (2001) e “Radio America” (2006), il quale segna il commiato del compianto maestro.

Tanto è stata durevole in vita ed è imperitura ai tempi d’oggi l’influenza esercitata da John Ford da portare qualcuno a stupirsi forse del fatto che il suo “cursus honorum” si fermi a quota 53, avviato nel 1917 grazie a “Il tornado”, debutto nel cortometraggio firmato Jack Ford (una costante in vigore sino al 1923) ritenuto purtroppo irrecuperabile, e concluso col mediometraggio documentario “Chesty: A Tribute to a Legend”, completato nel 1970 ma rilasciato solo 6 anni più tardi.

Volendo citare solo i contributi maggiori, quelli necessari ad un approccio corposo ed ugualmente parziale all’opus fordiano, ci vengono in mente “La pattuglia sperduta” (1934), “Il traditore” (1935), “Uragano” (1937), “La più grande avventura”, “Alba di gloria” e soprattutto “Ombre rosse” (1939), “Furore” (1940), “La via del tabacco” e “Com’era verde la mia valle” (1941, vincente su “Quarto potere”), “Sfida infernale” (1946), “Il massacro di Fort Apache” (1948), “I cavalieri del Nord Ovest” (1949), “Rio Bravo” e “La carovana dei mormoni” (1950), “Un uomo tranquillo” (1952), “Il sole splende alto” (1953), “La nave matta di Mr. Roberts” (1955), “Sentieri selvaggi” (1956), “Soldati a cavallo” (1959), “Cavalcarono insieme” (1961), “L’uomo che uccise Liberty Valance” e “La conquista del West” (1962).

Di 5 anni più giovane di Ford, George Cukor s’è fatto conoscere quale astro luminoso del novello cinema parlato (la prima commedia è “Grumpy”, del 1930), fin da principio maiuscolo in “Febbre di vivere” e “Un’ora d’amore” (1932), “Piccole donne” (1933) e “Davide Copperfield” (1934); vengono quindi altri titoli di spicco come “Il diavolo è femmina” (1935), “Giulietta e Romeo” e “Margherita Gauthier” (1936), “Incantesimo” (1938).

Il 1939 segna la direzione non accreditata di “Via col vento”, cui seguono “Scandalo a Filadelfia” (1940), “Angoscia” (1944), “Doppia vita” (1947), “La costola di Adamo” (1948), “Nata ieri” (1950), “L’attrice” (1953), “La ragazza del secolo” ed “È nata una stella” (1954); più avanti si collocano “My Fair Lady” (1964, grazie al quale è finalmente arrivata l’attesa statuetta dorata), “Amore tra le rovine” (1975), nonché l’ancor noto testamento costituito da “Ricche e famose” (1981).

Pari merito per Raoul Walsh, voce distinta nel filone western e più in generale d’avventura; l’intera sua carriera è costellata di titoli da conoscere: “Il ladro di Bagdad” (1924) ben rappresenta l’epoca muta, mentre a quella sonora ci pensano “I ruggenti anni Venti” (1939), “Una pallottola per Roy” e “La storia del generale Custer” (1941, quest’ultimo ritenuto il suo capolavoro), “Notte senza fine” (1947), “La furia umana” (1949), “Tamburi lontani” e “Le avventure del capitano Hornblower” (1951). Ha esordito nel 1913 col corto “The Pseudo Prodigal”, si è ritirato con “Far West” (1964, titolo significativo benché completamente differente dall’originale “A Distant Trumpet”).

Robert Stevenson

Robert Stevenson principia nel 1932 con un musical (“Happy Ever After”) molto meno noto di quel “Mary Poppins” disneyano (1964) che sancirà definitivamente la sua affiliazione alla casa di produzione: per citare i capitoli più gustosi, ne usciranno “Un maggiolino tutto matto” (1969), “Pomi d’ottone e manici di scopa” (1971), “Herbie il maggiolino sempre più matto” (1974), nonché la longeva serie “Disneyland”, di cui si occuperà fino al 1982, saturando il proprio mezzo secolo di attività.

Le file dei directors statunitensi che hanno caratterizzato sì a lungo il panorama mediale non termina qui: ci par soluzione ammissibile indirizzare gli appassionati al disvelamento di un altro pugno di nomi, di seguito brevemente contestualizzato.

In cima, forte dei suoi 61 anni, si pongono ex aequo Ralph Smart (1930-1991), cineasta alquanto minuto, inattivo dietro la macchina da presa per un trentennio prima di regalare al mondo un’ultima, dimenticabile avventura di Robin Hood distribuita direttamente in cassetta, e William Beaudine (1915-1976), fecondissimo e ai più ignoto.

Viene perciò un trio, composto da Albert Maysles (1955-2015), documentarista ricordato particolarmente per “Salesman” (1969), “Gimme Shelter” (1970, sui Rolling Stones), “Grey Gardens” (1975) e, in tempi recenti, per “Iris” (2014), nominato all’Oscar per il corto “Christo’s Valley Curtain” (1974, appartenente alla serie dedicata al celebre artista d’ambienti); Haskell Wexler (1953-2013), ovvero un talentuoso direttore della fotografia due volte Premio Oscar su 5 nomination prestato alla regia, per due terzi di documentari (ma il lungo più noto e riuscito resta di finzione: “America, America, dove vai?”, 1969); infine Ben Sharpsteen (1920-1980) animatore dalla sessantennale esperienza, supervising director in “Pinocchio” (1940) e “Dumbo” (1941), fondamentale anche per quanto riguarda la realizzazione di “Fantasia” (1940), vincitore di 2 Oscar nello stesso anno (il 1959) in veste di produttore, sempre per la Walt Disney, del corto “Ama Girls” e del documentario “Artico selvaggio” (uno dei numerosi successi diretti dal mai riconosciuto James Algar).

Più sotto si pone Curtis Harrington (1942-2000), altra figura alquanto minuta, quindi George Marshall, artista versatile: dal 1916 al 1933 ha girato prevalentemente corti (si distingue perlomeno “Il compagno B”, film comico con Stanlio e Ollio del 1932), dal 1934 al 1963 lungometraggi (“Partita d’azzardo”, 1939, “La dalia azzurra”, 1946, il già citato “La conquista del West”, 1962, in collaborazione con John Ford e Henry Hathaway), dal 1964 al 1972 serie tv.

George Kuchar

Ecco poi George Kuchar (1956-2011), leggenda underground promotore dell’estetica del cortometraggio assieme al fratello gemello Mike, pari merito con John Berry (1945-2000), magari depositato nella memoria di qualche cinefilo grazie ad “Atollo K” (per il quale non è neanche stato accreditato), ultimo lavoro del duo Stan Laurel-Oliver Hardy, e con Herschell Gordon Lewis (1961-2016), cui si può attribuire un ruolo fondamentale nell’ambito del cinema horror splatter.

Altri due ex aequo si individuano in Arthur Hiller (1954-2006), nominato all’Oscar per la sua opera più nota, “Love Story” (1970), Premio umanitario Jean Hersholt nel 2002; in Russ Meyer, il cui pallino distintivo era lo sdoganamento del sesso, dalle prime commedie (“L’immorale Mr. Teas”, 1959) alle realizzazioni più acclamate (“Faster, Pussycat! Kill! Kill!”, 1965, la trilogia dedicata alle “vixens”, 1968-1979, “Lungo la valle delle bambole”, 1970), quiescente dal 1980 al 2000, tornato all’opera col documentario direct-to-video sull’esibizionista Pandora Peaks (2001); e in Mel Stuart (1961-2013), candidato alla statuetta dorata per uno dei primi documentari sull’assassinio Kennedy (“Four Days in November”, 1964), generalmente apprezzato per “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (1971).

Chiude la rosa, con 51 anni alle spalle, Tay Garnett (1924-1975), autore da (ri)scoprire visionando almeno “Sui mari della Cina” (1935), “La taverna dei sette peccati” (1940) e “Il postino suona sempre due volte” (1946). E sulla sua reminiscenza terminiamo anche questo contributo odierno. Previste due full immersion per fine aprile-inizio maggio, rispettivamente nel mondo del cinema orientale (Far East Film Festival, Udine) e di quello d’animazione (Future Film Festival, Bologna), rimandiamo al più presto le prossime identificazioni, le quali si concentreranno sui maggiori Paesi dell’area non anglofona.

Sottostante nelle info, si trova un piccolo assaggio accuratamente selezionato delle produzioni più remote e più recenti nate dalla mente dei virtuosi che sin qui abbiamo incontrato.

 

Written by Raffaele Lazzaroni

 

 

Info

Cinema – L’Italia di oggi
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Link utili

Opinioni su “The Night Watchman” (Chuck Jones, 1938)

“Da qui all’eternità” (Chuck Jones, 1997)

“Modern Football” (Robert Altman, 1951)

Trailer di “Radio America” (Robert Altman, 2006)